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a cura di Umberto Mazzantini da Greenreport.it

Il segretario generale dell’OnuAntonio Guterres  si è detto «profondamente rattristato per la tragica perdita di vite nell’incidente aereo vicino ad Addis Abeba» e ha inviato le sue «sincere condoglianze e solidarietà alle famiglie delle vittime e ai loro cari, compresi quelli dei membri dello staff delle Nazioni Unite, nonché sincere condoglianze al governo e al popolo etiope». 

Nel disastro aereo avvenuto pochi minuti dopo il decollo da Addis Abeba sono infatti morte due italiane, Virginia Chimenti e Maria Pilar Buzzetti del World Food Programme dell’Onu che stavano andando in Kenya insieme a loro collegi di altre Agenzie Onu per partecipare all’UN Environment Assembly – Innovative Solutions for Environmental Challenges and Sustainable Consumption and Production, che si svolgerà fino al 15 marzo nella capitale Nairobi.

Il compito del Programma alimentare mondiale dell’Onu è quello di salvare vite umane in situazioni di emergenza e cambiare vite di milioni di persone attraverso lo sviluppo sostenibile.

Il Wfp lavora in più di 80 Paesi in tutto il mondo, fornendo cibo alle persone coinvolte in conflitti e disastri e gettando le basi per un futuro migliore.

Il direttore esecutivo del Wpf David Beasley è affranto: «Oggi è profondamente triste per il Programma alimentare mondiale, poiché siamo in lutto per i sette membri dello staff del Wfp che hanno perso la vita nella tragedia della compagnia aerea etiopica. Il Segretario generale delle Nazioni Unite mi ha chiamato per esprimere la sua solidarietà e il suo sostegno alla famiglia del Wfp, e voglio ringraziare lui e tutti gli altri in tutto il mondo per le loro espressioni di condoglianze.

Mentre piangiamo, riflettiamo sul fatto che ciascuno di questi colleghi del Wfp era disposto a viaggiare e lavorare lontano dalle loro case e dai propri cari per contribuire a rendere il mondo un posto migliore in cui vivere. Quella era la loro chiamata, come lo è per il resto della famiglia del Wfp. Piangiamo anche la perdita dei nostri colleghi di altre agenzie delle Nazioni Unite che sono morti e chiediamo a tutti di tenere nei loro pensieri tutti coloro che hanno perso i propri cari».

Nel disastro aereo ha trovato la morte anche la giovane  italiana Rosemary Mumbi ed è stata praticamente distrutta la dirigenza della piccola Onlus bergamasca Africa Tremila: scomparsi il suo presidente Carlo Spini, la moglie Gabriella e Matteo Ravasio, tre colonne portanti dell’associazione che realizza programmi umanitari a breve e medio termine; impiegando esclusivamente volontari spontanei.

Africa Tremila opera prevalentemente in ambito sanitario, anche realizzando o adeguando strutture specializzate, come il padiglione delle malattie infettive in Malawi, il centro sanitario di prima assistenza nel Ladak, e il policlinico dello Zimbabwe.

I tre volontari bergamaschi dovevano andare in uno dei Paesi più martoriati e bisognosi dell’Africa, il Sud Sudan. Per portare il materiale per completare il nuovo Il nuovo centro sanitario di Juba. La loro morte è una tragedia per Africa Tremila e per i sud-sudanesi che contavano sul loro cuore generoso e sugli interventi medici che garantivano.

Nel disastro aereo è morto anche Paolo Dieci, presidente del Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli (Cisp)  e di rete LinK 2007, un’associazione di coordinamento consortile che raggruppa importanti Organizzazioni non governative italiane.

Il Cisp ha annunciato con «immenso dolore la perdita di Paolo Dieci, uno dei suoi fondatori, uno dei suoi più appassionati soci e più competenti cooperanti, il suo Presidente. Il nostro meraviglioso amico. Il mondo della cooperazione internazionale perde uno dei suoi più brillanti esponenti e la società civile italiana tutta perde un prezioso punto di riferimento. La visione di una società più giusta, coesa, egualitaria, che ha guidato Paolo nel suo impegno in Italia e nel mondo continuerà a guidare il nostro lavoro.

Ci stringiamo attorno alla moglie, ai figli e alla famiglia tutta di Paolo e promettiamo loro di continuare ad onorare la sua memoria mettendo in pratica tutto ciò che da lui abbiamo imparato, provando ad avere la sua stessa lucidità nell’analizzare i problemi delle società contemporanee, la sua stessa perseveranza e pazienza nel provare a risolverne almeno una parte, la sua stessa preparazione e competenza nella realizzazione di ogni singola azione, progetto, programma. Oggi ci sentiamo tutti soli. Da domani, però, ricominceremo a lavorare per affermare i diritti di ogni essere umano in qualsiasi parte del mondo si trovi, così come avrebbe fatto Paolo, con instancabile tenacia. Ciao Paolo».

Anche l’altro italiano vittima del disastro aereo era un personaggio conosciuto:  l’archeologo e assessore alla cultura della Regione Siciliana ” Sebastiano Tusa. Il presidente della Regione, Nello Musumeci, ha detto: «E’ una tragedia terribile, alla quale non riesco ancora a credere: rimango ammutolito. Perdo un amico, un lavoratore instancabile, un assessore di grande capacità ed equilibrio, che stava andando in Kenya per lavoro. Un uomo onesto e perbene, che amava la Sicilia come pochi. Un indimenticabile protagonista delle migliori politiche culturali dell’Isola».

Dopo aver rivolto un pensiero alle famiglie e agli amici delle persone rimaste uccise, la presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, María Fernanda Espinosa Garcés, ha ricordato che «questa è una rotta molto usata dai molti combattenti  per il bene dell’Africa» e le immagini di morte che ci giungono da Bishoftu, le vite di queste persone generose spezzate mentre coltivavano i loro sogni e lavori per la giustizia e l’eguaglianza, rendono ancora più tristi e assurde le frasi sentite in questi ultimi anni e mesi sulle ONG e l’Onu paragonate a scafisti e ad affaristi.

Quegli italiani morti in uno sperduto posto di una nostra ex colonia dovrebbero essere il nostro orgoglio, la nostra speranza, il nostro restare umani.

Invece ogni giorno persone splendide e preparate si trovano a rappresentare, nei consessi internazionali, o in una baraccopoli o in un villaggio sperduto assediato dalla fame, dalla guerra e dalla malattia, un Paese che ha voltato loro le spalle, che dopo aver detto “aiutiamoli a casa loro” infama e disconosce chi lo fa davvero, per lavoro e/o volontariato, comunque con passione, intelligenza e sacrificio.

Un Paese (una buona parte del Paese che è anche al governo) che non capisce queste donne e questi uomini generosi, un Paese troppo incanaglito ed egoista per riconoscersi nella pietà cristiana e nella solidarietà laica. Una Paese che guarda con occhi asciutti e cuore indurito i rottami di quell’aereo che ha incenerito vite, speranze e progetti, mentre l’altra metà dell’Italia piange i suoi eroi “normali”, il loro e il nostro destino in questi tempi bui e dolorosi. Tempi che persone generose, libere e appassionate riescono però ancora a rischiarare.

 

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