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Castello di Pontevico
Castello di Pontevico

E’ il castello che domina la bella piazza di Pontevico, un antico borgo accovacciato in uno strappo di pianura verdissima della Bassa bresciana. Da sempre cittadina di confine, cresciuta sulle sponde dell’Oglio,“Pontis Vicus” il villaggio del ponte, è stato centro di notevole importanza strategica sin dai tempi antichi, probabilmente etruschi, e riferimento significativo per il paesaggio. Il maniero che fu forte di difesa, dimora gentilizia, prigione e persino fonderia, nei secoli distrutto dalle guerre e ricostruito a metà ottocento, in falso gotico, dal principe tedesco Von Kevenhuller, ha percorso la storia abbracciato alle sorti del paese. Ora sede di una casa di cura, da al paesaggio un’aria severa.

Maglio
Maglio

Più avanti in una piazzetta tutta sua, sorge la parrocchiale dedicata a S. Tommaso e S. Andrea, protettore dei pescatori. Per capirne il significato basta scendere dal viottolo che porta al vecchio borgo dei pescatori, con le antiche case costruite una spalla all’altra, coi vicoli stretti, i vivaci colori e gli orti ben tenuti. Questa inalterata architettura racconta il rapporto fra la gente e il fiume Oglio, da tempi lontani quando le limpide acque erano generose di pesce e benevole sfamavano il borgo, o quando acque spaventose nelle notti riversavano dell’ira delle piene.

Sulla sponda del fiume si gode una bella vista del castello, mentre le acque dell’Oglio gorgogliano infilandosi nei vecchi pali di rovere, ancora conficcati saldamente sul fondo, che sostenevano un ponte al tempo del dominio della Serenissima Repubblica di Venezia._A2T0270

Risalendo la strada del borgo, non lontano, una seriola ricca d’acqua si divide sotto un ponticello entrando in canali e sfioratori per precipitare con tutta la sua forza fra le pale di due ruote: una grande, sempre in movimento, e l’altra più piccola e tozza che gira se azionata dall’interno. Basta sostare pochi minuti sul ponticello e un tonfo intermittente batte dal fondo, come fosse il cuore di un gigante coricato sul fianco, pulsazioni che fanno tremare la terra. E’ il battito dell’ultimo maglio di pianura.IMG_1870 2

Vicino, sotto un porticato ingentilito da un affresco della Vergine, c’è una piccola porta che si apre sul fondo dell’antico maglio. Quando scendi le scale ti assale la sensazione di un viaggio nel tempo, tra il fumo del vapore dell’acqua che raffredda il ferro rovente, le mille scintille che saettano come spiriti dal carbone delle forge e il tonfo potente del maglio che modella il metallo: pare d’essere capitato nella fucina del Dio Vulcano in persona…visioni d’altri tempi.

E’ l’ultimo maglio di pianura, resistente e tenace pezzo della storia della terra padana, inalterato da quel tempo in IMG_6984cui la manualità e l’ingegno dell’uomo erano parte primaria del lavoro. Laggiù nell’ultimo maglio è rimasto Gesualdo Ramera, mastro forgiatore, immerso nel suo lavoro. Quando mi affaccio alla porta si gira, guarda oltre la montatura degli occhiali appollaiati sulla punta del naso, mi riconosce, con un cenno cordiale accompagnato da un sorriso mi invita a scendere.

Mi aspettava per raccontarmi della sua vita, dei cinquantotto anni di lavoro compiuti a fine febbraio, inalterati nella tradizione di famiglia, nella gestualità, nell’amore profondo per un’arte ovunque scomparsa che vive immutata nelle sue abili mani e nella rara intelligenza di chi sa dar valore all’eredità del sapere di un padre.Senza titolo-98

Avevo deciso di passare una giornata al fianco di un uomo eccezionale, rara anima che sa “fondere” nella sua fucina il lavoro con una pace interiore. Ha settant’anni Gesualdo, ma si muove con l’agilità di un atleta olimpico, dalla forgia al maglio col ferro incandescente, dal maglio alle mole secondo fasi di lavoro rituali. Per seguirlo devi essere allenato.

Tra fuoco, scintille, vapore e il battere del maglio mi racconta della sua vita: – Avevo quasi dodici anni quando mio padre mi disse che dovevo scegliere se continuare la scuola o scendere “giù” nel maglio. Non ho avuto dubbi –  E’ sceso “giù” nel maglio, quando la giovinezza incominciava ad accarezzargli il volto: sì, “giù” perché il maglio è sotto il livello dell’acqua._A2T0141

Nel maglio allora c’era tutta la famiglia: la nonna Nina che arroventava il ferro sulle forge a carbone, il nonno Natale che batteva al maglio col papà Giacomo e lo zio. Era stato il nonno a iniziare nel 1906 come apprendista, poi nel ‘38 aveva comprato il maglio trascinando nella fucina tutta la famiglia.  – Eravamo un bel gruppo affiatato, ci siamo sempre voluti bene, il nonno nonostante il lavoro duro non l’ho mai visto arrabbiato in tutta la sua vita-  ricorda con serenità Gesualdo.

