Brescia – “Alta, seducente, elegante”, aveva fatto colpo in tutte quelle situazioni nelle quali era riuscita a cavarsela sotto le esuberanti e mentite spoglie del caso. La disinvolta prestigiazione di più ruoli aveva fatto centro in sorprendenti dinamiche accomunate da una sfrontata abilità trasformista che, alla premeditazione, spesso, avevano pure accompagnato l’inventiva propria di un’avventuriera, capace di una improvvisazione menzognera.

Fedele ad un impulso verso la mistificazione, per un vantaggio che ne proporzionava la condizione assunta a seconda del tornaconto corteggiato in un’astuta dissimulazione, la bella napoletana, Amedea Giovinetti, aveva lasciato traccia di sé anche tra alcune località del bel mondo turistico gardesano, all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, quando su di lei si concentrava pure inevitabilmente l’attenzione dei tutori dell’ordine, in relazione a quanto dalla stessa era stato messo in atto in diverse altre città sparse per lo stivale, come a Napoli ed a Roma.

Di quel groppo trapassato di vicende umane è significativa la perdurante attestazione che il “Giornale di Brescia” documenta nella sopravvissuta edizione di mercoledì 2 dicembre 1952, attraverso una particolareggiata cronaca sviluppata in un’avvincente narrazione riguardo alcuni raggiri compiuti dalla giovane donna che sono riferiti nella forma di avventati misfatti truffaldini, realizzati nella città partenopea: “Si è qualificata contessa dal pellicciaio Mele al vico Berto 4, ordinando quattro pellicce di gran valore da portare a casa sua in via Orazio 23. Ma prima di allontanarsi l’elegante signora volle rendere onore al commerciante indossando una di queste pellicce di astrakan. Il Mele non reagì, ma appena uscita la signora, per prudenza la fece seguire da un tal ragioniere della ditta. Costui riuscì a controllare la signora fino in piazzetta Augusteo, ma poi la perse di vista. Fortemente preoccupato il buon ragioniere si recava allora in via Orazio, ma al civico 23 di quella via non c’era l’abitazione della contessa”.

La sedicente nobildonna altro non aveva fatto che infilarsi nei percorsi sinuosi tracciati da quella smaliziata regia di strada, battuta dall’estro di un metodo adottato a diretta ricaduta sul piano del palcoscenico della società, quale estemporaneo teatro anche di molteplici e di controverse curiosità in azione: “Salita sul tassì, non perdeva tempo e si recava all’Excelsior. Quivi discende, pare stia per pagare, invece all’autista, con cui ha scambiato cordiali e signorili parole lungo il breve tragitto raccontandogli di essere la contessa Donatella Marzotto, affida con voce preoccupata un altro compito, quello di raggiungere immediatamente sua figlia Elsa, rimasta – poverina – con la sua Alfa Romeo in panne al Km 97 della strada di Formia. Il buon uomo, tale Raffaele Di Donato, non si fa ripetere due volte l’ordine. Parte anzi raggiante, sicuro di guadagnarsi un bel gruzzolo, fa il pieno della benzina, lancia la macchina sulla nazionale, giunge al km 97 ove non trova che….la pietra miliare. Disperato prosegue fino a Formia, gira tutti i locali della città, domanda, interroga, indaga, tutto inutile. Poco male,tutto sommato, perché il tassametro continua a segnare. Il Di Donato decida allora di tornare all’Excelsior ove chiede della contessa: gli viene detto che ha solo prenotato una camera per telefono, senza venire all’albergo. E’ la rivelazione: il Di Donato corre in Questura e denuncia la truffa subita”.

Questa non era l’ultima prodezza della protagonista di iniziative attuate al limite dell’arte dell’arrangiarsi e del barcamenarsi fra gli improvvidi rischi affrontati in balìa della più spregiudicata millanteria, in quanto, dalla medesima fonte giornalistica, si apprende a proposito di un altro caso eclatante che contribuisce a comporre un esempio saliente circa un tipo d’iniziativa che, per l’accennata signora Amedea, pare fosse in una recidiva alquanto ricorrente.

In quest’altra manovalanza del crimine profittevole della altrui fiducia, ancora a Napoli, il truffato pare sia stato un certo noleggiatore d’auto, Umberto Bonfantino al quale la donna “si presentò nel suo negozio chiedendo una macchina ben molleggiata per compiere un viaggio a Roma. Aveva in mano un pacchetto di dolci ed era assai elegantemente vestita con la pelliccia di astrakan di cui già abbiamo parlato: disse di chiamarsi Donatella Alemagna e gli porse un biglietto da visita. Il Bonfantino che aveva offerto una 1100, tirò subito fuori una 1400, mettendosi a disposizione della signora. Bisognava pagare il tassì da cui era discesa e Donatella non si peritò di chiedere 2000 lire al noleggiatore, aveva in tasca – disse – un assegno di mezzo milione, ma lo avrebbe cambiato a Roma: il Bonfantino pagò senza battere ciglio e si mise personalmente al volante. La contessa lo pregò caldamente di evitare il centro di Roma (non voleva essere vista dalle sue vittime), sicchè il conducente raggiunse la via Appia dopo una serie di giri tortuosi. A Capua i due si fermarono e mangiarono abbondantemente: come è naturale fu il Bonfantino a pagare il conto”.

Nella ricostruzione dei fatti che avevano complessivamente procurato al noleggiatore un danno di sessantamila lire, non si riscontra solo il pedissequo dosaggio di un esoso approfittarsi, finito per l’uomo solo quando l’evanescente figura femminile scompare dileguandosi dentro il Palazzo di Giustizia di Roma, per “andare a parlare col suo avvocato che sarebbe stato anche un deputato”, ma si appalesano pure certe necessità da “morfinomane” delle quali la donna aveva già dato segno di sé nelle località gardesane da lei visitate nell’estate di quello stesso anno.

