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Rispettando una stessa qualità che si concorra a chi ne produca di più. Sembra che a questo abbiano pensato gli agricoltori cremonesi e bresciani, nell’aderire alle proposte finalizzate ad una maggiore produzione di grano, valorizzando il ruolo interpretato nel proprio circoscritto contributo, speso nel contesto nazionale di un più vasto intento prefissato.

Due province, fra loro avvinte ad un medesimo fiume che le rende consorelle, in una stessa regione che le include, insieme, nel proprio territorio, contraddistinto da caratteristiche diverse.

Condividendo geograficamente parte dei loro confini, anche lungo il fluire dell’Oglio che ne separa certi appezzamenti contigui, Cremona e Brescia pare che abbiano pure concorso al congiunto perseguimento di una sfida agricola.

Tale competizione si collocava nelle intraprendenti ed annose fasi della allora indetta “battaglia del grano”, promossa a livello nazionale a partire dal 1925, per concorrere allo sviluppo mirato del comparto primario, pure finalizzato a cercare di supplire al costante ed insopprimibile fabbisogno di quell’importante bene alimentare, principalmente vocato alla produzione di pasta e di pane, incentivandone, nel merito, l’esito contestuale di un migliore riscontro, raggiunto nell’indotto commerciale.

La realtà cremonese, nonostante fosse già in vetta alle più ingenti e soddisfacenti rese produttive delle zone particolarmente sollecitate, in tal senso, nel Paese, aveva, fra l’altro, ingaggiato una gara specifica con Brescia, funzionale, nel superamento di una registrata serie di stime produttive avverse, a farle prendere una rivincita, rispetto ad una incassata sconfitta registrata con i produttori bresciani, vagheggiando, per i risultati a venire, un ulteriore miglioramento delle proprie disponibili rimesse.

battaglia granariaAd attestare i termini della singolare iniziativa, anche il mensile “Cremona” che, nel gennaio del 1929, documentava una precedente metodica selettiva di questa impegnata versione agonistica in chiave coltiva che risultava sperimentata, nell’obiettivo di conseguire una mole cerealicola più incisiva, ad una forma competitiva, instauratasi solamente fra aree di produzione di cinque ettari ciascuna, omogenee con la natura di una congeniale formula di produzione esclusiva.

Grazie alla “Cassa di Risparmio di Milano” tale sinergica prospettiva che, della menzionata “battaglia del grano”, ne favoriva, complessivamente, la riuscita, si riproponeva anche per il 1929, attraverso una rimodulata sfida contemperata, stavolta, nel fare rientrare, nei termini del confronto fra i chicchi di frumento mietuti, l’intera estensione agricola del proprietario, in una opportunità maggiormente vasta ed inclusiva che, in questo modo, consentiva di concorrere al premio con tutta la superficie coltivata, nell’impegnata messa al vaglio dell’iniziativa.

A tale proposito, il primo numero del periodico accennato, temporalizzato in copertina con la specificazione dell’anno settimo dell’era fascista, precisava che: “per questo scopo, il 20 ed il 21 dicembre 1928, circa ottanta cremonesi hanno compiuta, in condizioni disagevoli, la prima visita di prova ai seminati del Bresciano”.

Pare che il verificarsi di quest’annuale manifestazione germinativa, rinnovatasi fra i campi degli agricoltori in lizza, nel composito impasto della terra degradante fino al Pò in una piatta e fertile idrografia, sia avvenuto grazie alla collaborazione dei referenti delle istituzioni agrarie della provincia di Brescia, anche per poter incentivare, oltre che un buon raccolto di grano, un esperimento rapportato alle potenzialità del settore cerealicolo considerato, al fine di cercare di appurare se l’esito conquistato potesse pure riproporsi nella effettiva pratica di un ordinario contesto generalizzato.

In buona sostanza, in quel periodo, ci si era chiesti se: “a quei limiti altissimi di produzione frumentaria, accertati ad estensioni di circa cinque ettari, nelle gare delle Casse di Risparmio, può essere avvicinata, la media del raccolto dell’intera azienda rurale? Questo risultato può essere conseguito, oltre che da poche aziende privilegiate, da numerose aziende sparse nel territorio, in modo che i raccolti denunciati costituiscano legge per tutti?”.

Gli interrogativi che si contestualizzavano insieme ad altre considerazioni, pure espresse nel merito del tema dell’agricoltura, trattato anche sull’edizione del periodico “Cremona” dell’aprile del 1929, secondo un articolo a firma, invece, di Giuseppe Dordoni, passavano per quella interessante via empirica che si concretizzava nell’adesione alla sfida granaria cremonese, innescata nei confronti di altrui produzioni, agendo sulla natura dei propri campi e confidando nel favore degli elementi, interpretata da “seicentoventidue agricoltori che coltivano seimila ettari di frumento, pari a circa un quinto della superficie granaria della provincia”.

Vincenzo De Carolis, autore del resoconto d’informazione sulla singolare competizione, divulgata nella pubblicazione ad inizio di quell’anno, per una promettente notizia che, alla valorizzazione dell’ambiente nostrano, pareva pure ispirata ai termini di una argomentata visione, precisava, fra l’altro, che “per produrre molto frumento, bisogna immettere molti capitali nella terra, sistemare i campi, popolare di bestiame le stalle, caricare di fieni i silos ed i fienili, consumare grandi quantità di concimi chimici, perfezionare la tecnica di coltivazione ecc.., in una parola, bisogna mettere in opera una serie di mezzi che non si improvvisano, ma sono il frutto di una lunga passione per la terra, di un lungo lavoro e di una tecnica raffinata”.

Parole che, nella sottolineatura di un equilibrio individuato in un metodo incessante, il più possibile conciliante fra l’opera umana e la natura cooptata in una laboriosa alleanza replicante, sembrano ribadite anche nello scritto di Giuseppe Dordoni, nel periodico sopra citato, dove, in omaggio ad una sperata ripresa agricola, era, fra l’altro, idealmente stabilito che “L’agricoltura al pari dell’industria ha bisogno dell’ordine, della tranquillità, del risparmio e della scienza, per svolgere in piena efficienza la sua attività. I prodotti della terra sono elaborati dalla natura e la natura non ammette sopraffazioni, violenze, arbitrii, impazienze. I suoi grandi tesori sono custoditi da una chiusura a triplice chiave, di cui una si potrebbe chiamare lavoro e le altre, scienza ed osservazione”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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