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Bassa bresciana – Un sabato sera nel nostro teatro, a Gottolengo, ho assistito a El sachilì dei butù”: una raccolta di cortometraggi ideati, scritti e diretti da Meri Roversi, regista per diletto. Dieci filmati per riscoprire aneddoti e personaggi della vita gottolenghese di un tempo.

Una di quelle occasioni in cui riaffiorano ricordi ed emozioni sopite.

Mia madre non aveva un sacchetto, ma una scatola di latta dove riponeva e conservava centinaia di bottoni. Una di quelle scatole rettangolari delle caramelle. Ancora odorava di dolce. Per aprirla e chiuderla dovevi forzare il coperchio come se ormai non combaciasse più con i bordi della scatola. Qua e là qualche ammaccatura. Dentro un tesoro di forme e colori.

Da dove provenissero tutti quei bottoni era un mistero:probabilmente da anni e anni di raccolta su paltò, vestiti, camicie. Parte di quel bottino era passato da madre a figlia, in eredità.

Quando mia madre estraeva la scatola dal mobile della macchina per cucire, iniziava la magia. Era bello toccare il contenuto. Sentire il rumore simile a quello di conchiglie nel bastone della pioggia . Un gioco infinito che non riusciva ad annoiarmi. Mi piaceva dividerli per forme e modelli , osservare i colori e le sfumature.

Nelle mie mani di bambina erano dei piccoli gioielli. Carezze di madreperla, osso, metallo, cuoio, plastica, stoffa.

Ognuno aveva avuto una vita propria ed aspettava di essere riciclato in qualche modo, desiderava tornare agli antichi splendori. Per molto tempo però quasi brillava solo in quella scatola di latta.

Nei fori di quei piccoli oggetti era passato il filo che univa gli eventi della vita.

“Sgaria” in quel mucchietto era come scavare nella vita di famiglia , ritrovare radici, ma soprattutto meravigliarsi ogni volta.

“Scec chi te i butù?”(ragazzi chi tiene i bottoni? ) è stata la domanda che ci siamo fatti quando abbiamo diviso le semplici cose di casa nostra per smantellarla, alla morte di mia madre. Il bottino non poteva essere diviso come i capi della vecchia biancheria della dote, come i libri , come le fotografie.

E’ toccato a mia sorella, portarsi a casa il nostro gioco d’infanzia.

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Giusi Morbini
Insegnante di scuola primaria ormai da molti anni, ma ancora non prossima alla pensione. Nata e vissuta in campagna, crede nell'importanza di riscoprire le nostre radici e di conservare le nostre tradizioni. Sempre nel rispetto di tutte le culture. Scrive per diletto.

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