Brescia – Temù era un tutt’uno con l’estate del 1953, come analogamente pare fosse per coloro che risiedevano tra i declivi del suo territorio, con tutte quelle talpe che avevano intorno a sé.

Un particolare insieme di fatti aveva legato fra loro questi diversi aspetti che, nel caratteristico paese dell’Alta Vallecamonica, si erano concretizzati nella singolare caccia a questi roditori sotterranei, sulla base di una delibera comunale che stabiliva, a consuntivo cacciato, un premio di cinquanta lire, per ogni animale ammazzato.

“Contributi distruzione talpe”, pare si leggesse fra gli incartamenti allora presenti nel Comune camuno, secondo l’edizione del “Giornale di Brescia” di venerdì 4 settembre 1953, a fronte di una non scontata procedura, promossa in quei giorni maturati in una sommaria premura, perché se ne avverassero i drastici termini sbrigativi di un’estrema misura, ricorrendo ad una diffusa partecipazione popolare, attizzata ispirandosi all’interpretazione affidata ad una data congettura.

A tal proposito il quotidiano bresciano precisava che “in verità, prima di addivenire alla rottura con gli insettivori, il sindaco Ugo Bellardini dovette avviare addirittura una pratica. Quasi che con le talpe ci avesse un fatto personale (a Temù i piccoli mammiferi sono considerati una peste per i danni che arrecano alle coltivazioni)”.

In questo contesto, le talpe non erano intese per quanto in natura le vede nella loro fattispecie anche come utile argine al proliferare di certi insetti che sono pure, in parte, dannosi per l’agricoltura, ma per ciò che la cronaca di un altro articolo, pubblicato dal “Giornale di Brescia”, nella stampa in edicola venerdì 14 settembre 1953, permetteva invece di percepire, attraverso le parole di un protagonista dell’intera vicenda camuna: “Un anziano contadino che ha i suoi prati sul versante in faccia al paese, parla entusiasta della lotta come di una cosa serissima che è stata una gran bella vittoria: – Finalmente potremo segare e raccogliere in pace e per un bel po’ la nostra erba -“.

Tanto è accaduto in quella comunità dove la matematica può sovvenire per calcolare il numero delle talpe ammazzate, attraverso il raffronto con la cifra finale delle 76800 lire, erogate dal Comune in questione, per le pelli effettivamente convogliate ad impinguare il numero totale degli esemplari finiti nella rete della sistematica mattanza che è risultata parametrabile ad una mole, dimostratasi tale, da fare sforare anche la cifra stanziata iniziale di sole 30mila lire.

Millecinquecentotrentotto pelli, per altrettante talpe, si erano rivelate, in questo caso, ad emblematico rapporto dell’uomo con il proprio ambiente in cui l’impronta umana calava pesante l’inappellabile verdetto inerente l’intrapreso indirizzo di una mirata ecatombe, sferzante il proliferare di una specie della fauna autoctona, diffusa nella bellezza di un panorama virente.

Per questa iniziativa l’ente comunale aveva dovuto farsi prima autorizzare dall’amministrazione provinciale, come, fra l’altro, si legge dalla citata stampa locale: “Con 30mila lire Temù vuole sbarazzarsi dei grigi ed un po’ repellenti insettivori dalla preziosa pelliccia. Con il suo benestare la GPA (Giunta Provinciale Amministrativa) non ha reso che una soddisfazione al sindaco di Temù. Contento lui, che pretendeva così poco per il benessere del suo paese, contenti tutti”.

A salvare le talpe dalla concertata soluzione finale poteva forse concorrere un’oculata considerazione soppesata su un piano legislativo ed anche calata su quel concreto versante dell’ecosistema naturale che ne incardinava l’interpretazione nella funzione svolta da tali animali come possibile contrasto alla proliferazione degli insetti ortotteri e coleotteri, altrimenti in ancor più facile e scontata diffusione, negli stessi spazi coltivi a favore dei quali si intendeva addurre una logica di preservazione.

