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Brescia – A bilancio di una ultracentenaria tradizione birraria locale, una tripletta di articoli sul “Birrificio Wuhrer” metteva a segno, fra le pagine del quotidiano“Giornale di Brescia”, il laborioso insieme di quanto, della tarda estate del 1953, riportava alla lusinghiera ricorrenza dei centoventicinque anni di attività dell’allora funzionante stabilimento della birra che, nel capoluogo bresciano, aveva raggiunto quell’ingente spessore di cui anche un corposo volume della “Compagnia della Stampa” ne parametra la ragguardevole consistenza, attraverso l’accuratezza di un’approfondita disanima, effettuata ad ormai battenti chiusi del medesimo opificio birrario, da parte dell’ing. Franco Robecchi, nel libro che, alla fine del 2002, ha avuto compiuta sintesi editoriale con il titolo “Wuhrer – Un’industria birraria e una famiglia in 160 anni di storia”.

Questo dettagliato lavoro postumo, a proposito di una specifica quintessenza produttiva, coniuga al passato quanto, fra le cronache della prima metà degli anni Cinquanta, si ergeva invece a presente di un rapporto intercorrente fra i 25 lustri decorsi dall’inizio dell’attività in questione e le prerogative dell’allora tempo incombente, nell’ambito dell’avvento di quel significativo frangente, in cui l’anniversario corrispondente incassava il riscontro istituzionale e popolare della gente.

Birra_Wührer_BresciaCome le circa centotrenta pagine del significativo volume monografico compongono il primo libro realizzato per la collana editoriale denominata “L’intelligenza del fare”, analogamente, quel martedì 22 settembre 1953, al centro della giornata, la manifestazione commemorativa che ad essa si rapportava metteva in evidenza quella logica del fare che era connessa all’ormai invalsa tradizione birraria bresciana, con capostipite l’austriaco Franz Xaver Wuhrer (1792-1870) di Obernberg am Inn ed i lavoratori attraverso i quali la stessa attività continuava, sotto la guida del nipote del fondatore, Pietro (1879 -1967), a riferimento di una nutrita schiera di addetti del settore, attraverso i quali la medesima ditta conclamata articolava il proprio moto propulsore.

In prossimità dello stabilimento della “Bornata” di Brescia dove Pietro Wuhrer (1847–1912) aveva trasferito nel 1889 l’attività incominciata nel centro della città stessa, con quei prodromi che erano già attestati nel 1828, dal padre Franz Xaver in via Trieste, allora Contrada Santa Maria Calchera, “la celebrazione di un secolo e un quarto di vita della Wuhrer è coincisa opportunamente con la premiazione dei molti impiegati e operai che hanno collaborato più a lungo alla sua prosperità: ricompensati con una medaglia d’oro quanti hanno superato i trent’anni di fedeltà, con medaglia d’argento coloro che sono in azienda da oltre venticinque anni”: come precisava la cronaca che il “Giornale di Brescia” recava nell’edizione del 23 settembre 1953 in una dettagliata ricostruzione dell’evento in cui, oltre alla partecipazione delle locali autorità istituzionali, come, fra le altre, quelle al vertice del Comune, dell’Ateneo, della Camera di Commercio, della Provincia, del Credito Agrario e della Questura, si documentava, dei dipendenti premiati, i nomi e gli anni maturati nelle loro rispettive mansioni.

Franz_Xavier_WührerNel ridefinito contesto di quell’ambiente, come attualmente lo si coglie nel rimodulato innesto delle palazzine che, nell’area operativa di un tempo, ricalcano su viale Bornata la fedele esemplificazione di un esempio d’architettura industriale dell’epoca, a “Borgo Wuhrer”, la lapide che quel giorno era stata scoperta, per l’estrinsecazione fattiva del messaggio legato alla manifestazione commemorativa, è spiegata per il tramite dell’articolo che il “Giornale di Brescia” del 22 settembre 1953 divulgava nella versificata enunciazione con la quale era stata enucleata nel testo e che tuttora si trova materialmente affacciata negli spazi dove era stata collocata, secondo un’odierna contestualizzazione dove appare attraverso quella vetusta traccia che, al resto dell’insieme, mostra di essere propria di un’altra dimensione nella quale risulta specificatamente appartata: “Nelle argute sembianze – di Pietro Wuhrer – volontario garibaldino del ’66 – il figlio riconoscente addita – la nobile maestà del lavoro – che ebbe da lui impulso perenne – con intuito di precursore e ferma volontà – di disciplina e d’amore per gli operai – di ardimento per ogni progresso”.

