Brescia – Nella sera fra l’undici ed il dodici di settembre del 1892 una virulenta ribellione contro i Carabinieri aveva caratterizzato le cronache di quel tempo, per un eclatante episodio che a Travagliato ne circostanziava gli estremi, nell’ambito di un tumultuoso evento.

Fatto singolare quello in cui, in questa località vicina a Brescia, aveva meritato la sintesi sommaria di quel “cento contro uno”, secondo l’espressione giornalistica evocativa della dinamica attraverso la quale il precipitare degli avvenimenti si proporzionava alla loro misura conclamata che era finita con l’essere documentata anche dagli articoli pubblicati sulla stampa locale dell’epoca che ne perpetuava la memoria attorno al suo fatale incombere, in quello strascico di domenica ormai affacciato sul far della nottata.

Pare che ci fosse chi aveva bevuto troppo nella allora “Osteria delle Due Chiavi” ed, il medesimo personaggio, per nulla soddisfatto, dopo un’abbondante libagione effettuata anche in altre mescite del paese, pretendeva ancora un quarto di bianco “per mettersi a posto la bocca”.

Passato il limite della sconsideratezza, assunto un fare minaccioso presto orientatosi a contesa ed a molestia verso gli altri avventori, suscitando nell’ambiente un certo timore per la propria incolumità, a fronte di un’incontrollata manifestazione di ormai incosciente dissennatezza, si era pensato di chiamare i vicini Carabinieri che allora avevano sede all’altro capo della medesima via, denominata attualmente con il nome di Andrea Mai, tratto viario che attraversa la parte bassa della piazza centrale, con una traiettoria perpendicolare, anche rasente l’antica “Osteria delle Due Chiavi”, in una diretta adiacenza, pure situata in prossimità del palazzo municipale.

Qui, secondo le parole dell’ignoto autore dell’articolo apparso tra le pagine del quotidiano “La Provincia di Brescia” di martedì 13 settembre 1892: “La siura Anetta vedova Peroni, seduta fuori dell’uscio del suo Albergo delle due chiavi, scoteva la testa come se qualcosa la importunasse nel suo tranquillo dopo cena domenicale. Difatto, dall’interno, dalla cucina dell’osteria terrena che guarda sulla strada colle finestre, arrivano grida, bestemmie, villanie, passate per una gola che si capiva rauca dal gran vino. Tanto che la siura Aneta, scorgendo di lontano i cappelli della Benemerita, pensò di far cenno che si avvicinassero: erano il brigadiere ed un carabiniere. Arrivatile accanto, essa li informò che dentro ci stava un individuo pericoloso, pieno come una botte piena, quindi ubriachissimo, ma di Trani bevuto in un’altra osteria, perché alle Due Chiavi non si parla nemmeno di simili porcherie”.

Nel suo rinomato locale che asseriva essere il “primo Albergo” di Travagliato, era, a suo dire, servito del buon vino di Gussago ed al fatto che se ne sia invece abbondantemente bevuto di un altro tipo, individuato nel “Trani e Barletta”, la stessa donna imputava la degenerazione del deprecato comportamento di quel tale, in relazione al quale aveva chiesto l’intervento dei tutori dell’ordine.

avventoreA questi antefatti si innesta il prosieguo determinante allo sviluppo centrale della vicenda, nei termini con i quali se ne è imbastito sull’accennato giornale la complessiva sequenza combaciante con quei combattuti estremi di pertinenza, nell’ambito dei quali, sembra che la stessa abbia espresso la propria emblematica e sofferta consistenza, una volta giunto all’interno del locale il brigadiere che: “entrò in cucina, consigliando amichevolmente il Trainini a tornarsene a casa: anzi c’era lì anche la sposina del Trainini, e lo pregava, e lo scongiurava per tutti i santi così che a un certo punto parve vi fossero riusciti, e l’ubriaco, sorretto dalla moglie, accennò ad andarsene. Ma fatti pochi passi, preso dal rimorso, tornò indietro, raddoppiando di ingiurie contro l’oste e i carabinieri. Il brigadiere pazientò un poco, lo ammonì, ma infine si sentì offeso in modo da dover ricorrere alle manette”.

Se, fino ad allora, l’accaduto poteva sembrare uno fra i ricorrenti casi legati alle estemporanee intemperanze di una mente avvinazzata, il tracimare di altri elementi che si rivelavano nei loro imprevisti fattori incipienti, interveniva a quel punto a fare prendere tutt’altra piega al vaglio di un obiettivo non raggiunto, nel momento in cui al provvedimento del militare “si era avvicina un po’ di gente, fra cui parecchi buoni e fedeli amici del Trainini: nel vedere che si stava per arrestare l’amico, vecchio compagno di bulade, alzarono la voce come protesta, fecero passare in silenzio la parola di richiamo agli altri fidi, e d’un tratto il brigadiere sentì al di fuori quel rumore sordo e pauroso di un mucchio di gente che arriva scambiandosi a denti chiusi quelle voci che poi proromperanno in minacce. Impensierito si affacciò alla porta e la vide chiusa da una muraglia nera e confusa di persone: non si poteva valutare quante fossero: un centinaio di certo”.

