“Mina è veramente una grande artista”: parola di Giancarlo, figlio di Faustino, in arte, “Charlie”, Cinelli,  cantante, bassista e chitarrista, originario di Sarezzo (Brescia) che deve la propria meritata fama, fra l’altro, anche all’apprezzato trio musicale da lui fondato, con Alan Farrington e Cesare Valbusa, con il nome di “Charlie & The Cats”, attraverso il quale ha implicitamente rilanciato il vernacolo bresciano in quell’accattivante vettore musicale con cui, nella moderna e nella straripante melodica strumentale, tale idioma locale è cantato, sulle note rock e folk della musica pop, con le quali il dialetto di Brescia, per lo più parlato, ha trovato un’ulteriore modo per poter, di fatto, essere rappresentato.

L’incontro con Mina, da parte di questo interprete della brescianità verace, promossa anche nell’ambito della propria autentica passione alla musicalità strumentale e canora, interpretata con le sue personali potenzialità riconosciutegli da un vasto numero di estimatori, avviene, nel corso di “una bella esperienza, insieme ancora a Alfredo Golino e a Gogo Ghidelli”, con i quali Charlie Cinelli ha, a suo tempo, registrato un album della famosa artista, “soprano drammatico d’agilità”, conoscendola di persona ed appurandone “direttamente il valore di quella grande cantante”.

E’ questo, uno, fra i numerosi affreschi esperienziali, costituenti, in modo incisivo, la scorrevole biografia di Charlie Cinelli, scritta dal suo compaesano ed amico Stefano Soggetti, in una divertita ed in un’ironica prima persona singolare narrante che si esplica nelle gradevoli sfumature colorite del proprio incalzare colloquiale, già fin dal titolo del libro, “Il Charlie – breve storia della mia vita dall’infanzia all’immaturità”, con cui “La Compagnia della Stampa”, ne proporziona, in circa centosessanta pagine, pervase da un’intensa versatilità, l’accattivante capienza contenutistica che è confezionata nella trama di una spontanea esposizione briosa, sviluppata in un chiaro resoconto evocativo della positiva e contagiosa venatura istrionica e favolistica del noto e, tuttora impegnato, protagonista.

Se, pure con Mina, scorrendone la ragguardevole biografia, si intercettano una serie di realtà interagenti con l’attività della medesima cantante, come, ad esempio, quella del gruppo musicale cremonese degli “Happy Boys” di cui, fra gli altri, il pittore finlandese, trapiantato in Italia, Simo Nygren, ne può testimoniare la riuscita collaborazione fattiva, allo stesso tempo, anche il valtrumplino Charlie Cinelli può riferire altrui vicissitudini ed esperienze, proporzionate al suo personale sentore ed intersecatesi insieme alle proprie, fondendosi in quell’impegno applicato alla musica che, nel corso degli anni, sono state da lui affinate, come conclamate eccellenze.

E’ l’inevitabile poliedricità di una biografia, quella del dettagliare il testo come potenziale e come plurale simmetria di una visione globale che, oltre al personaggio principale, contempera, in parte, anche il contesto in cui la sua impronta appare e da cui trae i riconosciuti riferimenti mediante i quali la sua storia si astrae da quella rispettiva complessità esistenziale dove l’approccio biografico consente una sorta di divulgazione della sua testimonianza personale, in un’interessante logica di condivisione, rivolta al lettore, anche per tutto ciò che possa risultargli similare.

