La polenta può essere rossa? Pare che a Leno, questo piatto popolare abbia abbandonato il giallo tradizionale, a favore di un altro colore, in una sorta di insolita mutazione, rispetto alla versione originale della quale si dava notizia nella stampa locale.

Era il 1892, nel periodare del 17 agosto, quale data tracciata dalla sorprendente variazione cromatica per la notizia che di tale stridente pigmentazione ne dava “La Sentinella Bresciana”, andando a specificare che “In questi giorni a Leno, in una casa di contadini, si è constatato che la polenta, dopo poco tempo che è scodellata, diviene di un bel colore rosso sulla superficie esterna. Questo fenomeno, imputabile non sappiamo a quale causa, ha vivamente impressionato il popolo che si abbandona alle più superstiziose spiegazioni”.

All’epoca, i passi degli eventi, cadenzati nella quotidianità, erano misurati giornalisticamente entro l’orbita dell’esigua pertinenza della lettura praticata da pochi, ma, al medesimo tempo, asseverata dal genere di un mezzo editoriale avvalorato, per un possibile modo appropriato al poter attingere ad un certo sapere, riguardo a ciò che, altri simultanei canali di informazione, ancora assenti, a differenza di oggi, non consentivano, ancora, di ottenere, nel rischio odierno di far passare anche notizie non veritiere.

In pratica, la proporzione, fra i lettori di allora e la stampa, in quel tempo a disposizione, era sovrapponibile alla mediazione confutata su quei contributi dei quali se ne sviscerava la sostanza nel merito, anche se, a volte, gli stessi resoconti apparivano contornati da sfumature estemporanee di curiosità aneddotiche, che non derogavano, comunque, in sprovvedutezza, circa un dato di fatto, con l’incertezza tendenziosa dell’improvvisazione.

Proprio a Leno, in quei giorni, un parlamentare, originario di Desenzano del Garda, vi giungeva a destinazione. Ulisse Papa (1844 – 1913) deputato formatosi nella passione politica zanardelliana, ovvero della sinistra liberale democratica, banchettava, in questa località della Bassa Bresciana, chissà se sperimentando, in un qualche modo, l’aleggiante fenomeno della metamorfosi culinaria accennata.

L’allora sottosegretario di Stato, giunto da Bagnolo Mella nel grosso di un corteo di carrozze, a margine dell’accoglienza generale, era osservato dal giornale “La Provincia di Brescia” del 18 agosto 1892, nel particolare conviviale che emergeva nel raccontare pure che “(…) visitato quanto in Comune meritava essere visitato, l’egregio deputato sedeva a familiare banchetto inappuntabilmente servito dall’albergatore signor Facchi. Il buon umore e la gaia dimostrazione andava aumentandosi col progredire del banchetto. (…)”.

Cosa fosse nella provvigione della mensa allestita non è dato il sapere, ma era materia di quello stesso periodo il dettagliare, in tema di cucina, cosa fosse riservato ai militari di poter abitualmente mangiare, cioè, fra carne, pasta o riso, lardo e sale, l’emergere di un provvedimento sentenziante le formali previsioni di un’alimentazione rivolta al personale delle allora “Forze Armate”, in tempo di pace.

La polenta non c’era. Non era previsto questo cibo contadino che, nelle campagne lenesi, pare che avesse dato in escandescenze, tingendosi inspiegabilmente di rosso. Pari a tale colore, per i militari, sembra ci sia stato il vino, nella parca misura, presumibilmente a pasto, di centilitri 25, con una deroga relativa alla precisazione che “in luogo del caffè si potrà distribuire il vino, ma in questo caso, una distribuzione di vino equivarrà a due distribuzioni di caffè. La razione di caffè è composta da grammi 10 di caffè tostato e di grammi 15 di zucchero: il caffè sarà possibilmente preparato con la caffettiera a filtro”.

Se ne riferiva, fra l’altro, nel quotidiano appena menzionato, nell’edizione dell’11 agosto precedente, specificando, al tempo stesso, che “In tempo di pace i Corpi, in qualunque posizione si trovino, dovranno, sempre, prelevare la razione completa. La razione potrà solo essere prelevata incompleta cioè, senza carne, quando si debba consumare carne in conserva, in luogo di carne fresca; senza o con metà pasta o riso, quando, in loro vece, si debba consumare galletta in minestra”.

Un diverso pronunciamento era servito, sul filo della cronaca minuta di qualche giorno più in là, nel coinvolgere il lettore, affacciato sul giornale del 27 agosto di quello stesso trepidante anno di fine Ottocento, con un’avvertenza, espressa in ambito alimentare, riguardo una certa tendenza della cosidetta “arte dell’arrangiarsi”, destinata significativamente a perpetuarsi nel territorio, stante gli incombenti grami, anche nei decenni a venire, almeno fino agli anni, addirittura, approdati oltre il Secondo Dopoguerra, sopraggiunti nella metà di quel secolo che, allora, entro questa impronta ottocentesca, era ancora atteso, di là, a venire: “Il burro falsificato. In questi ultimi tempi le falsificazioni del burro si sono fatte abbastanza frequenti. Per constatare la falsificazione del burro con un altro grasso, si prenda un pezzo di burro sospetto, scaldandolo in un bicchiere a bagno maria, finchè, il tutto, sia fuso. Il burro naturale forma due strati, uno basso sul fondo, il quale componesi d’acqua di caseina e dei sali contenuti nel latte. Quando, invece, il campione di burro è falsificato con grasso bovino, o margarina, si forma una soluzione torbida, lattiginosa. Un altro metodo, molto semplice, poggiasi sopra il peso specifico, essendo quello del burro minore di quello della margarina. Preparasi una soluzione alcolica, al 55 per cento di alcool, e vi si lascia cadere una soluzione del grasso fuso. Il burro naturale affondasi, la margarina, invece, nuota alla superficie”.