di GianMario Andrico

S. Nicolas – S. Nicolas è immerso nella nebbia. Non è la stessa che in questi giorni d’autunno, immagino, ammanta la “mia” terra della Bassa, tuttavia mi sono commosso vedendola ammantare le macchie di eucalipto, le capanne adobes, e le immense montagne andine.

E’ appena iniziata la stagione delle piogge in Ecuador, dove da alcuni giorni mi trovo sulle tracce del missionario Antonio Bresciani, e da qualche ora sono qui, nella Grande Casa OMG di S.Nicolas, magistralmente e quotidianamente “governata” da Adriana.
Il posto lo raggiungi dopo averti lasciato alle spalle il piccolo centro di Pujli; dopo aver osservato arrancare il carro d’età “primordiale” lungo un antico selciato lastricato alla maniera incas, accompagnato da una processione di agavi che i campesinos benedicono ogni giorno insieme al loro Creatore.

La Grande Casa conserva ancora gli stilemi di ciò che fu, cioè un ricco complesso colonico del secolo XVII, parte con funzione religiosa e ascetica.
La sera cade improvvisa quassù, sul parallelo dell’equatore, rigorosamente allo scandire delle ore 18, altezza sul livello del mare 3000 metri.
La sera, le nebbie… e questo mondo nuovo, sconosciuto alla mia esperienza del sentire, mi regalano profonda e dolce tristezza. Sotto ai quadrilunghi porticati di S. Nicolas, ormai tra le penombre, mi salutano bambini artisti: portano abiti dimessi, capelli arruffati color nero corvino ad incorniciare due occhi grandi e mansueti come nella “mia” terra non si vedono più.
Il paesaggio è verde-grigio e la mente corre ad immagini sognate, pensate ma mai viste nella realtà.

Incredulo ed affascinato vedo ciò che ritenevo il mondo avesse ormai completamente distrutto, cancellato, un po’ per ignoranza, un po’ per esorcizzare il passato. Lì, davanti a me, come in una fiction cinematografica di alto livello scenografico, scorgo un anacronistico Medio Evo. La strada è fangosa e informe al punto da confondersi e fondersi col suo stesso ciglio; vedo al margine del selciato alcuni maiali allo stato brado: sono neri e irsuti come demoni; scopro, sulla sommità di una casa di paglia, un enorme tacchino che si prepara al pollaio. Più in là alcune oche attraversano il tratturo, mentre un asino raglia alla luna piena che fonde la sera.

Buenas noches, sento improvvisamente nel silenzio più totale. Mi giro e vedo Adriana, già incontrata alcuni mesi prima in Italia. La saluto e l’abbraccio con sincero slancio, mentre subito l’investo di richieste lecite, quanto gravose per lei. Guarda che sono qui per te, per Padre Tone, per me…devo interrogarti, sentirti raccontare, devi ricordare…
Ma lei, la Signora di S. Nicolas ha già predisposto tutto e in maniera magistrale. Mi porta dentro alla Grande Casa, mi invita a salire una scala, mi introduce in un lungo corridoio che sa di legni profumati e, improvvisamente, mi ferma davanti ad una porta. La apre, mi fa entrare nella camera mansardata che sbircia verso il cielo e mi fa sedere su di un letto che (mi rivelerà poi) s’è dovuto allungare per contenere tutta l’altezza di quel prete.

– mi dice Adriana – l’intervista la teniamo qui, tu sul suo letto e io nella sua stanza, come allora…
Apro la borsa, preparo i fogli che da lì a poco si riempiranno di segni, parole simili ad immagini, a ricordi vividi.

“La storia mia e dell’incontro con l’OMG incomincia non solo col Tone ma anche con Elio che per me è stato come un padre. Tone l’ ho conosciuto in Italia. Lo vidi per la prima volta con altri per una tazza di caffè e latte. Ricordo ancora la sua faccia quando gli presentai la tazzina che era, a casa mia, di dimensioni normali. Lui mi guardò, incominciò a ridere e mi domandò se magari non ci fosse nella credenza qualcosa che avesse dimensioni un po’ più decenti.

Ricordo anche un’altra sera, nevicava della grossa nella mia parrocchia. Io e il Peppo, a quel tempo mio marito da poco, eravamo andati ad una riunione della OMG e lui, Tone, ci aveva aspettati sotto la neve, con quel freddo terribile. A riunione conclusa lo raggiungo, lo rimprovero per quell’ assurda attesa e scopro che in mano tiene la corona del Rosario.

Tone e Elio erano grandi amici: un mela spaccata ma non uguali, tutt’altro. Io quando incominciai a vivere accanto a Tone rimasi alquanto sconcertata. Conoscevo meglio Elio: aperto, espansivo, il tipo di prete che s’ accorge se qualcosa non và. Tone era riservato, non mi cercava mai, mi sentivo come trascurata da lui. Ci misi un bel po’ di anni a capire, a comprendere. Ricordo che un giorno dissi a Elio di non aver assolutamente compreso le sue parole allorquando mi disse che mi mandava il Tone: a lui tanto caro, tanto bravo, tanto sensibile…Io lo trovai diverso: mi pareva, allora, che fosse sempre assorto nei suoi pensieri, poco attento…

Quanto mi sbagliavo!
Impiegai tutta una vita a comprendere il suo vero tesoro.
Insieme abbiamo vissuto momenti molto forti. Io lo scuotevo, lo incitavo all’azione, al fare, al dire. Lui, invece: “Osti Adri, più di pregare!”. La sua disponibilità non era: “Stai male? Corro da te”. Diceva invece: “Stai male? Guarda che ci sono…”.

Per lui la cosa che veramente contava era portarti al Signore, portarti il Signore, non le cose, il conforto verbale, l’aiuto materiale. Questa era la cosa più bella che poteva, che voleva regalarti! La sua convinzione più vera? Amare veramente le persone voleva dire portarli all’Eucarestia. Guarda che la cosa a dell’incredibile! E ancora oggi quando ci penso mi dico che Tone era fuori dalla norma, dal comprensibile. Era irraggiungibile… Qui, a S. Nicolas, ci ha aiutato molto, soprattutto con i più piccoli e quando questi diventavano grandicelli un po’ si staccavano da Tonino. O forse era lui che preferiva la semplicità e ingenuità di chi era ancora puro.

Quando lo rimproveravo dicendo che doveva prendere posizione, che doveva reagire, che era necessario si ribellasse…lui mi diceva di lasciar stare, che quelle cose non contavano, non valevano… Una volta gli ho persino chiesto come faceva a voler bene a una come me. Rispose chiedendomi come facevo a voler bene a uno come lui”.

E mentre parla, Adriana (lei non se ne accorge nemmeno) cita Padre Tone usando il verbo presente, come se il missionario fosse ancora lì. Non fosse mai morto.
Poi Adri, così la chiamava don Antonio, sfila da un cassetto alcuni quaderni, certi scritti…, qualche lettera. Generosamente me li consegna, me li affida e senza premeditata intenzione incomincia a leggere quelle pagine ricolme di appunti, pensieri, preghiere.

E mi tocca ascoltare il pianto dolce e sincero di questa donna bresciana che lì a S. Nicolas è madre e regina.
Un buon “governo” il suo.
Difficile sostituirlo!