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città di bresciaNon si sa se le fosse già stato affibbiato un qualche nomignolo, sul genere di quei vezzeggiativi ispirati a certe simpatie mosse anche dalla curiosa espansività verso quegli animali che, l’allora zoo di Brescia, custodiva in castello, in cima al colle Cidneo, in alcuni appositi spazi riservati.

Ciò che, fra l’altro, di questa creatura, tramanda il quotidiano “La Sentinella Bresciana” del 30 aprile 1913 è che, fra gli esemplari del frequentato giardino zoologico “quella che più attirava l’interesse e gli sguardi era invece una magnifica pantera – Felis Pardalis – Dimentica dell’antica ferocia, si lasciava accarezzare facendo le fusa e buttandosi supina con le gambe all’aria come una buona gattina. Essa dovrebbe andare accompagnata con la pantera che già esiste in castello, ma per timore non abbia a succedere un nuovo dramma in famiglia, verrà invece collocata in un reparto speciale”. 

Si era in un periodo di novità per questo tipo di organizzato repertorio vivente di animali, anche esotici, che, all’epoca, si potevano avvicinare all’interno della disarmata fortificazione cittadina, in quanto la stampa locale, nell’accennata edizione del medesimo giornale, informava a proposito del fatto che “un carrozzone degli allevatori Mafelsteiner di Hannover saliva ieri pesantemente i viali del Cidneo ed entrava trionfalmente in quella che fu la fossa dei Martiri, trainando i nuovi venuti. Abbiamo avuto campo di ammirare poco dopo i primi abitatori ufficiali del Giardino poiché gli orsi  e la pantera che da circa un anno abitano il Castello non erano che un primo tentativo di acclimatazione e d’ambientazione”.

Ad una pantera, in pratica, se ne aggiungeva un’altra, computando la somma raggiunta nella proporzione di quel totale che poteva fare stimare in una ventina la cifra complessiva degli animali accuditi durante la fase crescente di una pubblica attrazione strutturata funzionalmente che, dello zoo, ne manifestava la ricercata realizzazione, secondo uno specifico allestimento cittadino in evoluzione, poi, nel tempo, destinato a declinare nella fase di un’opposta manifestazione che ne ha, invece, completamente sguarnito ogni correlata iniziativa di esibizione, fino a restituire vuoti gli spazi, prima occupati con gabbie e recessi recintati, come se mai fossero stati utilizzati, per l’ambientazione coercitiva nella quale gli animali erano stati prima imprigionati.

Un paio di giorni pare sia stata la misura del tempo impiegata dalla Germania per raggiungere la città preparata a dar posto a quella serie di animali che anche nel numero de “La Provincia di Brescia” del medesimo 30 aprile si trovava ad essere inventariata nell’informazione che nel merito ne era data: “E’ ora di dire qualche cosa intorno alle nuove bestie che sono veramente feroci. Cominciamo da una leonessa della Nubia, una giovinetta molto simpatica, catturata dallo stato selvaggio ed ancora un po’ selvatichina. Oggi era molto contrariata e non ha voluto confessare il perchè neanche offrendole della carne fresca. Abbiamo visto poi sette lupi diversi della Polonia e della Siberia. Anche loro erano un poco ringhiosi, ma il domatore ci assicurava che i lupi di solito restano lupi anche nei serragli”.

Tra le varie fiere fameliche che particolareggiavano l’entità dell’afflusso animale proveniente da Hannover, giunto alla stazione di Brescia, “direttamente dal magazzino di bestie feroci del signor Herbert Malfertheiner”, si può constatare che, nel fedele taccuino del cronista, aveva trovato un posto particolare l’appunto dedicato a quel felino che, nell’articolo citato, aveva avuto modo di essere  rappresentato, nella descrizione sviluppata a seguito dell’impressione che “molto più educata ci apparse una pantera di un colorito vivace e di carnagione fresca venuta dall’Asia. Quando le abbiamo dato una pagnocca ha fatto delle smorfie molto graziose e ci ha offerto imprudentemente una zampa”. 

L’animale pare fosse, oltre che mansueto, anche in bella compagnia con quanto, da una vicina dislocazione, interpretava, nella figura di un altro mammifero, l’attrattiva sperimentabile nei panni autentici di un plantigrado, instillando, nelle più concentrate misure di altrifelis pardalis2menti impensabili geografie, le peculiarità animali solitamente sparse nel mondo, secondo piani di inconciliabili e di invisibili simmetrie che, ad esempio, a fronte di una pantera di origine asiatica, permettevano di fare appurare, nei circoscritti e comuni paraggi, “un robusto orso dei Carpazi che ci salutò nitrendo come un cavallino. Visto che noi lo prendevamo per ischerzo si è messo a barrire con slancio, senza scomporre la nostra sicurezza protetta da potenti sbarre di ferro”. 

Sbarre che si innalzavano eloquentemente a qualificare quell’ambiente dove un solerte apparato, catalizzatore di un intervento volto a configurarne l’anelito ispiratore, rendeva possibile a quei giorni l’attribuzione della sommaria ammissione che ne “La Sentinella Bresciana” del giorno sopra menzionato recava la chiara precisazione che “il nostro giardino zoologico, costrutto con vero sentimento d’arte e perfetta cognizione d’ambiente, per merito, specialmente del cav. Graziotti e del barone cav. Alessandro Monti, ha acquistato nuovi abitanti”.

Fra gli animali sopraggiunti, sull’onda di un forzato esilio, come nuovi inquilini dei luoghi riservati alla soluzione del costringerli a vivere fra loro, in un certo qual modo, vicini, non poteva, forse, mancare l’esemplare che, alla città di Brescia, costituisce il noto simbolo tradizionale, sancito nella sua caratterizzazione locale da quel frammento di poetica carducciana che è implicitamente invalsa in una notevole presa sia folcloristica che culturale: “Una giovane leonessa, Felis Leo, è la prima della squadra. Quantunque giovanissima sa però mostrare tutta la ferocia della razza. Infatti, davanti ai pochi ammiratori di ieri, mandava dei brevi ruggiti e mostrava dei denti abbastanza temibili. E bisognava guardarsi bene anche dall’avvicinarla poiché non sopporta, a quanto pare, la compagnia d’estranei. Felis Leo infatti è tra i congeneri, la più cattiva specie quando è allo stato selvaggio, al suo Paese d’origine che è la Nubia, regione dalla quale piglia anche il soprannome di nubiana”.

Oggi, ormai da parecchio tempo chiuso lo zoo, se la leonessa ha mantenuto posto ideale nel blasone di Brescia, pare che agli altri animali sia toccato invece metaforicamente il vagare raminghi nella libertà ritrovata sulla via di casa, come quella pantera che, vari decenni dopo, sembra dissimulare, nella Franciacorta, la natura esotica del proprio lontano altrove, per mimetizzarsi tra gli orizzonti dei luoghi dove, delle sue fattezze feline, la stampa contemporanea ne ha riferito se ne sia avuto il sentore.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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