Nel “dannunzianesimo” in uscita, tanto in voga, nel dare, pure, confidenza alle tendenze della più odierna contemporaneità, capita, al di là di questi costanti sforzi di aggiornamento, adottati per intercettare sempre nuovi compagni di viaggio da piegare alla memoria dell’illustre poeta, di incappare, invece, in tracce storiche già radicate che il medesimo personaggio aveva personalmente lasciato lungo lo strascico delle orme minime di un suo più vasto itinerario, anche direttamente sviluppato nel territorio bresciano.

Chiara esemplificazione di questo aspetto, è l’edizione de “La Rivista del Garda” del primo ottobre 1922, recante, nel tema, un testualmente presentato “Ritratto di Luisa Baccara”, sottoscritto da Gabriele d’Annunzio, al tempo del suo, se non fosse chiaro, lungo stabilirsi sulla sponda gardesana bresciana.

L’attacco di queste note è nell’intima impronta delle sensazioni di un ricordo particolare, messo in accostamento alla figura femminile presa a riferimento e già salutata, nel titolo in argomento, con il qualificante sostantivo di “La maestria”: “(…) mi pare di aver letto in un dialogo di Vincenzo Galilei “sopra l’arte di bene intavolare e rettamente sonare la musica negli strumenti artificiali di corde e di fiato” o forse altrove, come la figlia di non so più qual cavaliere o console di Roma fosse nata con sei dita per mano, ben disposte e in che modo potesse di un simile portento avvantaggiarsi (…)”.

Un’ispirazione, colta nello stratificato gettito culturale del poeta, che, come citazione, gli era utilmente valsa per adattarvi una sorta di paragone, dedicato alla donna in questione, quale abile pianista e qui soggetto di un raffronto lusighiero traslato fino ad esorbitare in una sovrumana eccezionalità argomentata nella sua esclusiva caratterizzazione: “Il caso mi ritorna alla memoria mentre guardo le mani di Luisa Baccara trattare la tastiera con una potenza e una larghezza fuori di misura. Come ci fu chi aggiunse un nuovo nervo alla cetera ereditaria e moltiplicò gli accordi, così sembra che ella sia riuscita per miracolo a rendere più numerosa la sua maestria. (…)“.

La brava pianista veneziana, nelle grazie del poeta, veleggiava su uno spumeggiante incresparsi di diffuse eco poetiche, sul fluido profilo della stilistica rivelatrice dell’autore, sia per la tipica originalità di un dato empito lirico compositivo che per alcuni aspetti storici compromessi con altrettanti elementi biografici dello stessto d’Annunzio, in quanto, in queste due pagine del periodico bresciano, non si manca di rimarcare che “(…) Eppure quel che più meraviglia in questa flessibile grazia è la sua potenza subitanea, il suo modo impetuoso d’intraprendere le grandi sonorità veloci: la pienezza e il tumulto. Perciò, molto cara ai più squisiti uditori, ella è capace di sollevare una folla di soldati rudi e di inebriarla (…)”.

Gabriele d’Annunzio e Luisa Baccara (seduta nell’erba) a Gardone Riviera

Ancora riferendosi all’impresa di Fiume (1919 – 1921), pare che fosse propria anche del canto quella ulteriore abilità che, in un diretto contributo di memorie, era attribuita a Luisa Baccara (1892 – 1985), figura di rilievo, per la vita del poeta, dal momento che, in ordine di tempo, è stata l’ultima sua compagna, proprio in coincidenza con i vari anni di residenza a Villa Cargnacco di Gardone Riviera, prima di tornarsene, dopo la morte di lui, nella sua Venezia.

Alla riconosciuta abilità canora della donna, colui che, all’epoca di tale appendice bellica, era inteso come “Comandante”, proseguiva con lo scrivere che: “(…) Ella rappresentava in carne quell’estro del canto che torse dalle quattordicimila croci di Ronchi senza pace e venne con noi nella notte garibaldina, e invasò la nostra impresa; e da allora accompagna i nostri passi per tutte le strade che vanno all’avvenire. Cristo è con noi, che dal Calvario scende./ Fuori i barbari!/ Fuori i barbari!/ Italia! Italia!/ Qui si combatte e non si piange più”. I fanti s’erano aperto il varco fra le sedie trattandole come cavalli di Frisia. E s’accalcavano intorno alla intonatrice impavida, attentissimi alla sua misura. E gli Arditi chiamati come gli Achei levavano i pugnali a ogni ripresa e le facevano intorno un serto di vendetta. – Italia! Italia! Noi vinceremo o moriremo in te- “. (..)”.

Estemporaneità canora a parte, quello che più, pare, avesse ispirato il poeta, nell’aderire alle celebrative vie di un omaggio espresso verso la protagonista di questo testo dedicatole, era il suo talento da pianista, al punto da evidenziare, ancora traendovi il nesso con l’avventuroso e concluso contesto fiumano, che “(…) Questa piccola italiana indomita è una viva forza della città di vita. Dove la vittoria sta nel perseverare questa perfezione fatta di perseveranza è un esempio animatore. I Legionari si levano in piedi, nella sala folta, per seguire con gli occhi attoniti il gioco delle mani possenti. Restano come sospesi al mistero di quella maestria sovrana. Sentono di quanta esperienza, di quanta insistenza di quanta fatica, di quanto coraggio, sia nato quel miracolo che li rapisce. Sanno che cosa sia l’addestrarsi, che cosa sia l’allenarsi che cosa sia il movimento preciso e il colpo al segno. Amano e ammirano quasi una compagna di guerra, in quella piccola creatura energica “bruna come l’oliva” che, in certi momenti, sembra trasporre nella sua arte l’ardore e il vigore dell’assalto. (…)”.

Il destreggiarsi da eccellente pianista della stessa interprete delle esibizioni colte da d’Annunzio ed espresse in questo suo scritto, pubblicato solo dopo alcune settimane dalla caduta da lui subita a Gardone Riviera, attraverso una finestra di Villa Cargnacco, precipitando all’esterno dell’ambiente dove pare che Luisa Baccara stesse suonando il pianoforte, era ulteriormente sottolineato nel circostanziarne la bravura in un ambito anche privo dalla specificazione di chi ne fossero gli uditori: “(…) I grandi periodi sorgono dalla percussione con una evidenza poetica che io posso trascrivere. La tastiera breve, ampliata dall’ampiezza del tocco, diventa sinfonale, Dal corpo supino dello strumento nasce la visione di una selva di canne. L’anima dell’organo attraverso le corde coricate. La pedana bassa è un’area cantoria. Tutte le linee si innalzano. Percossa la nota rimbaza al vertice. Si pensa al motto: Percussus elelor. (…)”.

Oltre alla definizione di un possibile motto, appena riportato, caro all’uso di chi, qui, ne faceva conio per spesso, ovvero anche in altri casi, catturare le maggiori ed emblematiche caratteristiche sfoggiate in modo da averne avuto attirata la propria attenzione per la dotta ideazione di una correlata investitura, tutto quanto, effettivamente, era valso per un ritratto a Luisa Baccara era pure la puntigliosa sollecitudine del descriverla in modo da attribuirle che “(…) La forma è ridotta all’essenziale dalla perizia: tutta muscoli e tendini e giunture simili agli organi di uno strumento animato e affinato dall’assiduità delle sue proprie vibrazioni. Il vigore è ambidestro. Si distribuisce egualmente in tutte le dita: l’anulare è forte quanto il pollice. Ma a riprova tecnica del verso goethiano, la vera forza creatrice risiede nalla falange che porta l’unghia. (…)”.