Con tale manufatto lapideo Pietro Wuhrer senior era pubblicamente ricordato dal figlio Pietro Wuhrer junior di cui l’edizione dell’accennato quotidiano locale di mercoledì 19 agosto 1953 tratteggiava, a sua volta, a firma di Luciano Imbriani, un singolare ritratto: “(…) l’attuale presidente, classico industriale dai nervi d’acciaio, attivissimo tutt’oggi, al traguardo dei settantacinque, meno venti che non dimostra. Confessiamo subito per quest’uomo la più spassionata ammirazione, nata nel momento in cui abbiamo avuto in omaggio un poderoso trattato di novecento pagine, da lui scritto che minaccia di sfondarci il piano di cristallo del nostro tavolo e che ci fa sudar freddo, al solo pensiero di dover chiosare la “Teoria e pratica della preparazione del malto e della fabbricazione della birra”, scritto dal professor Wuhrer, laureato in Scienze per la fabbricazione della medesima all’Università di Monaco di Baviera”.

Nel periodo coevo all’uscita in stampa di questi stralci giornalistici, il potenziale produttivo del birrificio bresciano che aveva sedi dislocate anche a Roma ed a Firenze, era quantificato in “seicentomila bottigliette al giorno”, desunto in quel quadro socioculturale dove il suddetto articolo ravvisava che “gli italiani non sono grandi consumatori del saporito liquido profumato dal fiore del luppolo: in media appena 8 litri e mezzo all’anno per abitante. In Belgio, invece, si annega giorno e notte perché le statistiche ci segnalano una bevuta di 189,1 litri per abitante all’anno. Un consumo sbalorditivo che supera di gran lunga il consumo medio del vino in Francia accertato in 124 litri per abitante”.

In altra stima, l’articolista pure scriveva cheil consumo della birra è ora in notevole aumento e oltrepassa in Italia il milione e mezzo di ettolitri all’anno. Sempre molto lontano da consumo del vino che è almeno di cinquanta volte tanto”, precisando che, nella filiera produttiva, la “fabbrica della Bornata dispone di una malteria propria in grado di lavorare un vagone d’orzo al giorno. Gli orzi lavorati sono quelli di pregio provenienti dalla Cecoslovacchia, dalla Danimarca, dalla Polonia, dall’Austrialia. Si tratta del famoso orzo distico (da birra) portante due file di grani su una spiga, dalla scorza sottile, basso di azoto”.

Nelle fasi di preparazione della birra, eseguita con l’apporto del fiore del luppolo, proveniente, in questo caso, dalla Baviera e dalla Cecoslovacchia, l’importante fermentazione alcolica del mosto d’orzo, una volta bollito con quest’aromatica infiorescenza, pare che a Brescia fosse praticata in due modi: “classica in recipienti aperti; di tipo Nathan in recipienti chiusi. La prima dà dopo ottanta, novanta giorni una birra matura, mentre per l’altra bastano dieci giorni. Lo stabilimento alla Bornata adopera entrambi i sistemi per far fronte al pauroso squilibrio del mercato. I quattro mesi caldi dell’anno richiedono il massimo sforzo produttivo, mentre negli altri otto la maggior parte degli impianti rimangono inoperosi”.

Acqua, orzo e luppolo emergono, come genuini ed essenziali ingredienti considerati insieme a mirati accorgimenti, fra le pagine del libro “Wuhrer – Un’industria birraria ed una famiglia in 160 anni di storia”, grazie alla fedele ed interessante trascrizione che è stata effettuata dall’autentica copia dell’originale, a firma di Francesco Wuhrer, in riferimento alla sua prima ricetta della birra prodotta a Brescia, così com’era descritta dal medesimo imprenditore perché ne discendesse, dall’autorità municipale del tempo, la prescritta autorizzazione, del poter dedicare ad essa la propria professione.

Il tomo, rigido nel monumentale piglio editoriale con cui è elegantemente proporzionato, include, dopo la presentazione dell’opera da parte del prof. Roberto Chiarini, una sequenza argomentata ed illustrata di sette parti fondanti l’ingente contenuto della ricerca svolta dall’ing. Franco Robecchi, mentre, prima delle utili e puntuali note biografiche pure pubblicate, un particolare contributo di varie pagine, sviluppate per la cura di Chiara Citelli, recano materia cogente per un “Flash di vita aziendale nei ricordi dei dipendenti”, in relazione a quella plurigenerazionale industria della birra che a Brescia, una volta subentrata nel 1989 la proprietà della “Peroni”, ha chiuso gli stabilimenti, “esattamente a cento anni di distanza dalla sua apertura”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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