Torbole Casaglia: doppio nome di una località che abbina, entro la propria denominazione comunale, l’appaiamento bipartito di una duplice toponomastica locale.

Allo stesso modo, pare che la diffusa iniziativa delle “panchine rosse”, ispirata ad una solidarietà di genere, risulti, in questo paese, effettivamente accresciuta, in una simbolica misura oltremodo raddoppiata, rispetto al consuetudinario target più generale, come, altrove, cioè, tale proposta risulta attuata, in una frequenza sempre più capillare, con la semplice variante del provvedere, in tali più frequenti casi, a pitturare di rosso una fra le panchine, presenti come pubblica pertinenza, ad uso sociale, nella sua da sempre invalsa grandezza.

A metodica adottata per divulgare una protesta contro la violenza, perpetrata, nel mondo, a danno delle donne, tali panchine sono tinte del rutilante colore divenuto imprescindibile per conformare, questa operazione di sensibilizzazione, in un modo ovunque riconoscibile.

La panchina rossa di Torbole Casaglia
La panchina rossa di Torbole Casaglia

Non solo la cromia, per così dire sanguigna, ma anche la misura tridimensionale, qui, è stata proporzionata ad una gigantografia surreale, quasi a voler ulteriormente implementare il messaggio che vi è incluso nella sua praticata formula originale.

Non ci si confonde, a coglierne il significato, nel messaggio scritto sulla carta plastificata, stesa lungo lo schienale della panchina stessa, del tutto enorme nella sua atipica dimensione esponenziale, quasi fosse destinata a chi svettasse in un’altezza esagerata, completamente al di fuori di quella che, all’essere umano, uomo o donna che sia, può risultare associata e naturalmente propozionata.

Tale messaggio cadenza, in versi lapidari, quasi volendo rincorrere una lirica, stilisticamente, libera e vaga, il promuovere una poetica che è confacente al nesso significante di un manufatto eclatante, facendosi apportatrice, nella struttura di un ingombro così volutamente appariscente ed impattante, che: “Per tutte le violenze consumate su di lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la bocca che le avete tappato, per la libertà che le avete negato, per le sue ali che avete tarpato, per tutto questo, in piedi, signori, davanti ad una donna.
William Shakespeare”.

Pari alla consegna metaforica, espressa nel messaggio dell’accennato componimento shakesperiano, dinnanzi a questa grande panchina, non si può che rimanere in piedi, a meno che uno ci si arrampichi, oppure che sia alto quei suoi buoni metri che sono utili a consentire di mutare la posizione, prima eretta, nello distendere, una volta sedutosi in cima, i piedi.

Un monumento, più che una suppellettile, solitamente a corredo di un possibile utilizzo a cielo aperto, nello spazio associatole a suo riferimento, che vede tale appello educativo presentarsi sul sagrato della chiesa della parrocchia di Torbole che, giuridicamente, rientra nella ragione sociale, condivisa insieme alla attigua frazione di Casaglia, a motivo della definizione di quella omogenea realtà comunale che, a pochi chilometri da Brescia, segna, progressivamente, uno dei passaggi fra gli abitati interessati all’antica strada provinciale, nel collegamento del capoluogo bresciano con l’oltre fiume Oglio, in un inesorabile rettilineo, funzionale ad asservire i luoghi e le destinazioni che si pone ad attraversare.

Questa vistosa installazione attiene ad una zona, dove, unitamente alla chiesa che le fa da sfondo, si situa, in fronte ad essa, anche la caratteristica costruzione dell’asilo “Deretti”, edificato con i mattoni prodotti dalla omonima fornace, anticamente funzionante nel territorio di questo paese, in cui, per il tramite della sopravvivenza di tale opificio, fra i campi coltivi, secondo i segni infertigli dall’andare del tempo e dal subentrato abbandono di ogni suo funzionamento, rimane una significativa impronta architettonica d’archeologia industriale, con tanto di ciminiera visibile dallo sfondo agreste pianeggiante, per mezzo del risalto della vegetazione che vi è esorbitante.

Un incrocio viario, a perpendicolare con la strada provinciale, pare condensare la prossimità del traffico attorno a questi rispettivi ambiti valoriali, fra il trascendente della chiesa compresente, una sede ricettiva per le giovani generazioni dalla vita incipiente e ciò che resta della tradizione di un pure attiguo oratorio, nell’orbita di un porsi a comunità, con gli ideali testimoniati a comune patrimonio trainante.

Una istallazione, forse permanente, forse in linea, chissà, senza saperlo od, al contrario, avendolo, invece, presente, con il circuito interocorrente delle “panchine giganti”, (Le panchine giganti in Lombardia: allestite altrove per utilità ed amenità turistiche, intanto che, la grazia celeste lo consente, fino a quando, come nel caso di un forte vento irriverente che ha indotto, in sicurezza, a spostare questa panchinona rossa contro il muro, strutturalmente alla sue spalle incombente, nei capricci misteriosi ed ineludibili di una eterna primavera passeggera, attraverso un fugace punto di svolta coincidente).

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