Come, fra l’altro, era già accaduto nel corso dell’accennato tragitto verso Roma, l’avvenente signora di trentun’anni aveva dovuto rivolgersi ad una farmacia anche a Gardone Riviera quando, dopo essersi accasata all’albergo Savoy Palace, atteggiando la sua persona come “una delle solite belle dame che fioriscono nei luoghi della grand saison”, aveva accusato di non sentirsi troppo bene. Dopo avere fatto pagare al portiere la spesa del taxi che l’aveva condotta a destinazione, promettendogli di rifonderlo in seguito insieme all’esborso per il soggiorno, si era fatta riservare due camere, adducendo che una fosse per lei ed una per i suoi famigliari che sarebbero arrivati l’indomani, ma in seguito, lamentando la fatica del viaggio, si era fatta prescrivere, con apposite ricette, certi suoi farmaci a base di stupefacenti dal medico Giuseppe Marin, libero professionista di Gardone Riviera, che si era trovato a visitarla.

A proposito di questa scorribanda gardesana ne riferisce il “Giornale di Brescia” di mercoledì 6 agosto 1952, precisando, tra l’altro, nell’articolo dedicatole: “Ma la signora un po’ per la stanchezza del viaggio ed un po’ per il malessere è distratta e smarrisce le ricette. Almeno così dice. Il medico le ripete. La signora presenta alla farmacia la seconda ricetta. L’altra – strano caso – era stata usufruita e non persa e va bene. Il giorno dopo la signora si presenta dal medico condotto dr. Lino Puntoni ed ottiene una terza ricetta per acquistare le medesime medicine a base di stupefacenti. Per lui è una cliente mai vista prima d’allora e non dubita neppure lontanamente che essa abusi della sua oculata diligenza. Ma il dottor Storari, farmacista, non si lascia infinocchiare. Sbircia sotto gli occhiali. Disco rosso. Non consegna niente. Anzi egli avverte il medico della triplice richiesta”.

Non solo per questo la donna levantina decide quanto prima di sloggiare dalla località cara a Gabriele D’Annunzio, a cui la stessa forse sarebbe risultata interessante, nella sua seducente miscela di leziosa furbizia e di avvenente malizia, ma anche perché il maresciallo dei Carabinieri del posto, Carlo Grossi, prende l’iniziativa di chiederle conto di tutta quella merce che la bella chimera fa arrivare in albergo, comprandola nei vari negozi del paese, ma senza sborsare un quattrino.

La sedicente “figlia di un colonnello di Stato Maggiore” aveva proposto ed ottenuto di lasciare in pegno all’albergo un presunto braccialetto d’oro, accentando pure che la merce acquistata fosse per il momento messa in “fermo”, ma il giorno seguente, di prima mattina, lasciando come ultimo suo strascico l’avviso di essere andata a prendere un semplice caffè, chiama un taxì ed ancora una volta sparisce nel nulla.

Una fuga per la quale l’autista Livio Ricchini di Fasano si era ritrovato a rimetterci quindicimila lire, sia per la somma dovuta per il tragitto, compiuto dalla sponda dannunziana del lago di Garda fino al Grand Hotel di Trento, dove la frettolosa signora sembra avesse avuto premura di incontrare “suo fratello in arrivo da Merano”, come anche per i soldi invece imprestatele per il solito acquisto in farmacia, questa volta usufruita sulla strada di Gargnano alla volta della città trentina.

Intanto, a Gardone Riviera, il maresciallo dei Carabinieri, Carlo Grossi, aveva accertato “che la signora in questione è un’avventuriera e grande truffatrice. A Castiglioncello, a Forte dei Marmi, a Viareggio, a Empoli, a Grosseto, ultime piazze a essere frequentate, ella usò sempre il medesimo sistema: scendere nei migliori alberghi, spacciarsi per contessa o per americana oriunda italiana o apparentata con notissimi industriali lombardi. Intanto, senza spendere il becco di un quattrino mangiava, beveva, dormiva in lussuose camere e faceva acquisti. In alcune camere degli alberghi dove l’avventuriera era scesa sono state trovate, alla sua partenza, fialette vuote di morfina e scatole che avevano contenuto cocaina”.

Di lei pare che si sia occupato anche il settimanale “Crimen”, in edicola il 3 agosto di quel 1952, dedicandole una pagina, annunciata dal titolo “Avventuriera un poco tocca: morfina e truffe”, con una pittoresca cronaca navigata fra l’estrosità di una sfrontata ed intemerata impudenza, inveterata in intraprendenti imprese attuate dalla donna con la baldanza sfacciata come se tutto le appartenesse, mentre dal “Giornale di Brescia” di venerdì 18 luglio 1952 era emersa una notizia che pure per l’estate di quell’anno documentava quanto non fosse remota l’ipotesi che, fra le medesime contrade percorse dalla stessa Amedea Giovinetti, alias “contessa Crespi” o “contessa Galvani”, personaggi blasonati vi potessero davvero giungere, come apprezzati ed illustri ospiti altolocati: “Margherita di Borbone di passaggio a Desenzano – E’ passata da Desenzano del Garda, essendo ospite all’albergo Savoia la Principessa Margherita di Borbone-Parma, di nazionalità francese e residente nel Belgio. Proveniva da Firenze ed era diretta sull’altipiano di Asiago. La Principessa nel prendere congedo dall’albergo ha espresso lusinghiere parole per il distinto e cordiale trattamento ricevuto. L’illustre ospite si è dichiarata entusiasta di Desenzano ed ha assicurato un prossimo ritorno per un più lungo soggiorno”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.