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da Asunción (Paraguay) – Sono le otto di sera. Esco a fare una passeggiata per il centro e l’aria è un phon naturale per i miei capelli bagnati. Asunción inizia a prendere fiato dopo un giorno rovente che ancora a quest’ora segna i 35 gradi, ma molto più clemente dei 46 di una settimana fa. Mi avventuro, tra strade semi-deserte – saranno tutti nei giardini e nelle verande di casa a bersi un tererè – imbocco calle Ayolas diretta al fiume Paraguay e riscopro, compiaciuta, l’immobilità marmorea del Palazzo di Governo, ispirato alla Reggia di Versailles.

La tentazione di scattare una foto è subito forte, con questo tramonto sul fiume, il cielo terso e la sensazione di benessere tipica dei posti molto caldi che si stupiscono alla sera di avere superato indenni l’ennesima giornata infernale. Ma mi trattiene un pensiero che mi attraversa fugace la mente: in passato, un decreto condannava a essere “sparato a vista” chiunque fosse stato scoperto a guardare il palazzo, i suoi portici e le sue finestre. Le cose sono cambiate, ora, ma le guardie armate sono ancora lì e decido di accontentarmi delle foto della prima missione in Paraguay.

L’immobilità della sera mi fa pensare che forse, da novembre 2008, quando fummo invitati a conoscere il presidente Fernando Lugo, non è cambiato nulla: le stesse macchine senza targa che girano per le strade, la stessa sensazione che nulla può essere fatto per cambiare il destino di questo Paese, un tempo il più florido dell’America Latina. Ma, parlando con i cooperatori che incontriamo, emerge un primo dato positivo: innanzitutto, è già molto pensare che Lugo abbia ancora le redini del Governo dopo un anno e mezzo dall’assunzione del potere, e, comunque, tra mille difficoltà e con tempi biblici, iniziano ad apparire i primi segni del cambiamento soprattutto nell’ambito della salute, con l’accesso gratuito ai servizi sanitari pubblici.

Certo, dalla viva voce dei paraguaiani si percepisce che la mancanza di uno sbocco al mare, la “mediterraneidad” come la chiamano loro, è vissuta ancora come un grande handicap, un “difetto di nascita”, ma il Paese continua ugualmente nel suo tentativo di riaffermarsi e cercare un ruolo attivo nel contesto geopolitico del cono sud.

Lo fa anche attraverso questa fitta rete di api operose che sono i cooperatori, che non hanno mai smesso di lottare, durante l’epoca della dittatura nell’ombra, ora alla luce del sole, nella convinzione che solo chi è solidario può costruire scenari alternativi, mondi possibili.

Molte delle cooperative paraguaiane nacquero proprio durante la dittatura di Stroessner grazie alla protezione delle chiese. Per questo portano nomi di santi. Il movimento vive oggi una spaccatura tra le cooperative di più grandi dimensioni, ormai per la maggior parte dimentiche dei valori che le fecero nascere, e quelle più piccole, ogni giorno in lotta per la sopravvivenza.

Noi di Cassa Padana, durante questa missione che ci vede in Sud America fino all’ultima settimana di febbraio, accettiamo di conoscere queste ultime in un tour di due giorni intenso ma estremamente interessante. Le realtà visitate sono eterogenee fra loro: conosciamo cooperative appena nate, con un solo locale in affitto che svolgono un’intermediazione finanziaria ancora tutta manuale grazie, in genere, ad appena un paio di persone volontarie perché la cooperazione è un po’ come la chiesa, si fa servizio gratis.

Oppure ci lasciamo intenerire da una cooperativa di pensionati che, un po’ alla “Cocoon”, vivono una seconda giovinezza riuscendo a mantenere ancora figli e nipoti agli studi grazie ai prestiti concessi agli over-60. Infine, ci colpisce un cooperatore di vecchia data che, sotto un mango, ci racconta della sua cooperativa che incentiva il consumo di prodotti biologici attraverso mercatini di produttori organizzati nei propri locali ogni giovedì e che sopravvisse al fallimento, nel 1993, della banca in cui aveva depositato tutto il proprio capitale.

Lo stesso cooperativista ci racconta di averci quasi preceduto nella ricerca di relazioni internazionali tra crediti cooperativi con un viaggio in Italia, decenni fa, per conoscerne la cooperazione e che tutti i libri regalati negli incontri da lui fatti gli vennero confiscati al ritorno in aeroporto ad Asunción perché, secondo la dittatura, incitavano al “comunismo”.

Difficile capire in soli due giorni in cosa si può essere utili a queste persone, ma, per l’ennesima volta, sono loro ad essere propositivi: l’idea che nasce dagli incontri è che, forse, l’unico modo per permettere a queste cooperative di rafforzarsi è aiutarle a costituire una propria federazione, dai costi associativi non proibitivi come le tante già esistenti in Paraguay e, per questo, inaccessibili ai più. Una federazione che, però, nasca con un’idea moderna di credito cooperativo, con una logica di apertura e a disposizione di tutte le cooperative che condividono la stessa idea. Una federazione che sia seme di cambiamento. Di fatto, come cantavano Lugo e Chavez durante la cerimonia di assunzione del presidente al potere il 15 agosto del 2008, “Todo cambia”.

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