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Ramallah, Palestina – Era iniziato come un normale diluvio. Acqua a secchiate mista a ghiaccio picchiettava come un esperto percussionista, diretta magistralmente da refoli di vento che la spingevano da ovest a est come un sipario su un palcoscenico e le davano la forza di risalire, sfidando la gravità, le strade di una Ramallah in collina.

Poi, di mattina, la scorsa settimana, la neve. E Ramallah, superato un comprensibile senso di smarrimento, si è lasciata andare alla festa. Il gioviale chiacchiericcio misto a risa dei bimbi, a fare pupazzi o a centrare bidoni delle spazzature come canestri, ci ha costretti in strada a gioire con loro.

Ma l’eccezionalità dell’evento atmosferico non ci inganna. Siamo qui con la missione di febbraio 2012 del progetto che Cassa Padana ha avviato in questi luoghi. Ramallah e i Territori Occupati non sono cambiati da un anno a questa parte: le stesse file ai check point, le stesse famiglie divise da un muro, la stessa menta, regina indiscussa di the, insalate e limonate.

Le cooperative di risparmio e credito che visitiamo, poi, nate dall’azione sociale del Parc, soffrono in modo anche più amplificato le ristrettezze di lavorare in una prigione a cielo aperto.

Esempio fra tutte la cooperativa di Gerusalemme, la cui coordinatrice non ha il permesso di entrare nella parte israeliana della città e non può quindi raggiungere i gruppi di socie che ci vivono. Ciò impatta sull’andamento finanziario dell’istituzione, sprovvista di chi si possa recare dalle donne a ricevere i pagamenti o a recuperare le rate scadute.

Ma non sono solo l’occupazione israeliana e il muro costruito che pesano sulle sorti di queste cooperative di risparmio e credito. In realtà, il vero problema è il ruolo di enorme marginalità sociale in cui versano le donne palestinesi. Per la legge palestinese, se una donna vuole aprire un conto di risparmio presso una banca a favore del figlio minorenne deve prima chiedere l’autorizzazione al marito. Un’autorizzazione che serve anche per ritirare i soldi che lei stessa deposita.

Il marito, inoltre, potrebbe sbatterla fuori di casa in qualsiasi momento. Per questo, le cooperative sono l’unica possibilità per le donne di avere prestiti “di consumo”, cioè volti in principal modo a coprire emergenze o esigenze sanitarie ed educative dei figli. Questi prestiti sono più rischiosi e difficili da restituire per definizione, dato che non vengono impiegati in attività generatrici di reddito.

Quindi, è proprio per il loro ruolo di detonatore sociale che queste cooperative devono essere aiutate a diventare auto-sostenibili. La Palestina non può di certo farne a meno.

E nemmeno le donne nel mondo.

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Elisabetta Berto
Mantovana d'origine, cittadina del mondo per necessitá. Dopo gli studi a Milano intraprende un personale percorso di approfondimento della finanza per lo sviluppo che la porta prima in Kosovo, poi in Ecuador e, infine, in Argentina. Lí ritrova se stessa. Adora i tortelli di zucca, non può fare a meno del canto e dello spagnolo. Calvino il primo amore, Borges un compagno per la vita. Colore preferito: rouge d'Armani 400.

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