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Francesco, il maggiore per età, sta ad Enrico, più giovane, per una coppia di fratelli che, della famiglia Masala di Cogoleto (Savona), hanno in comune la pittura come modalità espressiva di una propria rispettiva dinamica creativa.

L’uno e l’altro si son presentati in una mostra congiunta nella sede degli artisti di Varazze per una settimana del mese di giugno nella quale il programma di questo locale sodalizio artistico ha inteso prospettare, per il 2021, un diversificato corso di eventi espositivi, giunto ai fratelli Masala, in ordine tempo, dopo l’analogo appuntamento esemplificativo con i dipinti della pittrice Paola Defilippi e prima dell’allestimento, invece, riservato, appena dopo loro, nel medesimo ambiente varazzino di via Malocello, all’artista Rosa Brocato.

L’appaiamento familiare, coincidente con l’esposizione di opere che li ha riguardati in questa località di mare, ha consentito la naturale coesistenza di stili espressivi differenti fra loro, senza eludere il concomitante confronto che, nei confronti dell’uno ed in relazione all’altro, si è venuto strettamente a creare, in una implicita gamma di distinte peculiarità, ascritte alla loro differente codifica compositiva, affinata, nel tempo, da una personale ricerca creativa.

Come recitano, fra l’altro, i pieghevoli divulgativi presenti in mostra “(…) la pittura di Enrico Masala si avvicina ad un verismo neoclassico tendente all’iperrealismo (…)”, analogamente ad alcune considerazioni espresse a lettura, invece, dell’arte di chi ha ispirato, in questo caso, la prof.ssa Mattea Micello, nello scrivere, pure, che “(…) Di notevole fascino è la pittura di Francesco Masala. I suoi paesaggi non sono imitati, ma interpretati. Lo spazio urbano si arricchisce di edifici e di strade estroflesse. La veduta urbana è trasfigurata, inedita, ma non priva di una narrazione minuziosa e sensibile ai dettagli per accogliere ogni sollecitazione emotiva. (…) Tutti gli elementi rappresentati si sviluppano mediante torsioni e modulazioni proponendo infinite variazioni di visualizzazione degli stessi. Ne risulta una composizione insieme potente e instabile per lo scontrarsi e l’inclinarsi dei volumi che creano dilettevoli suggestioni di movimento sonoro. Lo squarcio urbano è come all’interno di un tema musicale, sempre nuovo, vario, ora assume accenti esaltanti, ora euforici, ora felici”.

Con i colori ad olio, le opere di Enrico, e con quelli in acrilico, i dipinti di Francesco, seguono strade nettamente diverse ed inconfondibili, manifestando soluzioni specifiche, a tutta apparenza, rivelatrici della mano dell’uno, piuttosto che dell’altro.

Certamente, il confronto, quando avviene, come pure stavolta, in un’esposizione sotto lo stesso tetto, non è da necessariamente fare convergere nella conciliabile similarità di somiglianze condivise, ma piuttosto, nel rilancio di una molteplicità di ispirazioni che coniugano l’arte pittorica a modalità ricche di variabili, di formulazioni , anche impensabili, e di prospettive, quindi, proprie in un paradigma di codifiche personali indivise.

Ne deriva l’opportunità effettiva di una duplice testimonianza, stemperata in una manifestazione unitaria che, nell’ambiente d’ingresso di questa tradizionale sede espositiva, ha raccolto una serie di dipinti di Enrico Masala, mentre nel prosieguo dell’allestimento, si è trattato delle opere prodotte nell’ambito di quella diretta consanguineità, rispetto a tale autore, che in Francesco Masala delinea artisticamente la convinta profondità compositiva di un proprio laborioso estro inquisitore, tanto nei riguardi della solerte e fantasmagorica applicazione pittorica, quanto in riferimento alla disinvoltura grafica, altrettanto associata ad una liberalità gestionale, tutta propria, del colore.

L’eleganza sobria, pacata, tradizionale e volutamente pulita, senza sfumature e ripensamenti, dello stile fedele al vero, quasi, non di meno, ma molto di più, di uno scatto fotografico, è, in Enrico Masala, l’assiduo periodare di una scelta di campo espressiva per le proprie tele, mediante una affascinante navigazione in un portolano figurativo che approda sempre, in un modo riuscito, ad un porto sicuro.

Intervenendo nella rappresentazione di quanto ispiratogli, Francesco Masala, pare voglia superare tale visione, comunque, orientata ad un indugio di interazione con il mondo reale, per una sorta di spontaneo apporto di valore aggiunto, sia nell’intervenire sul piano dell’opera stessa con tanto di spatola che di ragionate graffiature, oltre che, ad esempio e tra altri aspetti, con sovrapposizioni grafiche, secondo una vaga ascendenza, se la si vuol cogliere, un poco hippy.

Anticonformista, disponibile ad una rivisitazione di quell’obiettività che attiene normalmente ad una peculiare strutturazione ricorrente, come la stessa risulta sperimentabile, in una tangibile fonte di ispirazione che è, a sua volta, motivo di una riflessione corrispondente, questo artista tocca anche traguardi concettuali, rasentando il simbolismo di alcune sue interpretazioni, nel modo in cui tutto ciò, per altro, avviene nella significativa complessità di un dato suo contesto pittorico, evidentemente costellato da una sua immedesimazione in aspetti speculativi, fra indizio e messaggio, che si effondono in palpiti contemplativi.

Un volenteroso studio della figura pare, in ogni caso, centrale a questo autore, come, in altro modo, nel fratello Enrico, pittori emuli di uno sguardo curioso ed intrigante verso la realtà che sorprende, poi, nella loro rispettiva mediazione artistica, vuoi per la capacità di un linguaggio che ne cavalca l’eco creativa, quasi fosse di questa una evoluzione continua, vuoi per la proprietà di un combaciare, della stessa, secondo contorni giustapposti, attraverso la fecondità di una atmosfera di fondo onirica o estratta in una soggettivazione essenziale che, al tutto, è ghermita, in una fedele riproposizione del reale alla quale tale metodica si apparenta, in una originale versione pittorica di fatto conseguita.