Brescia – I piedi non convincevano. Si riteneva che avessero potuto essere anche meglio di così. La statua che, nel suo complesso, era, comunque, lodata, si reputava fosse stata vittima di un’epurazione cristiana, nell’epoca tardo imperiale dove, al posto degli “dei falsi e bugiardi”, si era via via instaurata la Chiesa Cattolica Romana.

Considerazioni che erano argomentate con tanto di spiegazioni, arguite, in una quota parte, anche per via di una serie di logiche e di evidenti constatazioni, sicuramente sviluppate a riflesso di antiche considerazioni, nell’andare a risalire ad uno scritto del 1860, ma, a motivo di tale periodo, molto più recenti, rispetto al manufatto stesso in esse trattato che risale a secoli e secoli addietro, precedendo di molto queste mirate esternazioni di merito che avevano motivatamente trovato spazio nel numero cinque de “Il Mondo Illustrato Giornale Universale” del 4 agosto 1860, edito dall’allora “L’Unione Tipografica Editrice Torinese”.

Motivo di un’interessante analisi artistica, affidata a questa pubblicazione ottocentesca, era la cosiddetta “Vittoria Alata”, già assurta a simbolo della città dove era stata, per così dire, trovata, nel 1826, quale opera classica, osservata nel prestigio di una scultura raffinata, imponente in un’eleganza impressa alla propria intera figura slanciata, attraverso un preminente rilievo dimensionale, percepibile anche a motivo di una solenne simbologia, rappresentata in una notevole ed in una composta postura idealizzata.

Nell’attesa che, nel corso del 2020, venga restituita restaurata, pare che Brescia, possa contemplarne tuttora gli effetti attraverso i quali era stata da non molto tempo svelata, ovvero, secondo la descrizione vicina al modo in cui tali aspetti contraddistinguenti erano ritenuti tali a pochi decenni da quando era stata scoperta dal suolo cittadino, per essere, poi, restituita alla luce del tempo incombente, anche attraverso la notizia corrispondente divulgata, fino ad assimilarsi entro quel medesimo frangente che era stato affidato alla storia, nel capitolo effettivo di un fortunato rinvenimento eminente.

“(….) Strette e raccolte ha le chiome, pudico lo sguardo, modesto l’aspetto, amabilissime le sembianze, perché là è Vergine e Dea. La sua fronte è cinta da una benda, che le annoda i crini dietro l’occipite, e sopra essa intarsiato in argento un ramo d’ulivo, simbolo della pace, frutto del suo trionfo. Il braccio manco (sinistro) e il piede sono elevati in guisa da reggere uno scudo, sul quale la Dea sta in atto d’incidere con uno stile i giorni fausti e i nomi degli eroi. (…)”: si precisava, nel contributo d’approfondimento a firma di “L. Seguso” , fra le pagine del giornale accennato, che, per la bisogna, recava anche una pregevole grafica a fedele raffigurazione della stessa opera scultorea.

Opera, innanzi alla quale, tutto sommato, si andava, però, a pronunciare anche un’altrui riserva stilistica, al vaglio della, in ogni caso, elogiata soluzione compositiva, consentendo, fra l’altro, quell’appunto che, tra le righe del testo menzionato, si trovava pari pari enunciato: “(…) Alcuni di coloro che sostituiscono, all’entusiasmo del complesso, una fredda e minuta analisi, vide un difetto anche in quest’opera: i piedi, cioè, non troppo delicatamente modellati. Non aggiungeremo il nostro avviso per tema di pronunciarlo arrischiatamente. Le ali, da ultimo, meritano alta considerazione perché trattate con quella disinvoltura artistica di cui vanno superbe le opere dei nostri padri. La Vittoria fu rappresentata colle ali a dinotare la celerità delle gloriose sue imprese. (…)”.

Ancora, presumibilmente non identificata con l’appellativo di alata, come oggi, invece risulta nominalmente definita in una ormai inscindibile definizione associata, questa statua era presentata in quella contestualizzazione storica che andava ad avanzare ipotesi affacciate ad un suo pregresso obliarsi nel tempo: “(…) Il furore di abbattere, inspirato da un delirio di novità, invase i primitivi fedeli in modo inenarrabile. Roma e l’Impero Romano erano ricoverti di templi eretti ad onoranza di numi infiniti. Chi distrusse questi templi, la maggior parte magnifici, ed alcuni veri capi lavori dell’antica architettura?
Attila fu un gran pretesto per salvare le apparenze del mondo cristiano primitivo. La Vittoria del Museo Bresciano è una statua in bronzo, ed era dorata. La sua altezza è di metri 2 e pesa libbre 1875. E’ l’unica statua di tale Dea che mostri l’Italia e l’Europa in sì perfetta conservazione, di tanta purezza di stile, eccellenza di forme, dignità di atto e nobiltà di panneggiamenti. Ne vantano il Vaticano, il Museo di Parigi e quello di Berlino; ma oltre ad essere molto minori del vero, sono corrose dal tempo e manchevoli. Tornerebbe lungo ed inutile citare i moltissimi giudizi che concordemente gli estetici lo proclamarono un capo d’arte, e la storia ne tracciò memoria indelebile nelle sue pagine. (…)”.

Il risultato di un’approvazione generale era pure sottolineato attraverso l’interpretazione di un intuibile fascino leggendario che vi si riteneva presente, come un’aura seducente, attorno al manufatto, a sua volta, valorizzato anche dall’ulteriore pronunciamento di una valutazione riverente, anche correlata da un significativo accenno, motivatamente precisato nel testimoniare il dono fatto a Napoleone III di una copia fedele della stessa “Vittoria Alata”, dal momento che “(…) Chi vide la statua della Vittoria, sarà stato senza dubbio colpito dalle facili e maestose pieghe del pallio che veste la Dea. E’ desso, con semplice fibula, allacciato sull’omero sinistro e le cade elegantissimamente sopra il braccio destro, lasciando scoperto parte del petto ed una delle mammelle che direbbesi palpitante e immodesto se il pudor verginale ond’è circonfusa e il severo contegno sui è atteggiata non muovessero a riverenza e ad onore. (….) Brescia riconoscente ne donava un modello in gesso e fu il primo che si traesse e per mano d’artefici bresciani. Questo con somma gloria dell’arte italiana sta degnamente fra le più sontuose opere del sovrano Museo del Louvre”.

Pare che, al contrario, una commissione inglese che aveva fatto domanda di un’analoga possibilità, circa il possederne una riproduzione, non fosse stata, a suo tempo, assecondata, come lo storico bresciano Federico Odorici (1807 – 1884) sembra abbia documentato a questo proposito, anche in aderenza allo scritto qui esaminato che lo citava, per tale sua precisazione, unitamente al riconoscere, nei remoti risvolti culturali della statua femminea, il fatto che “(…) Sappiamo di certo che sino verso il tramonto del IV secolo di Cristo, si continuarono a lei culto e solenni sacrifici e la Chiesa dovette superare fortissimi ostacoli prima di vietarli. Gli antichi effigiarono quella Dea sotto le forme più caste e finite, e miracoli d’arte ne uscirono dagli scalpelli greci e romani: Fidia ne scolpì una in avorio, ed altra ne fuse in oro; Apelle e Nicomaco ne colorirono due che Plinio celebrò come meravigliose. I Romani assai più che i Greci furono devoti alla Vittoria e le innalzarono templi sontuosi. I quali, secondo noi, in uno a quel numero favoloso di monumenti che lasciava Roma pagana, perirono più per i barbarici decreti del Vaticano che per le irruzioni dei barbari. (…)”.

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