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Di qua, la birra, di là, il vino.

Sul Monte Netto di Capriano del Colle, una torre rinascimentale ha in vista le due specialità. Risale alla fine del Cinquecento. Si trova nei pressi del Birrificio Montenetto e della “Tenuta La Vigna”.

Sull’orizzonte, un paio di paludi. Acqua stagnante, nell’alveo affossato da profonde e libere cavità fangose, come risultato di una pregressa attività estrattiva dell’argilla. Le locali indicazioni di prossimità le contrassegnano nel dialettale epiteto di “Lamòt de la Tor”.

Tutt’intorno la campagna, diffusa su questa sinuosa altura, che si sviluppa a rilievo della pianura dove appezzamenti prativi e coltivi si avvicendano, insieme ad estesi vitigni ed ad esigue macchie boschive, dislocate in varia misura.

Pare che, la costruzione di questa torre si debba al nobile Pietro Avogadro, morto nel 1617 durante la guerra di Gradisca (1615-1617), combattuta dall’allora Serenissima Repubblica di Venezia contro gli austriaci, a motivo della loro connivenza con gli uscocchi, profughi balcanici in fuga dai turchi che, una volta stanziatisi sulle coste adriatiche, si erano, in una certa qual buona parte, trasformati in pirati: una vera e propria spina nel fianco per le navi veneziane.

L’esito della guerra darà, a questi pirati, una nuova prospettiva di vita, lontano dal mare, in alcuni territori interni della Croazia settentrionale dove, forzatamente, poter andare ad intraprendere un altro tipo di soluzione stanziale, anche dedicata, cioè, ad un diverso tipo di darsi da fare.

La torre che oggi troneggia all’apice di un agglomerato rurale, appare nel bel mezzo dell’unitaria struttura di un enorme cascinale, rivelando, ad ogni buon conto, chiari segni distintivi del proprio specifico passato, ribadito al presente, nella sua ingente architettura esponenziale.

Qui, la nobile famiglia degli Avogadro, l’aveva concretizzata, ben oltre quella visione progettuale nella quale lo stile del tempo l’aveva individuata secondo una posa pressochè monumentale, anche se era solo per viverla come fugace recesso funzionale ad una attività marginale, dedicata alla passione venatoria, in linea con il vezzo degli uomini d’arme, del non disdegnare per niente, l’andare a cacciare. Anzi.

Cascina Torrazza – Monte Netto

La superficie dei campi ad essa attigui, completamente ridefinita e stravolta, rende difficile l’immaginarne i modi ed i luoghi riservati a tale occupazione, potendo, però, attualmente fare solo appurare, a margine di brevi capezzagne, un vicino capanno di caccia, in prossimità di una postazione fissa, ricavata a ridosso di magre schiere di alberi, dove poter ipotizzare un vago richiamo alla antica vocazione che la non lontana struttura turrita ancora addita alla propria mansione originale.

A tale proposito, si legge, fra l’altro, nella didascalica segnaletica divulgativa, ubicata all’esterno di tale squadrata sede gentilizia: “L’imponente torre, sorta forse su antiche proprietà dei Bocca, proprietari del palazzo in centro a Capriano del Colle, fu realizzata come casino di caccia alla fine del Cinquecento da Pietro Avogadro. Originariamente era collocata al centro di una tenuta di un centinaio di piò di boschi, più di trenta ettari, “metà buoni e metà di bruco di far letto” come risulta da un antico documento del 1723. Estintasi la famiglia Avogadro, tutta l’enorme fortuna andò dispersa e l’edificio, nato per lo svago, divenne sede di un’azienda agraria che modificò ampiamente il suo aspetto originario”.

Forse, pensava di tornare qui, Pietro Avogadro, alla fine dell’ennesima guerra combattuta lontano da casa, magari anche indugiando in qualche pensiero sull’epitaffio che, sulla sua persona, avrebbero potuto scrivere certi posteri, come di fatto, nella natura storica di questo genere di memorie, appare di lui raccolto, in una più diffusa serie di fonti scritte, anche a testimonianza delle sue glorie: “(…) Combatté in Austria, Boemia, Ungheria, ovunque vi fosse da menare le mani. Fu poi governatore di Asola. Il cronista Bianchi lo dice “uomo famosissimo e capo di fatione principalissimo del quale tutta la fatione cesaresca e martinenga aveva sempre avuto notabil paura. (…)”.

