Brescia – Ermelinda Chini, ovvero Mario Linda, oppure ancora Mario Chini: sono le stravaganze di un’identità che si è fatta carico di più nomi nelle fattezze di una giovane donna che ha assecondato nella sua vita il proprio istinto personale di voler invece essere uomo.

Nelle due colonne di stampa, a veste tipografica di un articolo al cui termine le estrazioni del “Regio Lotto” attestavano la concomitante uscita del 36 su Milano e su Napoli e del 19 su Bari e su Torino, un ignoto cronista riferiva le vicende crepuscolari di questa persona che, nelle sfumature fra luce e tenebra e fra realtà palesi e verità nascoste, si era distinta per vari motivi sul panorama bresciano.

L’edizione de “Il Popolo di Brescia”, in edicola domenica 24 novembre 1929, le dedicava un titolo accattivante, brioso di curiosi accostamenti, quasi a copertina di un romanzo di pari contenuto: “L’abito maschile e i baffi all’americana di una giovane truffatrice nel commercio dei vini”.

Contenuto che tratteggiava un profilo di simmetrica proiezione all’esordio di una sintetica presentazione mirata a sottoporre l’atipicità rilevata alla pubblica attenzione per una curiosa e reale informazione.

La storia sviscerata, a seconda di come la si osservi, è una di quelle che può forse essere considerata fra quelle che capitano, nel periodare ripetersi dell’ampio spettro di varietà dello scibile umano, oppure è sorprendentemente una tra le più singolari testimonianze a riprova della particolarità di casi rari ed eclatanti, condotti fino all’estremo.

Non solo donna, ma uomo, ed uomo disinvoltamente truffaldino d’una intraprendenza sinuosa, non già di forme femminili, ma di acrobatiche peripezie volitive e recidive dai connotati solitamente assimilati agli attributi maschili.

Nata a Brescia una trentina d’anni prima, quando l’Ottocento dischiudeva il tempo al sorgere di un nuovo secolo, figlia di Adelaide Chini e di padre ignoto, Ermelinda era, malgrado tutto, confusa, nell’azzardata espressione usata nell’articolo, al fatto che con lei “la natura commise un grosso sbaglio. Aveva messo al mondo una ragazza, nella quale, tutto fuorchè l’accidentalità del sesso, era perfettamente mascolino: tendenze, voce, attitudini, facoltà morali”.

In breve, nel suo sviluppo in ascesa di stagioni e di anni, la crisalide di un bozzolo, con già così marcate connotazioni allusive, aveva avuto naturale sbocco nella quadratura proporzionata al seme più intimo e recondito di un proprio peculiare richiamo di vita, fedele ad un inequivocabile e schietto sentire.

Altri tempi, quello del suo venire al mondo, ma che nonostante tutto non le avevano impedito di “a quindici anni potè infilare per la prima volta – fu quello il giorno più bello della sua vita – gli adorati pantaloni lunghi. Da allora non ebbe più esitazioni né tentennamenti. La strada era segnata: avrebbe proseguito fino in fondo, senza resipiscenze, senza nostalgici ritorni sentimentali verso quella parte del genere umano da cui si sentiva decisamente lontana e diversa. Ebbe perfino ragione, con la violenza, comprimendosi il petto con fasce strettissime, di quei pronunciamenti che la natura inflessibilmente esigeva. Cambiarsi nome fu uno scherzo: Ermelinda, esistita in realtà soltanto per la madre e per qualche vicino di casa negli anni delle odiose treccine coi nastri che la piccola si strappava dispettosamente, Ermelinda Chini aveva così, naturalmente, assunto in faccia al mondo della sua strada, via Maraffio, e del suo quartiere, la persona di Mario Linda o, a capriccio, di Mario Chini”.

In pratica, da quella via Maraffio, l’incedere incalzante ed il distribuirsi delle sue azioni l’avevano resa particolarmente nota su altra arteria cittadina bresciana che, ancora oggi, evoca vaga percezione di una grassa cornice di animosa socialità concentrata ed aggrappata come un’ostrica tra gli antichi ed i popolari immobili di tutta una zona urbana, contraddistinguente via san Faustino.

In un locale di questa vissuta e chiacchierata contrada la persona in questione si era fatta condurre con un’auto di servizio, fra le vetture con autista del “Garage Baletti”, al termine di tutto un viaggio lungo il quale era stata passeggera fino ad Agnosine e nel conseguente ritorno, ma “infilata la porta del caffè, il conducente aveva un bell’aspettare, il passeggero non si faceva più vivo”.

