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Nella provincia di Celendin, a 77 chilometri da Cajamarca, a nord del Perù, la libertà di movimento è stata ridotta ai minimi termini da quando la multinazionale Yanacocha, di proprietà della Newmont Corporation, ha acquistato i terreni della zona per ampliare la miniera d’oro omonima e sviluppare il progetto estrattivo Conga.

Ha comprato anche la strada pubblica che conduce a casa di Máxima e alla comunità di Santa Rosa, dove vivono circa 200 famiglie. Yanacocha possiede tutto, tranne una terra.

Da 24 anni, Máxima Acuña Chaupe, 44 anni e meno di un metro e cinquanta di altezza, vive a Tragadero Grande, nei suoi 24,8 ettari farciti d’oro, e non intende andarsene.

Mentre le sue mani laboriose scorrono tra il coltello e la buccia delle patate che affetta fini per il minestrone, inizia a raccontare e le parole si mischiano allo scroscio della pioggia che si abbatte sul tetto di lamiera.

Ricorda il 9 agosto del 2011, quando Yanacocha, con le ruspe e il consenso della polizia, ha tentato di sgomberarla per conquistarsi a forza il pezzo mancante al suo piano. Eppure Máxima ha ottenuto legittimamente il suo campo nel 1994. Così dicono i documenti.

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Nelle zone alto-andine le terre sono proprietà delle comunità che le danno in concessione ai contadini. Si può vendere unicamente se i due terzi della collettività firmano il consenso, insieme a chi detiene il possesso della singola parcella.

Nel 1996 Yanacocha ha comprato centinaia di ettari direttamente dalla comunità di Sorochuco, tra cui, a suo dire, anche il terreno di Máxima. Lei però non è stata interpellata e, ignara della compravendita, non solo ha rischiato di essere cacciata a forza, ma è stata denunciata per aver invaso illegalmente il suo stesso terreno.

Se si tratta di un escamotage della multinazionale per accaparrarsi Tragadero Grande, verrà deciso dal giudice che nei prossimi mesi si pronuncerà sulla proprietà.

Al momento l’accusa di usurpazione è decaduta. Dopo quasi 4 anni di processo penale, il 17 dicembre 2014 Máxima è stata riconosciuta innocente dal tribunale di Cajamarca.

La storia di Máxima Acuña Chaupe è stata raccontata da Simona Carnino nel video “Aguas de oro”, presentato il 7 ottobre scorso al Festival Cinemabiente di Torino.

Il video, che ha vinto il primo premio del progetto europeo Dev Reporter Grant, è stato realizzato con la collaborazione della ong torinese Mais e ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International.

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Redattore Sociale
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