_A2T0193 – E il babbo! Era una grande persona il mio papà, abbiamo vissuto fianco a fianco quaggiù per tutta la vita, poi un giorno me l’hanno portato in ospedale, non è più uscito con le sue gambe. Non ho mai saputo cosa gli fosse capitato, non me l’hanno mai detto… a me sembrava stesse cosi bene – Scuote la testa, l’emozione gli gonfia il cuore, poi schiaccia il pedale, si muovono una serie di contrappesi che aprono la paratia, l’acqua scende, la ruota gira e il maglio ricomincia a battere il ferro rovente. La ruota gira come gira la vita, una vita passata a far badili, zappe, falci, cunei e altri attrezzi ancora che venivano consumati dai braccianti per dissodare la fertile terra della pianura e tagliarne i frutti. IMG_4955

I tempi sono cambiati, una volta la famiglia di forgiatori di Pontevico produceva tutti gli attrezzi per il lavoro agricolo, ora Gesualdo Ramera, ultimo rimasto, forgia solo badili, ma le sequenze del lavoro sono come nel 1906, nulla è cambiato. Come in quel tempo nel maglio di Pontevico è l’energia dell’acqua della seriola a muovere tutto, nell’ultimo salto prima di mescolarsi con il fiume Oglio. L’acqua spinge la ruota, dà forza al colossale tronco d’olmo del maglio che batte, alla ventola che insuffla l’aria nel carbone delle forge, ai diversi ingranaggi che fanno girare le mole.

E’ una vera lezione di risparmio energetico che stride con l’enorme spreco di energia, oramai mera consuetudine del mondo moderno. A illuminare il lavoro al maglio c’è una lampadina sospesa ad un pezzo di fil di ferro: da 60 candele. L’acciaio, come nel 1906, viene dalle vecchie e usurate rotaie dei treni, tagliate in piccoli pezzi da un chilo e poco più, e trasformate in badili dall’abilità di Gesualdo.

 IMG_4857– Ecco è tutto qui, carbone, ferro, acqua e fatica – aggiunge, mentre passa dalla forgia al maglio con le tenaglie in mano che mordono un pezzo d’acciaio rovente. – Dopo di me tutto morirà, mai nessuno ha aperto quella piccola porta ed è sceso con la voglia d’imparare, d’altronde è un lavoro “ de scotade e schisade “. Ci si alza prima del sole e si finisce dopo il tramonto, ma io sono innamorato “cotto” del mio lavoro ! – Me lo dice mentre il suo viso è illuminato dal ferro incandescente.

Il lavoro del maglio inizia la mattina presto, si accendono i fuochi a carbone nelle forge, si preparano i pezzi, poi quando il vicinato si è destato, la ruota comincia a girare, il maglio a battere e il ferro a prendere forma. Molte sono le sequenze del lavoro prima che un chilo e un etto di vecchia rotaia si trasformi in un badile. In dodici ore di lavoro al giorno, Gesualdo, da solo, forgia una quarantina di badili di bella fattezza.  Ne va fiero mostrandomi il “monumento al badile” artisticamente creato da lui con le varie fasi di lavorazione. Meriterebbe d’essere stipendiato come un museo vivente questo uomo raro, nato e cresciuto tra le nebbie della grande pianura.IMG_8458

A Pontevico la leggenda dei forgiatori del maglio è rimasta aggrappata alla terra, all’aria genuina, per narrare la storia dei paesi e delle genti di pianura. Una terra dove il profumo del latte e del pane fatto in casa resiste ancora nel tessuto di una vita sana e scandita dallo scorrere delle stagioni, profondamente legata alle tradizioni e alla gestualità d’antichi lavori tramandati oralmente.

Acqua, ferro e fuoco hanno scritto dal 1906 la storia della famiglia Ramera, mastri forgiatori di Pontevico, ne hanno scandito le giornate, le fatiche. Hanno preservato il valore di una manualità artigiana scomparsa ovunque, ingoiata dai tempi e come per tante altre saggezze artigiane scivolerà via senza lasciare traccia, travolta dall’impeto del progresso.

A sera quando salgo dal maglio ho la sensazione d’essere più ricco, d’aver conosciuto un animo nobile, d’aver trovato un tesoro in quella semplicità. Nel suo lavoro c’è un sincero rapporto e rispetto per l’acqua, fonte di energia e di vita, che altri uomini stolti della terra sembrano aver dimenticato.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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