Se, da un lato, un Decreto del 1928, emanato dall’allora Ministero dell’Economia Nazionale, prevedeva, in una ancora perdurante validità di formulazione, che era “fatto tassativo divieto di cattura e di uccisione delle talpe nelle zone invase dalle grillotalpe delle province di Verona, Vicenza, Treviso, Milano, Pavia, Varese, Como, Bergamo, Padova ed Udine”, escludendo, in questo modo, il territorio della provincia di Brescia dalla propria prescrizione, dall’altro, come si leggeva nelle cronache documentate dalla citata fonte giornalistica, il tema sotto osservazione pare si rivelasse sguarnito da altre eventualità di dubitanti resistenze: “siccome a Temù di grillotalpe e di maggiolini non ci sono infestazioni, andava da sé che gli unici nemici da togliere di mezzo – con buona pace degli ortotteri e dei coleotteri, invano tirati in discussione – erano le povere talpe”.

Un provvedimento che, ancora prima dell’accennato divieto ministeriale d’epoca fascista, il Comune di Temù sembra avesse già imbracciato in un ancora più disinvolto profilo legislativo, privo di concetti da dover confutare per un qualche eventuale freno inibitore, circa la caccia estemporanea di un dato animale, assurto a bersaglio di un catalizzato sentore, espresso da un generalizzato orientamento di intollerante fattore, come pare di capire dalle espressioni emergenti da quella tarda estate del 1953, tra le righe d’informazione che, a firma di Dario Mutti, il “Giornale di Brescia” sottolineava nel resoconto affidato alla stampa del 18 settembre, sull’eco di un certo controverso clamore: “Poco meno di quarant’anni fa, a Temù, per ogni pelle di talpa si beccavano trenta buoni centesimi e si assicura che in quel tempo gli insettivori ebbero vita difficilissima, se non impossibile. Finirono allineate ben 623 morbide pelli, qualcosa come 186 lire e novanta centesimi distribuiti in premio, allora”.

A perno della sommaria iniziativa camuna pare fosse stata incaricata una persona in particolare che, nel ruolo operativo d’assegnazione comunale, concorreva ad ufficializzare gli estremi complessivi di una certa adesione popolare, caratterizzata da una corrispondenza istituzionale a tutto uno specifico e fatale darsi da fare: “L’incarico è stato affidato ad una signorina del luogo, tale Lina Zani fu Michele, la quale su un registro non farà che annotare le generalità degli uccisori di talpe e le cinquanta lire distribuite volta per volta”, come si appuntava in evidenza nella notizia che ne annunciava l’esordio stesso, fra le pagine delle cronache locali desunte dal quotidiano bresciano, pubblicato per il numero di venerdì 4 settembre 1953.

Una quindicina di giorni dopo, gli esiti, conseguenti alla sbandierata apertura di quella fagocitata caccia mirata alle talpe, fautrici nel terreno di una propria sotterranea e zigzagante orditura, avevano già prodotto i numeri necessari e sufficienti per il bilancio di una complessiva ricognizione, colta in una larga misura di valore, della quale, oltre alla cifra delle 1538 pelli catturate, utilizzabili “per quattro o cinque pellicce da sogno”, se ne specificavano le tecniche di cattura, adottate per le prede sottoposte a così esasperata premura.

In un animoso coacervo di partecipanti alla singolare sollevazione venatoria, interpretata dagli esponenti d’ogni sesso e d’ogni età che enumerava quindi sia ragazzini che anziani, “qualcuno tentò ancora il vecchio sistema di cattura, senza dubbio più spettacolare: una verga verde flessibile, infissa, con un filo ed un cappio di rame appostato nella “galleria”: l’animaletto arriva, infila e si stringe addosso l’anello; spinge, credendo di vincere un’insolita resistenza del terreno, scatta invece il giunco, si raddrizza in tutta la sua lunghezza ed ecco che si estrae a viva forza il bruno animaletto che rimane là appeso come ad un tragico capestro. Ma i risultati erano nettamente inferiori a quelli dei “modernisti” che operavano con due robuste trappoline a scatto, disposte nei due sensi di ogni galleria scavata di fresco: o di qua o di là, vittima sicura, nel complesso una strage”.

La proporzione, raggiunta tra l’altro, in un’entità di pelli superiore alle aspettative di una preventivata previsione, seguiva, in ordine di tempo, quanto in due colonne di stampa, sormontate dal titolo “Dichiarata guerra alle talpe di Temù”, il giornalista, nel pubblicare la notizia il 4 settembre 1953, concludeva il suo scritto, sviluppato nelle fitte righe di una puntuale esposizione, con una divertita sua affermazione: “Può anche darsi che questa strana cronaca di Temù suggerisca a un estroso sarto, del tipo Christian Dior, il lancio d’un morbido cappotto per una serata di gala”.