A tal proposito sembra, scriva, fra l’altro, il direttore del “Giornale di Brescia”, Giacomo Scanzi, nella sua prefazione al volume memorialistico in cui il suo intervento ne anticipa il dettaglio contenutistico: “(…) rileggendo le straordinarie pagine che Charlie ha dedicato non solo a se stesso, ma ad un mondo che, in cantina, era uguale a Brescia, a Milano e al resto d’Italia, una generazione ritrova il proprio inizio, i propri sogni, la freschezza del solito “si stava meglio quando si stava peggio”, alludendo ad un corposo e ad un affascinante “amarcord” culturale che il cantante stesso pare faccia rivivere in una serie di suggestivi stralci di poetiche emozioni, versificate in certe sue canzoni, come quella dal titolo “Paès”: “Paeès, sarèse madure e mandorle amare, marène e ambrognaghe e furmintù. Paès, le corse con l’asèn, èn cà culur rozen, sotane de èce, /tirade de orècie e orasiù./ Paès, la piassa, la cèsa, le sorghe e le sporte che i’è carghe el dè del mercàt, nel paès…”, (Paese, Paese ciliegie mature e mandorle amare, amarene e albicocche e granoturco. Paese, le corse con l’asino, un cane color ruggine, sottane di vecchie, tirate d’orecchie e preghiere. Paese, la piazza, la chiesa, i topi e le sporte piene il giorno del mercato, nel paese”.

charlie cinelliDa questa vibrante reminiscenza comunitaria di una condivisibile realtà locale, su altro versante, forse, avviatasi sul logoro profilo di una incombente evanescenza, dai particolari descritti, con una disarmante cognizione di causa e con una partecipata coscienza, ne scaturisce quell’utile opera meritoria che ancora Giacomo Scanzi mette bene in evidenza, precisando, fra alcune altre sue interessanti considerazioni, stilate nel suo accennato contributo introduttivo alla pubblicazione che: “E’ attraverso storie come quella di Charlie che Brescia si è messa in rete con il mondo, e si è trasformata in un sobborgo di Londra o di New Orleans. Dietro l’angolo di casa, dal barbiere o in un’osteria, s’è ricreata l’aria frizzante del Greenwich Village. Sì, anche noi abbiamo avuto la nostra Route 66, tra l’Ortica e le case Gescal di Gorgonzola, tra Sarezzo e il Carmine”.

Su questo fecondo orizzonte interculturale, Stefano Soggetti, nei panni dell’attento biografo di Charlie Cinelli, dà voce all’interprete della propria articolata disamina editoriale, anche ricorrendo a quella simpatica affermazione che si rivela intrisa di un corrispondente folclore: “ero nato sotto la costellazione del Rock’n Roll e crescevo sotto quella dei Beatles e dei Rolling Stones”, riferendosi all’annata testualmente espressa nel 1958, dalla quale, nel libro, principiano quei fatti a seguire che scorrono nella lievità di un racconto, dove, fra l’altro, si precisa che, attorno a quell’anno, l’unica distinzione fra “la televisione pubblica e privata” intercorresse fra quella presente in casa e quella invece sistemata in un locale pubblico, come il bar “Acli” del paese natio del personaggio in questione che, fra gli ancor più diffusi frammenti della propria infanzia, ricorda l’allora parroco don Merlo che “celebrava la messa con le spalle ai fedeli, secondo i dettami ecclesiastici preconciliari, mentre io lo inseguivo con il piattino e il calice in mano, nella veste candida di chierichetto”.

In pagine spigliate ed armoniose che riescono a far reggere l’impianto complessivo della lettura, senza che la specifica di alcun capitolo se ne assuma la premura, sembra di rivisitare le impressioni di un diario non assillato dal tempo e contraddistinto più da un’empatia comunicativa che non dalla rendicontazione di una temporalizzazione comparativa fra quegli eventi, pubblici e privati, come pure a cavallo degli uni con gli altri, di Charlie Cinelli, nell’evolversi della propria vocazione creativa, messa a frutto sia in Italia che all’estero, elaborando “quell’interesse linguistico che ho poi trasposto nelle mie canzoni”, anche per il tramite di progetti d’eclettica versatilità espressiva, come quello di cui a Brescia, nei suoi confronti, è ricordato nel fatto che “nel 2012, centocinquantesimo della nascita del poeta dialettale Angelo Canossi, mette in scena l’opera “Angel 1862”, composta in collaborazione con il musicista-compositore Roberto Soggetti che, con un gruppo di strumentisti da camera è portata in giro nei teatri della provincia e riscuote un notevole successo di pubblico e di critica”.