Sul posto, non si capisce se è il lago, prospicente, a poter inghiottire questo tratto di costa, oppure, se è la montagna, sovrastante, a poterla schiacciare. Fatto sta che, l’evento rovinosamente più impattante per Campione del Garda, contesa dal pelo dell’acqua antistante e dall’incombere del panorama circostante, gravato dalle alture svettanti, in uno strapiombo soverchiante, sembra che non sia stato né l’uno, né l’altro, aspetto, legato alla conformazione del territorio, ma l’alluvione del torrente San Michele, ad inizio Ottocento.

La villa del cardinale c’era già. Eretta nella prima metà del Settecento, si erge, tuttora, fedele alla sua versione originale, nonostante le frane e gli smottamenti, pure accaduti in zona, mantenendosi nel suo caratteristico assortimento di un tempo, come la si nota in quell’antico dipinto che, nel Museo “Lechi” di Montichiari, associa, alla figura del porporato bresciano Giovanni Andrea Archetti (1731 – 1805), questa sua dimora familiare, presente in tale esigua località gardesana dove la si può cogliere, nello storico stile di un immobile signorile, fra le maggiori peculiarità di una riuscita coesistenza fra le dinamiche di una locale caratterizzazione territoriale.

Bisogna andare a Montichiari per vedere in arte questa villa, situata di fatto a Campione del Garda, riconoscendola pittoricamente in un quadro, quale opera ritrattistica che reca maggior risalto d’immagine ad un suo insigne proprietario, esprimendo, se non fosse chiaro, una sorta di curioso racconto visivo, relativo, sia all’uno che all’altro elemento figurativo, nel senso che, questo palazzo sta al cardinale, come questo “principe della Chiesa” sta al suo palazzo, attualmente chiuso ed, a tutta apparenza, abbandonato, mentre a pochi metri si agita il lago, ed alle sue spalle, superata la chiesa parrocchiale di Campione del Garda, si innalza, gravida di sporgenze aguzze e permanenti, la parete rocciosa in una forza minerale incombente.

L’autore di questo bel dipinto, celebrativo dell’ecclesiastico bresciano, non l’ha messa nella sua opera, tralasciando, nei particolari evocativi tramandati fino ad oggi, il dato di fatto che, nei pressi dell’immobile, ci sia tale imponente prospettiva ottundente, preferendo, come di maniera, profilare l’effetto di un più conciliante paesaggio, del tutto astratto, però, rispetto a come si rivela, ancor oggi, questa singolare e breve riviera.

Altro particolare, la “Croce di Malta”, indossata dal cardinale, ne contraddistingue l’evidenza, verso tale istituzione cavalleresca, di una professata sua appartenenza personale, mentre, in riferimento a quest’opera pittorica, attribuita all’artista Santo Cattaneo (1739 – 1819), interviene il didascalico apporto esplicativo che è correlato all’esposizione permanente, presso il monteclarense museo “Lechi”, del manufatto agiografico accennato, testualmente, se qualcuno avesse dei dubbi, intitolato “Ritratto del cardinale Giovanni Andrea Archetti a Campione del Garda”: “Giovanni Andrea Archetti (Brescia 1731 – Ascoli Piceno 1805), membro di una facoltosa famiglia bresciana, laureatosi a Roma nel 1754 in diritto canonico, svolse importanti incarichi nell’amministrazione dello Stato Pontificio. Nel 1784 fu elevato alla porpora cardinalizia. Il dipinto lo ritrae nel momento in cui legge la missiva che comunica la sua nomina a vescovo di Ascoli Piceno, avvenuta il 28 maggio 1795. Il cardinale indossa un’elegante marsina su cui è appuntata la croce di Cavaliere dell’Ordine di Malta. Sullo sfondo si scorge l’architettura del suo palazzo a Campione del Garda. (…)”.

Tomaso Balucanti (1758 – 1816), podestà di Brescia, era nipote di questo porporato, come pure sua sorella Clarina, “era maritata a Bergamo nel conte Vertova e villeggiava alla Costa”, come, fra l’altro scriveva lo storico Gabriele Rosa nel 1865, pubblicando, “Notizie del cardinale Andrea Archetti nunzio in Polonia”.

Da tali tracce documentaristiche, emergono, pure, alcune curiose indiscrezioni, rispetto a come, questo cardinale abbia, a suo tempo, ritenuto di ritrarre alcuni importanti uomini di Chiesa suoi contemporanei, quasi ricalcando, in sferzanti, seppur private, note da manoscritto, il perdurante affaccio caustico e, se si vuole, ironico, dei tanti “mascheroni” che sono presenti sulla sua villa gardesana che, su ogni arcata dei portici, come ad ogni finestra, reca, quasi a guardia, l’istrionica prominenza di un faccione dalla notevole dimensione, scolpito con fare mastodontico, senza esitazione, in una prorompente incidenza espressiva di emblematica e di caricaturale rappresentazione, andando, per certi aspetti, a collimare, “mutatis mutandis”, ad esempio, con certe impietose descrizioni umane rilevabili in altrettanti “medaglioni”: “(…) Il nobilissimo monsignor Lucca dispone del borsellino del papa in elemosine arbitrarie e capricciose. Le premure delle belle dame sono sempre preferite, e chi si prostra al suo gran merito con atti di ossequio e di rispetto, frequentando la sua anticamera, e lodando la sua casa e la sorella, parte contento. (…) Il cardinal Cavalchini insaziabile di denaro e di novità, benchè ottuagenario, ed escluso solennemente dalla Francia nell’ultimo conclave, aspira, nonostante, al triregno ed al soglio, ed a queste sono dirette le sue mire e le provviste di beneficii. Molti cardinali lo lusingano, rendendolo, in questo modo, propizio alle raccomandazioni, tra questi i cardinali Lante, De Rossi e Orsini, famoso triunvirato del nostro secolo. Per la sua anzianità nel sacro collegio è rispettato dal papa più del dovere. (…). Il nostro galantissimo sessagenario Anglogallico Enea Silvio teme profondamente che il conclave non dia a tanti suoi meriti la dovuta ricompensa, e non lo conceda ai voti di tutte le nazioni oltramontane che lo chiedono per capo e direttore del loro ministero. Per sua confessione, peggiore infortunio non potrebbe accadere alla città di Roma, avendo egli esercitata la giustizia con una potenza senza pari, una equità senza esempio, ed una placidezza mirabile e quasi divina, e con avere a questo fine avvilita, per il pubblico bene, la suprema dittatoriale podestà nell’esercitare le veci di fiscale, di sostituto, di notaro, di bargello. Lo vediamo a questo fine più frequentemente del solito, sull’imbrunire della sera, capitare in casa Altieri (conciliabolo dè cardinali), snello, e succinto nell’abito, immerso il capo in enorme parruccone, profumato delle più odorifere quintessenze”.