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Travagliato (Brescia) – Felicità inventiva ed energia stilistica compositiva si confermano nell’interessante percorso della ricerca creativa sviluppata dall’artista autodidatta Innocente Tironi detto Battista di Travagliato durante quell’andare del tempo che il 2014 ha produttivamente contestualizzato anche nell’effettiva riuscita dell’opera dal titolo “La vipera”, come dipinto che l’apprezzato autore bresciano ha realizzato secondo quel preciso estro indagatore a cui risulta rapportato il bersaglio tematico che vi è svelato.

Il tema sociale è, in questo caso, particolarmente considerato, in quanto il pittore si insinua con coraggio in quella personale e costruttiva analisi di osservazione nella quale il lievito della propria ispirazione giunge a maturare un contributo d’immagine a tutto spessore.

L’opera è metaforicamente descrittiva di una certa estrema contingenza di rappresentazione, desunta dall’andamento di alcune tendenze incombenti in quella parte della società dove pare che abbiano espressione, attraverso una serie di controversi aspetti nei quali si dipanano certi casi emergenti in evidente stridore rispetto alla tradizionale interpretazione del sesso forte che, dal maschile, sembra sia scivolato in capo al genere femminile, nel ruolo di un subentrato avvicendamento culturale, fattivo dell’alternanza di una predominante posizione.

Nonostante la ravvisata contemporaneità, l’occasione è ghiotta per potersi pure ricondurre, nell’ideazione dell’opera, al riferimento di un archetipo d’attribuzione che evoca la mela dell’antico tentatore per l’individuazione di quella narrazione biblica dove l’umanità geme nell’imbroglio di una connivente seduzione.

Nel dipinto in questione, un serpente è raffigurato nella baricentrica posizione che sviluppa la propria figurazione accompagnando, dalla base, la simbolica esemplificazione di un filo conduttore, strumentalmente intercorrente dall’origine dei tempi, fino a quella che, per l’autore, è l’insieme di una odierna contestualizzazione.

Se, come Adamo, l’uomo è pittoricamente colto nell’atto di impugnare la mela che ne ha sancito l’inizio del cammino terrestre di peregrinazione, il serpente pare contemplare gli effetti traslati della propria deleteria azione, fra i quali appare il prevalere della figura femminile in un soverchiante ed in un rimarcato atteggiamento di indifferente percezione verso quanto le sta attorno, nella varietà degli elementi riconducibili all’emanazione di una personalità chiusa nell’esercizio del proprio egoistico metro di interazione.

In questo senso, nella visione dell’artista, il serpente pare specularmente interfacciarsi con il personaggio femminile della rappresentazione, dando pure il nome al dipinto stesso in cui la figurazione verte attorno alla caricatura di un certo qual tipo di “femmina” e non della donna, in quanto tale, intesa nella sua generale e più diffusa estrinsecazione, ritenuta dall’artista in quel ruolo rispettabile che è invece significativo di tutt’altro fertile concetto di materna elezione.

Nella tela di sessanta per settanta centimetri, gli acrilici utilizzati da Innocente Tironi sono fedeli al suo tradizionale carisma espressivo in cui gli aspetti figurativi obbediscono al trasporto di un’ispirazione interiore che volge a comunicare un messaggio di riflessione rapportato ai particolari pittorici con i quali esprime simbolicamente l’intima partecipazione al tema trattato, per un corrispondente manufatto di attestazione artistica, raggiunto nella sua unica formulazione stilistica.

L’unicità del lavoro eseguito è pure riscontrabile, oltre che nell’approccio compositivo e nei tratti figurativi attraverso i quali dettaglia il proprio estro espressivo, anche nella realizzazione da parte del medesimo autore di una cromatica decorazione attorno alla tela che è, a sua volta, racchiusa in una cornice lignea, frutto di un accurato assemblaggio di pezzi di rovere, disciplinati secondo un’armoniosa ed una robusta ideazione.

La ViperaEntro questo ulteriore segno tangibile della versatilità dell’artista, pure distintosi nella scultura e nell’intaglio con opere espresse in una plastica concertazione delle varie tecniche con le quali manifestare la propria ispirazione, il dipinto risponde ad una provocazione che, propositivamente, enuclea una stigmatizzata caratterizzazione, per descrivere, con l’arte, una argomentata ed una personale presa di posizione.

Quella posizione che apre uno spiraglio di critica osservazione verso una sorta di rovesciamento della predominanza di genere, nella misura dei lati oscuri che viziano l’essere umano nella sua interazione con il prossimo, a prescindere dall’appartenenza al maschile o al femminile della propria natura che, in questo caso, declina però su una certa deriva di disumanità attraverso la visione di tutto quanto, con il titolo di “La vipera”, riguarda la figura di una donna discinta, troneggiante su un pilastro di pietra grezza, con la sigaretta accesa, che ha in braccio un vivace cagnolino, da cui riceve le sboccate effusioni, mentre la rappresentazione di un bambino si erge da una vicina pattumiera e la sagoma distesa di un uomo pare urlare il proprio disagio nell’essere soggiogato dai piedi della celebrata megera che, con un piede sulla gola, ed uno sulle parti basse lo inchiodano a terra, in una sudditanza che ne imbriglia la dignità intera.

L’opera presenta questa composita figurazione nel primo piano della sua pittorica risoluzione nella quale si distingue l’efficacia di altri due livelli di profondità che, del dipinto stesso, ne secernono, in una chiave paesaggistica, la piacevole complessità di un’allegorica dimensione, fatta di una ridente natura fiorita che risulta volutamente stridente rispetto alla drammaticità della scena dei personaggi in questione, sviluppandosi quindi in un altrove separato e disgiunto nei riguardi del ritratto dell’umanità sulla quale verte la narrazione. Nel livello superiore, oltre le punte aguzze di un orizzonte montuoso, appare, nell’opera, un cielo movimentato dagli effetti di colore impressigli dall’artista, in un turbinio di reazione che pare ribellarsi a quanto sta assistendo la volta celeste, riflettendolo in serpiginose striature gibbose, nello specchio striato d’azzurro e di giallo di quell’iride onniveggente che è aperta dall’alto della propria infinita e suprema estensione.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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