Santo. Un Papa santo. Wojtyla (1920–2005) è a Bergamo, in una reliquia che si offre alla devozione dei fedeli. Viene dal Vaticano. E’ una piccola ampolla, inserita in una sorta di messale d’acciaio.

Come Alessandra Bevilacqua scrive, fra l’altro, nell’edizione bergamasca del Corriere della Sera del 14 febbraio scorso, questo sacro manufatto “(…) contiene poche gocce del sangue di San Giovanni Paolo II, raccolte dalla maglietta che il pontefice indossava il giorno dell’attentato in Piazza San Pietro a Roma, il 13 maggio 1981. Ed è la reliquia che arriverà al Centro Don Orione di Bergamo il 20 febbraio per restare esposta fino al 18 marzo. L’iniziativa, presentata ieri, rappresenta il primo di una serie di eventi con i quali il Centro di cura, inaugurato nell’aprile 1988, vuole festeggiare il 30° anniversario di attività. (…)”.

Tale proposta devozionale riconduce ad una mistica venerazione verso la figura di questo pontefice, secondo quella dinamica religiosa che, da una diffusa popolarità verso la sua persona, pure suffragata dalla durata di uno dei pontificati più lunghi della storia della Chiesa, pare che si sia, nel tempo, allineata ad una ingente considerazione collettiva, per la quale, tale testimonianza cristiana è riconosciuta fra le maggiori stime di merito, ufficializzate in via definitiva.

In relazione a questo aspetto, si legge nel libro scritto da Slawomir Oder con Saverio Gaeta, dal titolo “Perchè è santo – Il vero Giovanni Paolo II raccontato dal postulatore della causa di beatificazione”, per la “Rizzoli”: “(…) La luminosa testimonianza di fede offerta nel corso degli anni da Giovanni Paolo II, il possesso e la pratica delle virtù a livelli sommi, la scelta di portare su di sé la croce della sofferenza fino alla fine dei suoi giorni, l’amore sollecito per il prossimo, erano agli occhi di tutti ormai tratti intrinseci della sua figura di uomo e di pastore e deponevano senz’altro in favore di una inclusione immediata nella cerchia dei santi. (…)”.

A Bergamo, nella cappella del Centro di Cura, situato al civico 6 di via don Luigi Orione, la reliquia è esposta al culto dal 24 febbraio, dopo qualche giorno decorso dal suo trasferimento: periodo nel quale, in questo ambiente consacrato, hanno avuto luogo sia una celebrazione eucaristica, presieduta dal vicario generale della Diocesi di Bergamo, mons. Davide Pelucchi, che un concerto del soprano Silvia Lorenzi.

L’esperienza, con questa reliquia, riferita ad un santo polacco del Terzo millennio, rimane fattibile per una visita da parte del potenziale scibile dei fedeli, durante gli orari di apertura della medesima struttura, stabiliti dalle ore 9 fino alle ore 18, mentre, per eventuali comitive e gruppi, è preferibile il prenotare l’accesso, telefonando al 346.1817052, oppure scrivendo alla email: formazione@donorione.bg.it.

Contestuale, a questo preferenziale canale di elevazione, rivolto al sommo mistero spirituale del trascendente che è qui delineato entro i mistici confini di un’ispirazione corrispondente, si pone anche la mostra fotografica, denominata “Il sentiero della Santità”, specificatamente imperniata attorno ad una serie d’immagini scelte fra le sterminate tracce di illustrazioni funzionali all’incontro con la figura di questo papa che, a Bergamo, oltre che da vivo, come nella visita pastorale del 1981, è arrivato pure da morto, una volta, appunto, “tornato alla casa del Padre”, come si usa dire, nella cifra fideistica di una espressione particolare.

Questa presenza sarà di aiuto a vivere la Quaresima con più interiorità, permettendoci di andare alle radici della nostra spiritualità e di riscoprire l’importanza della centralità di Cristo nella nostra vita”: spiega, fra altre considerazioni sviluppate a commento dell’iniziativa, don Alessio Cappelli, direttore del “Centro Don Orione”.