Ulteriore atto di questa ormai esacerbata dinamica d’effetti, prossima a raggiungere l’apice della sua peggiore espressione problematica, queste combinazioni, significative dell’attestare implicitamente alcune generali e connotative caratterizzazioni, orientavano lo sviluppo dell’ormai congregatosi assembramento nella prospettiva di un insorto sommovimento, nei confronti del brigadiere che intendeva prelevare l’ubriaco per condurlo e per trattenerlo nella vicina caserma del paese, attraverso un confronto quella massa di convenuti fra i quali “parecchi si ritrassero vedendolo avanzarsi così calmo, ma altri gli si drizzarono davanti ed eran pezzi di giovanotti alti, forti, risoluti. Il brigadiere, non indietreggiò e aprì la bocca per parlare. A quell’accenno, si alzò un urlo formidabile: Molla, molla, foera el Trainini!. Compreso allora dalla forza delle voci il numero di persone che non avea potuto scorgere per la notte nera, pensò fosse meglio rientrare, rinchiudersi ed aspettare rinforzi prima di tentare l’uscita. Rientrò infatti ed arrivò a tempo per far chiudere gli usci: e cioè quello dell’osteria, ed il portone del cortile; la Sciura Anetta, intanto, lasciava campo libero al brigadiere, e saliva le scale colla candela tremante, assieme alle due nipoti. Di fuori la gente s’era accalcata davanti al portone, spingendosi, forzandolo così che, dall’interno, si sentivano delle scosse da tremare tutta la casa. Un momento di silenzio, poi un gran grido di evviva fra i battimani: il portone avea ceduto, il catenaccio era stato svelto, e come un’onda straripante di fiumana si riversò nel cortile. Contro a tutti quelli stava un uomo solo: il brigadiere, fermo al suo posto, alla sua consegna, accanto all’ubriaco ammanettato”.

Nella narrazione del suo articolo, il cronista del giornale riferiva che a quest’offensiva il tutore dell’ordine non si era dato per vinto ed a quanti chiedevano la liberazione del loro amico intimava di andarsene a casa, rassicurandoli che il personaggio in questione sarebbe stato rilasciato l’indomani, mentre se avessero continuato ad usare resistenza ne sarebbero sortiti guai peggiori, esprimendosi con “tanto sangue freddo da parlare con una calma come se fosse al sicuro nella sua caserma”.

cabinieri di fine ottocentoMentre, in tutta risposta, sembra che altre grida minacciose avessero soffocato tali solitarie e ragionevoli ammonizioni “d’improvviso arrivarono due altri carabinieri che erano stati per la corrispondenza nel territorio di Rovato, e ritornando in caserma avevano trovato l’avviso della rivolta. Ma invece di provocare l’effetto di impaurimento, di sottomissione, suscitarono nuove grida di protesta; ad ogni modo arrivarono a farsi largo, ad unirsi col brigadiere, e circondato il Trainini, riuscirono a condurlo in istrada diretti alla Caserma. Erano appena arrivati furori dell’osteria, sempre cercando con le buone di ammansire i rivoltosi, quando d’un tratto cominciarono a piovere sassi, prima radi, poi come una gragnuola, ed un tale che stava dietro il brigadiere con un pezzo di pietra acuminata che avea tra mano, gli diede un colpo così forte alla nuca, che il poveretto cadde a terra di colpo. Allora si videro tutti quegli efferati, inebriati dalla riuscita del colpo, gettarglisi addosso sbattendogli la testa sul selciato, mentre i carabinieri badavano a difendersi e a contendere al popolo il possesso del prigioniero. Arrivato a rialzarsi il brigadiere estrasse la rivoltella e sparò contro la folla due ccolpi che andarono a vuoto, intanto che i soldati (carabinieri) cercavano di far largo con il calcio della carabina. Proseguirono così, sempre sotto la sassaiola incessante, trascinando per le gambe il Traainini che nel lottare era caduto né voleva sapere di rialzarsi. Infine, dopo quasi un’ora impiegata a percorrere appena un centinaio di metri, arrivarono ala caserma, dove si rinchiusero, mentre di fuori la gente, arrabbiata per non essere riuscita nel suo scopo, ubriaca di vino e ddi ferocia, continuava a gridare”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.