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E’ un’ora di buon mattino quando costeggio i laghi che incoronano Mantova, ma la calura già sale in un giorno terso d’inizio estate e incoraggia l’esplosione dei fiori di loto che galleggiano sulle acque immobili del basso lago. La mia strada prosegue oltre, lasciando alle spalle il complesso architettonico troneggiato dal castello di San Giorgio, in direzione Castel D’Ario, dove la strada corre in una pianura piatta come un biliardo tra la cromatura del verde intenso e dolce delle risaie che fanno risaltare il giallo oro dei campi di grano, maturi per la mietitura.

zoccolificio Parma
zoccolificio Parma

La Torre della Fame mezza mangiata dal tempo e mezza coperta di edera sfiora i tetti delle case all’ingresso di Catel D’ario, ne rammenta il toponimo, un paese agricolo come altri in queste terre, cresciuto negli anni nostri intorno alla piazza, con la chiesa, qualche bottega e i bar che hanno soppiantato le osterie. Un’architettura da Don Camillo e Peppone, senza pretese se non fosse che alla casa in angolo, prima della piazza, c’è nato Tazio Nuvolari.

Piazza, via, edifici, statue e persino il risotto alla pilota sono a ricordo di Tazio Nuvolari. Non m’è stato difficile arrivare all’appuntamento in una villetta giusto di fronte a un mezzo busto del pilota-contadino, immortalato nel bronzo con il giubbotto e il casco di pelle, gli occhiali da fabbro alzati sulla fronte e un sorriso bonario che inonda mezzo viso.foto tiff0038

Ad aspettarmi c’è Gianni Parma per raccontarmi una storia vera come la nebbia e l’afa di queste terre campagnole, una di quelle storie appartenute alla così detta “civiltà contadina”, schegge di un’umanità che andrebbero scritte sull’enciclopedia alla lettera “Z”: zoccoli, prima che vadano a sfiorire nella memoria.

C’è una fotografia nel bel mezzo del tavolo dove ci sediamo, ingiallita, dai contorni smussati dalle troppe dita e dal passaggio da un cassetto all’altro, la storia dello zoccolificio della famiglia Parma è scritta tutta lì, in quella vecchia foto, scattata a tutti gli addetti negli anni venti dinnanzi alla bottega con la scritta muraria: “Zoccolificio G. Parma e figli” . Ci sono tutti i suoi avi schierati come la nazionale di calcio, bisnonno, nonno, il babbo ancora bambino seduto dinnanzi, c’è anche il cavallo montato dal prozio, anche lui faceva la sua parte, trainava il carro che portava i tronchi a bottega e quello degli zoccoli finiti al mercato di Mantova.foto tiff0037

– Due grandi passioni per generazioni: gli zoccoli e la tromba – racconta Gianni – la prima pagava il richiamo della pancia, la seconda un amore per la musica, un’eredità che ha contagiato tutti – è musica seria, come il lavoro, quella dei Parma, nell’album fotografico un’immagine inquadra il padre Luigi che soffia a tutti polmoni nella tromba accanto a Lelio Luttazzi e con Gorni Kramer al pianoforte.

Non la si può leggere da nessuna parte la storia dello zoccolificio, è rimasta nelle mani di Gianni che in un batter d’occhio apre la rimessa-laboratorio prepara i pochi attrezzi e si mette al lavoro a cavalcioni della “cavaleta”  come la chiama lui, una sorta di panca da lavoro per scolpire gli zoccoli che a prima vista sembra un grande cavalluccio a dondolo. Due pezzi di legno appena sgrossati e il lavoro inizia a colpi precisi e continui con i coltelli a petto; le sue mani hanno la memoria, accarezzano il lavoro per palparne la forma, poi soffia via i trucioli e ricomincia a scolpire, senza togliere troppo legno, prezioso al tempo “dell’albero degli zoccoli”.

– Raccogliere i trucioli per la stufa dell’inverno e appaiare gli zoccoli con una striscetta di cuoio inchiodata sul tacco è stato il mio primo lavoro nello zoccolificio – ricorda Gianni. Pochi anni, poi quando sono giunti gli anni sessanta, tutto è iniziato a girare vorticosamente e, fortunatamente, guerra e dopoguerra sembravano appartenere alla preistoria, i contadini hanno comperato scarpe e stivali, gli zoccoli sono finiti nelle feste tradizionali delle sagre di paese e Gianni Parna ha dovuto reinventarsi un altro lavoro.foto tiff0042

Un tempo gli zoccoli erano le uniche scarpe, un solo paio finch’era consumato – Terre povere le risaie, contadine come per tutta la pianura, c’era solo quel paio di zoccoli ai piedi per andar nei campi, in stalla, in piazza e in chiesa. Gli zoccoli battendo sul pavimento delle osterie ritmavano lo scorrere delle mani leste e maldestre al gioco della morra nelle sere cariche di vino e ancora gli zoccoli con il tacco un po’ più alto e civettuolo nei piedi delle donne alla casa, al fosso a lavar panni, a rincorrere una squadra di figli anche loro in zoccoli per una manciata di mesi di scuola, quando c’era.

Non la fa tanto lunga o malinconica la vita e i ricordi Gianni Parma, solamente va fiero d’un eredita manuale scomparsa e dimenticata, alla fine una stretta di mano e nell’altra un paio di zoccoli di regalo per me, appena scolpiti senza chiedermi il numero, gli è bastata un’occhiata ai piedi quando sono sbarcato dal mio mondo moderno per calcolarne la lunghezza. Calzano perfettamente.

 

 

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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