Questo appello sembra rifarsi all’efficacia attribuita al culto dei santi, nell’ambito del credo cattolico che riporta a tempi antichi, come appare spiegato, insieme all’articolato insieme di ulteriori utili indicazioni, nel tomo intitolato “Rassicurare e proteggere” di Jean Delumeau, per la traduzione di Bettino Betti, secondo l’edizione data all’opera da parte di “Rizzoli”: “Presso gli antichi romani vigeva il principio dell’inviolabilità delle tombe; ma il desiderio di reliquia dei cristiani fece abbandonare quell’atteggiamento. Tra l’VIII e il X secolo, Roma raccolse entro le proprie mura i resti dei martiri che si trovavano ancora nei cimiteri lungo le strade; le esumazioni e le traslazioni portarono alla frammentazione e alla dispersione delle reliquie, generalizzando una consuetudine nota in Africa fin dal V secolo. La caduta di Costantinopoli (1204) permise ai latini di saccheggiare le chiese d’Oriente e di spedire in Occidente un gran numero di casse piene di reliquie. La fame del sacro e la credulità, unitamente alla mancanza di scrupoli di santi e di laici, provocarono un’inflazione di reliquie: ci furono dei veneziani che esposero un dente di Golia…. Nel 1215, Innocenzo III, seguito da molti vescovi, vietò di proporre alla venerazione dei fedeli le reliquie scoperte di recente “senza l’approvazione del pontefice romano”.

Nel contesto dell’iniziativa orobica, per altro pure ispirata a recare un convinto omaggio alla figura di un altro santo, nell’agiografica sequela di don Luigi Orione (1872 – 1940), fondatore della congregazione che ha in gestione il Centro di Cura in questione, la reliquia riguarda, appunto, il “pontefice romano” già assurto all’esponenziale mole delle cronache che lo riguardano, anche per il noto furto sacrilego, avvenuto nel santuario bresciano di Tignale, nell’autunno 2017, dove, ad involarsi, era stata pure un’altra sua “reliquia sanguigna”, costituita, cioè, dal medesimo fluido vitale, nella consistenza di un esiguo quantitativo personale.

Reliquia significativa di un ulteriore riscontro, individuabile a ridosso dei tangibili segni terreni propri di Giovanni Paolo II che sono emergenti sul piano contingente di una sua documentata estrinsecazione sopravvivente.

Tale furto sembra profilarsi nella natura di tutt’altra intenzione, rispetto ad una pia considerazione, degenerata in un’arbitraria ed illecita deviazione che, di fatto, si è manifestata in questa meta di pellegrinaggio, coincidente con la sede stessa di un remoto eremo di meditazione.

Amore sacro e “colpo gobbo” profano, convissuti, senza confondersi fra di loro, nel medesimo scenario gardesano, riferito, in ogni caso, a quella realtà che, in modi nettamente distinti, li ha compenetrati in una stima complessiva, per la quale, ancora secondo l’accennata pubblicazione, “(…) Nella tomba in cui riposava il corpo di un santo, o, in mancanza del corpo, nelle reliquie staccate da esso, si manifesta con evidenza “il legame fisico e il metafisico”; questo legame conferisce sacralità, una sacralità uguale a quella prodotta dalle apparizioni o dalla “invenzione” di statue, e ancora più grande. Questa, a sua volta, promuove la “pulsione al pellegrinaggio”. “Il culto dei santi”, continua Alphonse Dupront “è all’origine di quella che è indubbiamente la categoria più consistente dei luoghi di pellegrinaggio. E’ un mondo immediato di acquisire santità: il contatto col corpo santo o con la tomba che lo richiude è come una ricarica, un partecipare della gloria immateriale e immortale espressa dal corpo santo”.

Pare che, però, non tutti la pensino così. Nel retaggio storico che riguarda le reliquie, una frangia importante, d’altro stampo confessionale, risoluta nel rovescio di questa devota ispirazione cultuale, ha, nell’ambito di una preconcetta presa di posizione ideale, stabilito una voce, invece, critica, dove soccombe, secondo tale versione protestante, il culto di tutte le testimonianze che, ogni santo giorno del calendario, incoraggiano a vivere secondo il mandato battesimale, rinnovato sacramentalmente nella Cresima con lo stesso olio crismale, come, si legge, ancora dal libro dell’autore francese, riportato nella fonte bibliografica in narrazione: “Lutero si prendeva gioco della “infinita stupidità dei fanatici di pratiche devozionali” e affermava che “taluni santi non sono mai esistiti” che venivano esposti come resti dei santi “ossi di cane e di cavallo”; che era ridicolo venerare, a Wittenberg, i “calzoni di san Giuseppe e le mutande di san Francesco”. Reliquie, indulgenze e pellegrinaggi, per Lutero, erano tutti fuochi fatui. “Io”, affermava, “credo in Dio, non in san Giorgio o in san Cristoforo”. Secondo lui, tutte le pratiche e tutte le credenze “superstiziose” inducevano i fedeli a riporre la propria fiducia “altrove” che in Dio. Si trattava di “idolatrie” e di “culti empi” attraverso i quali il demonio ci inganna e Cristo viene “calpestato”.