A questa citazione, presente sull’Enciclopedia Bresciana, si aggiungono pure altre tracce che, fra l’altro, precisano, in ambito bellico, la fine della sua vita intemerata, come accade nel testo dove, anche a suo riguardo, si legge a proposito de “Il secondo assedio di Gradisca. I veneziani rinunciano ad ulteriori offensive ed intensificano il blocco di Gradisca. Le perdite e le malattie riducono i loro effettivi, gli olandesi sono dimezzati. Giungono nuovi rinforzi austriaci guidati da Albert Von Wallenstein. Gli austriaci in tre colonne da Farra, Gradisca e Gorizia assaltano il campo delle milizie albanesi di Camillo Trevigliano, infliggono gravi perdite, compresi i comandanti Marcantonio di Manzano, Pietro Avogadro e Leonardo Gualdo e portano rifornimenti a Gradisca (giugno 1617). (…)”.

Analogo epilogo di data, in relazione, pure, ad una più antica fonte documentale, emerge nella fattispecie del libro “Notizie genealogico-storiche intorno alla nobile, antica ed illustre Famiglia Avogadro, raccolte e pubblicate da Leone Tettoni (Dalla Tipografia di Claudio Wilmant e figli, Lodi 1845): “Pietro q. Pompeo, militò in Fiandra, quindi passò governatore d’Asola. Venne in seguito fatto colonnello di 2000 fanti per la Repubblica nelle guerre col Papa, assistito dalla Spagna; ed infine fu capitano di cavalleggeri nella guerra del Friuli, ove rimase ucciso nell’anno 1617”.

Se non bastasse, anche l’opera in più volumi “Storia di Brescia” della Morcelliana (1964), per la direzione di Giovanni Treccani degli Alfieri, al terzo tomo, riferisce, fra altri aspetti apparentemente poco ricordati, circa quei fatti militari, che “(…) accanto all’arruolamento di nuove soldatesche svizzere, venivano decretate le nomine a capitani della cavalleria leggera dei conti Ercole e Teofilo Martinengo, di Francesco Burato, Pietro Avogadro e Annibale Luzzago. Pietro Avogadro cadeva poi, sulla fine di giugno e ai primi di luglio del 1617 in una fazione nei pressi dell’Isonzo”. Gradisca d’Isonzo, nel Friuli, appunto.

Scomparso lui, insieme ai suoi contemporanei dalla scena di questo mondo, resta questa torre a ricordarlo. I profili inalterati della sua imponenza complessiva e gli spazi ridistribuiti in altri vani, ma rimasti a somma dell’intera volumetria, come prerogative d’utilizzo tali e quali, si confermano sul posto, analogamente al profilo delle colline sovrastanti la città di Brescia che già, allora, da qui, era un poco visibile attraverso le maggiori costruzioni cittadine, dislocate nella prospettiva che le coglieva lungo il frastagliato insieme urbano, distribuito su più piani.

Tutta questa silente compenetrazione ad effetto, dal momento che appare ignara della dimensione del tempo e pure della fine capitata a tale personaggio, avuto, anticamente, a proprio riferimento, potrebbe stare ad aspettarne ancora il ritorno.

Ma, se anche fosse possibile che questo intrepido comandante dei cavalleggeri tornasse, quali passi incroceranno i suoi?

Forse, il pallido riflesso di una specifica caratterizzazione che, di lui, questa torre, tuttora, concorre a ricordarlo.

Allora, riprenderà a funzionare il tempo da dove si era fermato. Ricomincerà, forse, dalla dinamica di un attimo non considerato, perchè divenuto ultimo di un addio, consacrato, invece, nell’istante, più in là, dove tutto un vissuto spirava, in un altrove lontano.

Intanto, ombre passeggere, superstiti al giorno appena passato, sembrano quotidianamente rinnovarsi in quella luce fuggevole con la quale ogni frangente è misurato, nella realtà che, qui, custodisce la memoria di quanto tacitamente vi risulta evocativamente rappresentato.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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