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Elisa le curve le sente prima sulle dita. Poi la trazione abbraccia il resto del corpo, improvvisa come la scossa di adrenalina che corre lungo tutta la gara e ha la stessa intensità dei suoi comandi.

“Trenta. Attenzione, tornante sinistro. Destra 4, sinistra 3, due tempi. Chiude”. Numeri, per raccontare il raggio delle curve e la lunghezza dei rettilinei. Parole, poche, nel vocabolario del road book, per vincere una corsa. E di gare Elisa ne ha già vinte diverse: tre con lo stesso pilota, sei i podi all’attivo tra secondo e terzo posto. Lo racconta, sulle pagine di SuperAbile Inail, Teresa Valiani.

Nonostante la sua strada sia tutta in quelle dita affusolate che accarezzano al buio le indicazioni in Braille, Elisa Moscato, classe 1982, di Bergamo, è una delle pochissime donne cieche, italiane e nel mondo, co-pilota nelle gare di rally: una passione che le ha permesso di superare molti ostacoli, compresa la malattia congenita che all’età di 17 anni le ha portato via la vista. L’altra metà della gara è tutta lì, nelle sue mani sulla barra Braille, nella voce ferma e in quelle immagini rimaste impresse nella memoria.

Ora la sua storia e la sua passione sono raccontate nell’ultimo lavoro di Daniele Costa, Il Circuito, con cui il giovane videoartista (26 anni) è entrato nel mondo di Elisa e delle gare di rally “per raccontare il buio con la luce”.

“È iniziato tutto mentre assistevo a una partita di palla avvelenata con ragazzi non vedenti”, spiega. “A un certo punto si sono spente le luci ed è rimasto solo il suono dei loro passi e dei movimenti. In quel momento è scattata l’idea di affrontare lo spazio in maniera diversa. Di farlo con un video, in una sorta di corto circuito: perché attraverso uno strumento visivo avrei parlato di cecità”.

La passione dei motori, invece, per Elisa ha radici profonde legate a doppia mandata ai ricordi e all’amore per il papà, Claudio, scomparso da dieci anni. “Buona parte del tempo che ho trascorso con mio padre”, racconta, “è stato sul sedile della sua auto. Ed è stato lui a trasmettermi questa passione. Amava le auto e ne possedeva diverse. Le immagini più vive che conservo sono quelle di una Bmw 318 e una Porsche 911”.

La voce si incrina, le pause sono più lunghe mentre la mente riaccende la luce di quei giorni. “L’esperienza dei rally”, dice Elisa, “mi ha permesso di migliorare nei rapporti con gli altri. Anche tutte queste connessioni legate alle gare non avrei mai pensato di riuscire a gestirle in questo modo. Intervengo in pubblico senza troppi problemi e non lo avrei mai immaginato. Io per prima mi stupisco della sicurezza che questa esperienza è riuscita a darmi. Ogni gara mi ha offerto la possibilità di un’evoluzione.

L’equipaggio non resta fisso, e non è semplice perché bisogna entrare in sintonia con il pilota, ma è piacevole perché ti metti in discussione, cerchi di capire, cresci. Per me lo sport è anche questo: un’idea alimentata da una passione che può essere condivisa con altre persone e che si concretizza nel raggiungimento di un obiettivo”.

“Il cortometraggio, girato all’interno di un veicolo durante una gara di rally con cinque telecamere e otto microfoni”, fa sapere una nota della produzione, “indaga il circuito che unisce i diversi stati di comprensione della realtà di Elisa Moscato: tatto, propriocezione, immaginazione e memoria visiva rimasta, capaci di mescolare esperienza e sensazioni ricevute in quei frangenti e di rielaborare il proprio spazio e i propri confini in relazione e grazie agli altri sensi”.

Sullo sfondo, ma con un ruolo di primo piano, c’è il Progetto Mite, una scuderia di Brescia grazie alla quale ciechi e ipovedenti, forniti di road book ingrandito o in Braille, svolgono il ruolo di navigatori in competizioni di regolarità e rally, gareggiando alla pari con gli altri equipaggi.

Unico al mondo, il Progetto Mite nasce nel 1998 da un’idea di Gilberto Pozza e il nome è l’acronimo della parola “insieme” in quattro lingue diverse: tedesco, italiano, inglese e francese (miteinander, insieme, together, ensemble).

Una cinquantina le persone dell’organizzazione, una trentina i co-piloti ipovedenti o ciechi passati nella scuderia in questi 15 anni, una decina quelli attuali, tra i 35 e i 50 anni, per la maggior parte uomini, con una “quota rosa” rappresentata da tre ragazze, tra cui Elisa. E gare in Italia e nel resto del mondo, dove l’esperienza lombarda non finisce di stupire.

“Non c’è bisogno di una preparazione specifica”, spiega Pozza, “ma è indispensabile saper leggere il Braille. Il resto lo fanno passione ed esperienza e il risultato è straordinario. Tanto che spesso gli altri concorrenti seguono l’equipaggio misto perché sono sicuri che non sbaglia.

Un navigatore vedente può essere distratto da mille cose, il nostro co-pilota invece è sempre concentrato. Fuori dai circuiti un cieco è accompagnato, in macchina non guida ma comanda lui perché le sue indicazioni sono essenziali: è qui che si stravolge, rovesciandola, l’idea di “accompagnamento”.

Nel 2020 l’Unione italiana ciechi e ipovedenti compie 100 anni e ci piacerebbe che per la prima volta alla Mille Miglia partecipasse una navigatrice cieca. Abbiamo già prenotato l’auto e diverse persone stanno lavorando a questo progetto”. 

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Redattore Sociale
Il Network di Redattore sociale raggruppa diverse iniziative di informazione, documentazione e formazione sui temi sociali. A promuoverle è la Comunità di Capodarco di Fermo, dal 1966 una delle organizzazioni italiane più attive nell’intervento a favore di persone in difficoltà e oggi diffusa in varie regioni. Motore di questa rete è la redazione dell’Agenzia giornalistica quotidiana Redattore sociale, nata nel febbraio 2001 ed oggi attiva su un portale web riservato agli abbonati.

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