Un eclissarsi nel nulla, simile ad un metodo che sembra sperimentasse l’ormai così conosciuto Mario Linda anche in altri e meglio congegnati sistemi d’opera “non nuovo, ma certo redditizio, comperare (senza pagare) a duecento e vendere a cento, centocinquanta. Acquistata da parecchi negozianti una data quantità di vino, che otteneva perché conosciutissima dappertutto (provatevi a domandare di Mario Linda al Carmine) ella non si faceva più vedere. Codesto genere di attività che si svolgeva in città e in provincia non poteva durare a lungo. Cominciarono a nascere sospetti e gli agenti cominciarono a tener d’occhio il bruno giovanotto”.

Giovanotto con un aspetto che già l’aveva fatto condurre in Questura per gli accertamenti piovutigli addosso, in conseguenza della ostinata e stridente doppia identità, divisa fra quella anagrafica e quella effettiva, addirittura distintasi in una differenziazione di sesso: “Il giovane non ha nulla di femmineo: bruno, di statura media, ha un viso angoloso, le sopracciglie folte e arcuate, uno sguardo senza dolcezza”.

A questo si erano aggiunti ancheun paio di baffetti acerbi” che pare fossero in tutto agevolati nella crescita, anche ricorrendo a presunte lozioni di “acque magiche” ed a rasature frequenti e minuziose, con la speranza di favorire il suo naturale irsutismo e per agevolare l’effetto opposto a quello di solito ricercato dalle donne che, invece, “osservano con terrore allo specchio” i deprecati inestetismi della peluria, emergente agli angoli della labbra.

A loro differenza Mario Linda era riuscito, al contrario, quasi a rigenerare un infoltimento apparso nella forma di una sorta di un “accento circonflesso” tra labbra e naso, secondo la moda allora in voga “dei baffetti all’americana alla Menjou o alla John Gilbert che dir si voglia”.

In quella fine di novembre del 1929, le cronache locali intervenivano sul personaggio, in quanto trattenuto dagli agenti della Squadra Mobile di Brescia, essendo giunte a maturazione una serie di denunce che lo incastravano a pendenze accusatorie, come quella di Adelaide Tononi “ostessa in via Fratelli Bandiera. Nell’esercizio di costei il Linda era entrato con alcuni amici ai quali aveva offerto da mangiare. Allorchè la Tononi gli presentava il conto, cinquantacinque lire in tutto, il cliente avvertiva: pago domani. Promessa s’intende non mantenuta”.

Oltre a questa, anche quella diErrico Marini, negoziante di vino in via Ugo Foscolo, 22. Costui vendeva in più riprese all’eccezionale cliente tre o quattro damigiane di vino del valore di circa mille lire. Conto che attende ancora di essere saldato”.

Al di là della “mattanza” colorita di alcune imprese corsare, fatte di imbrogli e di raggiri, restava la figura di una donna che aveva molte più ragioni di altre donne per essere illibata, rispondendo ad irresistibili ed esclusive tendenze mascoline che la destinavano ad altrettanto personali espressioni di finzione sessuale “così abitualmente inscenata”.

Una doppia identità scenica che cercava di accordarsi con una sola, come accade a volte anche sul piano interpersonale delle relazioni sociali nelle quali verso gli altri si inerpicano scrupoli, titubanze, aggiustamenti come maschere che pure possono, al rovescio, essere invece esuberanza istrionica, pavoneggiamenti e posizioni di ruolo, fondati su chissà quale emotività latente.

Su questa doppiezza, l’autore dell’articolo concludeva sottolineandone la trama ambigua e giocando nei risvolti psicologici fra la parte di commediante e quella di comparsa: “Vedremo come Ermelinda Chini aggiusterà le malefatte di Mario Linda, una volta scontata la pena in carcere”.

Intanto, inclusa nella stessa pagina de “Il Popolo di Brescia” di quella domenica autunnale del 1929, giungeva da Travagliato (Brescia), nella forma di annuncio, un diverso tipo di appartenenza affettiva, senza però confusione di identità, ma di una aderente simbiosi, fusa nella sollecitudine a sentirsi parte di un’altra creatura, quasi a custodirne i destini, ormai avvinghiati ai propri: “Mancia competente a chi consegnerà a Travagliato, via Chiesa 9, cagnolino fox terriè, mantello tutto bianco, con muso a macchie gialle e nere, coda tagliata, rispondente al nome di Fritz, fuggito da casa venti giorni fa”.

Non è oggi dato di sapere né di Fritz né di Ermelinda, presi insieme nel vortice delle parole e dei fatti della carta stampata, conditi, nei rispettivi casi, da un diverso comune sentire di manifestazioni, aggrappate alla vita e complementari all’unico istinto dell’essere inconscio e della ricerca di un’affermazione, tra libido d’amor proprio e possesso esistenziale.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.