In tema di “Madonne”, questo ambiente campestre sembra divenuto di loro pertinenza. Vicino all’imbocco con la perpendicolare che incrocia la strada verso l’antica “arciprebenda”, ovvero la cascina “Piantone”, c’è una panchina rossa, dedicata al “gentil sesso”, mentre, nel proseguire, lasciando a destra, tale seduta che è tirata a lucido come un rossetto tra i più carichi ad effetto, ecco che si profila la santella devozionale dedicata alla Madonna, quale ulteriore riferimento, al femminile, di questo angolo di campagna superstite, alla periferia di Travagliato.

Ci è voluto dell’impegno, sia per fare l’una che l’altra opera. L’improvvisazione non è, né di tale esemplificazione, realizzata sul posto, emulando l’iniziativa di una sensibilizzazione contro la violenza alle donne, né del circostante manufatto religioso, fatte le debite distinzioni, parimenti inneggiante a quella figura femminile che, anticamente, trasferiva il proprio titolo anche ad altre, da reputarsi tutte quante “madonne”, nel senso di signore, donne onorate e rispettate, come caratterizzazione “a quota rosa” di una semantica, nel frattempo, evolutasi, mediante il significato delle parole, in una ormai, perduta tradizione.

Questo rettilineo di strada, come estensione a braccio di una croce tracciata nel contesto di un quadrivio che, fra i campi, aderisce ai quattro punti cardinali, ha, in questo modo, due segni esplicativi al femminile, conformandosi territorialmente, in tutta lunghezza, alla linea del sole che, quando cede al tramonto, vi entra, a tutto tondo, dall’orizzonte, introducendosi negli spazi aperti di questo luogo agreste, interessato, secondo una duplice attestazione incombente, ad una certa ed ormai implicita sensibilità verso le donne.

Da un lato, Maria Santissima, presente nell’opera figurativa inclusa nella santella, popolarmente denominata, “del Danàt”, e, dall’altro, una panchina di un rosso vivo, dove, tanto per non lasciare nulla al caso, sussiste anche un’apposita targhetta con scritto sopra: “Un piccolo e doveroso omaggio a tutte le donne del mondo”.

Tra due oleandri, sullo sfondo del granoturco ancora imberbe, la panchina segue il corso della strada sterrata, oltremodo frequentata, per la diffusa necessità, sempre più conclamata ed appalesata, di un’interazione ambientale dinamica, ricercata da quanti si spostano a piedi o con vari mezzi, per fare movimento.

Una segnaletica verticale indica le direzioni a possibile sviluppo della “via Naturosa”, come percorso ambientale, che esorbita da questo luogo, in sé e per sé, rifacendosi complessivamente ad un lungo itinerario intercomunale che va oltre la santella stessa “del Danàt” ed anche al di là della, ormai da tempo, abbandonata risorgiva della “Bissa” che pure è nei pressi di questa zona agricola.

Il rimando, esercitato nei pressi, alla caratura mistica della antica santella pendente del “Dannato”, avviene sopra la panchina stessa, dalla appariscente tinta unita a tutta vista, essendo che si può, fra l’altro, notarvi un crocifisso, collocato sopra un albero, fra quelli di pioppo, che sembra le facciano, da dietro, una cornice prospettica, dal momento che, un paio di tronchi tarchiati, slanciano, in verticale, la propria capitozzata altezza, comunque esorbitante su di essa, pur essendo stati decapitati, nella loro presumibile ed ulteriore prospicienza al cielo che ne attira l’ergersi dalla terra.

Rare le panchine nelle campagne. Del tutto insolite, se le stesse risultano, addirittura, investite da un messaggio valoriale che, in questo caso, si allinea, in un certo qual modo, sul posto, a quello, analogamente fatto di contenuti e proposto in una evanescente coniugazione con il trascendente, per mezzo di una santella che tradizionalmente reca il 1053, come remota datazione di tutto un suo inafferrabile passato corrispondente.

Anno resistito ai vari avvicendamenti artistici che ne hanno interessato l’aspetto, come, in ordine di tempo, alla mano stilisticamente gentile e signorile del compianto artista Luigi (Gigi) Casermieri, rispetto alla versione attuale del manufatto, realizzato insieme a Liliana Confortini, con la rappresentazione della Madonna sedente, incoronata di perle, fra altri due inginocchiati emuli del Cristo ai suoi piedi.

Innanzi a tale composizione a cielo aperto, il sole ritma, ogni giorno, la liturgia della sera, affacciandovisi in una sorprendente linea retta, nel suo abbassarsi verso la strada prospiciente, mentre, all’avvicendarsi della conclusione di un altro giorno, è l’incombere di una sosta, simboleggiata dalla seduta rettangolare della vicina panchina, ad interpretare l’indugio nel subentrato riposo, mentre la campagna si accinge a ritirarsi nel buio dove ricomporre in ordine le ombre che le ore di luce vi hanno rilasciato, nello spazio di un altro ed ulteriore sviluppo giornaliero, consumatosi nell’inesorabilità del tempo.

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