L’immagine di una “suora in bicicletta” non passava inosservata, nell’epicentro post bellico del Novecento, allora giunto nel bel mezzo del suo tempo in avvicendamento, nell’ambito del proprio incalzante assortimento.

“Vedremo le suore in bicicletta?” ci si chiedeva, infatti, sulle pagine del giornale bresciano, a cadenza settimanale, intitolato “La Voce del Popolo” del 29 settembre 1951, dettagliandolo in un interrogativo significativo di alcune riflessioni del momento.

Per chi non lo avesse ancora realizzato, il presunto scandalo, derivabile dagli effetti associati di una religiosa sulle due ruote, aveva trovato, in tale punto di domanda, l’esplicita menzione, poi sviluppata nel seguito dell’articolo pubblicato, scritto nel prosieguo del quesito stesso, riportato in una civettuosa intitolazione di riferimento.

A tutta evidenza, pare fosse stata responsabilità del “Pastor Angelicus”, come è intesa la figura dell’allora papa regnante, Pio XII, l’affrontare la questione, circa se fosse lecito o no, per una religiosa andare o meno in bicicletta, nella sollecitudine pastorale di una coerenza anche culturale, assestata su una invalsa tradizione secolare, rispetto al configurarsi di una rappresentazione pubblica in una società dove, tale figura femminile di consacrata, era consuetudinariamente pensata in quella dimensione ieratica che con certe esplicite realtà, considerate meramente mondane, poco aveva a che fare.

Nessuno scandalo, le suore potevano andare in bicicletta. Lungo le loro strade operose, le “spose del Signore” potevano superare tempi e distanze inforcando personalmente le due ruote, conducendo, con il sacro abito, la propria peculiare posizione nel mondo da un ambito all’altro di quel proprio percorso terreno che presso il medesimo Dio risultava piacente, in un verosimile ingaggio di Provvidenza concedente.

In un congresso delle suore insegnanti, indetto a Roma nell’estate del 1951, papa Pacelli “ha poi accennato alla bicicletta. Da noi una suora in bicicletta farebbe impressione, come cosa nuova. Eppure, il papa l’ha proprio portata come esempio, d’uno strumento che se il lavoro lo richiede, può servire per l’apostolato.

“Oggi, in non pochi Paesi, le suore usano, nei debiti modi, la bicicletta quando il lavoro lo rende necessario. Al principio era cosa del tutto nuova, ma non contro la Regola”. Indubbiamente, qualcuna delle suore presenti, soprattutto se anziana, all’udire il Papa parlare così, deve avere sgranato tanto d’occhi. Ma questi sono punti appena secondari.

Il Papa vuole un rinnovamento ben più vasto e profondo. La Suora educatrice deve farsi una mentalità adatta ai tempi. La ragazza di oggi – dice il Papa – è molto diversa da quella di ieri. E’ diffidente, indipendente, ripulsiva, spesso anche irriverente (…)”.

Ancora dal periodico diocesano di Brescia, mediante l’edizione del 25 agosto di quello stesso anno, emergeva la notizia che “per la prima volta nella storia della Chiesa, una ragazza eschimese si è fatta suora. Essa ha 20 anni e si chiama Naya Pelagia”.

A proposito di tale lettura, applicata ad alcune tracce proprie del tempo, rivolte a codificarne anche gli aspetti presumibilmente senza precedenti, focalizzando una strategia di innovazione senza infingimenti, papa Pio XII aveva parlato chiaro: “(…) Al passo con i tempi, così il Papa vuole le suore educatrici.

Esse debbono essere così pronte, così all’altezza del loro ufficio, così versate in tutto ciò con cui la gioventù si trova a contatto o di cui subisce l’influsso, che le alunne ben presto esclamino: noi possiamo andare dalla suora con i nostri problemi e le nostre difficoltà; essa ci comprende e ci aiuta”.

Questo particolare concorre a poter ancora cogliere, ma in una diretta compatibilità, associata ad un’attenzione trascinante verso le contingenze del periodo in questione, la figura di tale pontefice, ritenuta, spesso, storicamente compromessa con quella visione pre-conciliare valutata, nel merito, dai suoi immediati successori al soglio di Pietro, come una sorta di resistenza agli appelli percepiti entro la società del tempo, come inviti, invece, indirizzati al superamento di una radicata tradizione che si pensava avesse, ormai, fatto il suo tempo.

Certamente, il rincorrersi degli avvenimenti pare andasse in quella direzione, volta, ad incentivare anche metodologie di un ulteriore impegno, in un’altra forma di abnegazione, da strutturarsi in dinamiche di dedizione sociale, contestuali, comunque, all’impronta del proprio coincidente carisma vocazionale, come nel caso di quanto documentato da “La Voce del Popolo” del primo dicembre 1951, nell’affresco della notizia didascalica di un’impattante fotografia ispirata a stare in pagina riguardo ad una sofferta tematica: “Per i feriti dell’O.N.U. – o meno – della guerra di Corea, occorre molto sangue umano.

Queste suore americane si sono offerte per il prelievo del proprio sangue a favore dei fratelli ammalati. Il loro esempio è stato seguito da molte consorelle in tutta la Confederazione”.

Di pari passo, tempo un annetto, ed un altro interrogativo declinava, ancora una volta al femminile, le novità alle quali era di tendenza un conciliante assentire, nel corso di un dibattito, in quei giorni lontani, ancora istituzionalmente in divenire.

Come poneva a quesito, il settimanale diocesano citato, nella edizione del 23 novembre 1952, un altro confronto che si faceva strada, anche a Brescia, a pochi anni dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, era espresso nel chiedersi: “Avremo anche le donne poliziotte?”, riferendo il testo di un ordine del giorno presentato dall’onorevole bresciana Laura Bianchini (1903 – 1983) alla Camera: “La Camera, preso atto che è ormai matura nella pubblica opinione la coscienza che un’opera di prevenzione e di tutela assicurerebbe, nella lotta contro il traviamento giovanile, risultati migliori di quelli finora conseguiti coi sistemi repressivi; in attesa che abbia definitiva sanzione parlamentare una proposta di legge che mira ad abolire la regolamentazione della prostituzione.

Invita il Governo a costruire un corpo femminile di assistenti di polizia che vigili sui minori traviati e in via di traviamento e sulle donne di cattivi costumi, onde aiutarne il ritorno ad una vita onesta e il reinserimento nella vita sociale”.

Intanto, a fotografia di ciò che si muoveva entro questa cornice di levatura ideale, un’istantanea applicata alla stringente statistica di chi aveva, invece, altro a cui pensare, aveva di fatto definito quel periodo in un modo compromesso nell’anno, durante il quale, come attestato da “La Voce del Popolo”, a firma di un tal “Valerius”, nella stampa del 14 dicembre 1952, certe “novità”, quali ulteriori opportunità ad istanze rimaste inevase, si cercavano drammaticamente pure nell’espatriare: “(…)

Nel primo semestre del corrente anno si sono verificati 93435 espatri. Nello stesso periodo del precedente anno, i lavoratori emigranti furono 71230.

L’aumento del flusso migratorio è stato quindi del 31%. L’emigrazione transoceanica ha assorbito 61655 unità lavorative rispetto a 53657, con un aumento del 14 per cento; quella europea 31780, rispetto a 17573, con un aumento dell’80 per cento (…)”.