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Le guardie comunali saranno scelte fra le persone del paese, suddite austriache, che non siano state soggette a condanne criminali, che siano di provata buona condotta, obbedienti alle leggi, di robusta complessione e di un’età non minore di 20, né maggiore di 45 anni. Saranno preferiti in priorità di circostanze, quegli individui che sanno leggere e scrivere e che fossero riconosciuti per pratici ed avvezzi all’uso delle armi”.

All’epoca del Regno Lombardo Veneto, si era pensato di istituire una forza di polizia locale, prevedendone i referenti che avessero tali caratteristiche, in un orientamento selettivo che andava tanto al particolare, quanto all’essenziale.

Indicazioni che erano sviluppate in un articolato documento di istituzione di questa formazione dei tutori dell’ordine, funzionale alla rispettiva applicazione di quanto, con tale testo di riferimento, si andava prevedendo, in un circoscritto territorio di appartenenza, sancendone, di fatto, la nascita dei suoi stessi esponenti, in una contestualizzazione comunale, dove, questa ulteriore figura istituzionale, avrebbe svolto le proprie mansioni di pertinenza su base territoriale.

Questa istituenda realtà era annunciata, nelle sue complessive linee organizzative, anche attraverso la pubblicazione di un apposito regolamento, valevole per tutti i territori asburgici in Italia, quale documento che, a sua volta, aveva avuto notorietà per mezzo della stampa dell’epoca, essendo che, ad esempio, il “Giornale della Provincia Bresciana” lo aveva divulgato in due parti, concernenti, sia l’edizione del 22 luglio 1825, che, nel seguito, invece, usufruibile, come proposto in lettura, il primo agosto 1825, anno, fra l’altro, della visita a Brescia dell’imperatore Francesco I d’Austria (1768 – 1835).

Trattavasi del parimenti detto “Piano per l’istituzione delle guardie comunali” le quali avrebbero potuto prevedersi in un numero di uno, ogni quattrocento abitanti, da calcolare, nel caso si fosse a servizio di un centro abitato oltre i mille residenti.

Tutto ciò nel contesto di una località che non doveva essere già asservita da altre forze di polizia imperiale, come era intesa la gendarmeria, dovendo, almeno di fisso, contemperare quattro guardie comunali, ulteriormente aumentabili, raffrontandosi al parametro di una popolazione che superasse le migliaia di unità.

Il seguito dei fatti, da allora, poi avvenuti, hanno preso quelle strade che, incrociatisi con i maggiori eventi della macro-storia, avevano, infine, portato alla codifica fattuale della nascita effettiva della perdurante polizia locale, come, ad esempio, a Brescia, un libro di Marcello Zane dal titolo “Custodire la città. Il Corpo della Polizia Municipale di Brescia in 130 anni di storia”, ne ascrive, per proprie vie confutate al 1873, l’esordio ufficiale.

Nella prospettiva di tale risultato, due distinte edizioni di un giornale bresciano riconducevano l’intenzione, altrettanto ufficiale, di rendere sostanziale ciò che si sarebbe poi analogamente dovuto avverare.

Secondo il piano menzionato, le guardie dovevano essere armate, nella fattispecie, con sciabola e fucile con baionetta, al punto che, nel merito, era pure previsto che “siccome non potrà essere scelto alcun individuo per guardia, della cui morale e prudenza non siasi interamente certo, così sarà permesso ad essi di tener le armi ed i segnali presso di loro. L’ispettore dovrà poi, almeno una volta ogni trimestre, riunire le guardie per riconoscere in che stato si trovino le loro armi ed i segnali”.

In una interessante dinamica di collaborazione vicendevole, tuttora valida e praticata, era, al medesimo tempo, affermato che “La gendarmeria e le guardie di polizia possono, all’occorrenza, richiedere il sussidio delle guardie comunali”.

Circa un paio di secoli prima dell’invalso nesso di interdipendenza fra Comuni, nella tendenza odierna, cioè, dell’aggregazione fra le rispettive polizie locali delle località circonvicine proprie di un dato territorio, si era progettato per le allora municipalità del Lombardo Veneto la simile possibilità che “Quando le guardie comunali, nei casi previsti, sortano da sole dal comune ovvero richieste istantaneamente sono trattenute in un comune diverso, quella di esse che rappresenta il capo, tiene con sé l’elenco, e lo presenta alle singole deputazioni all’amministrazione comunale per le opportune dichiarazioni. Se, nel giro intrapreso, sopraggiunge l’ispettore, consegna al medesimo, l’elenco dei suoi uomini, e questi esegue la sopraddette formalità”.

La presenza capillare, nel territorio di competenza, dove, fra l’altro, aver, naturalmente, in dotazione un’uniforme da indossare con “sul braccio sinistro una placca di metallo coll’aquila imperiale e colla legenda Guardia Comunale di …”, si esplicitava anche in un mandato di vigilanza che esulava dalle mere contingenze dei provvedimenti legati al momento, essendo che, in aderenza ad una visione piramidale delle gerarchie, fra le preposte istituzioni di quel tempo, a loro era demandato, pure, quel ruolo vincolante secondo cui “La guardia deve dare pronta notizia d’ogni avvenimento alla deputazione all’amministrazione comunale, la quale lo registrerà in un apposito protocollo di controlleria. Questo sarà presentato ogni mese alla regia Delegazione provinciale, la quale ne farà un estratto per servire alla compilazione del risultato annuale del servigio delle guardie da spedirsi al Capo del Governo”.

Non di meno, alle guardie comunali spettava il compito del (…) mantenimento dell’ordine pubblico, ed in specie a purgare lo Stato dai malviventi, ed a vegliare sulle persone facinorose e sospette, per prevenire operino attentato contro la pubblica e privata sicurezza; sarà cura dei capispettori di tener di vista i vagabondi, i mendicanti validi e i così detti balossi, disertori e delatori d’armi proibite, e di denunciare all’autorità più vicina di polizia la loro esistenza ed i sospetti che si fossero concepiti sulla condotta dei medesimi, passando anche all’immediato arresto di quelli che, sprovvisti di carte giustificanti e non domiciliati nel circondario del Comune, non sapessero dare buon conto di sé, o se fossero delatori di armi senza averne l’abilitazione”.

I “balòs”, come, testualmente e fino a prova contraria, si trovava espresso, tale termine gergale, mediante il riportare la versione menzionata di “balossi”, nel modo in cui pure ora, a Brescia, in vernacolo, sono intesi quanti interpretano una scaltra furbizia levantina, erano avvisati: a loro, ci avrebbero pensato, in sintonia con altre forze dell’ordine, le guardie comunali.