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Richiama un poco l’aspetto del cosidetto “Albero della Vita” anche se, a tutta evidenza, risale a molto tempo addietro rispetto ad “Expo 2015”, quando, al tempo della nota esposizione internazionale in sede lombarda, aveva conquistato notorietà tale stilizzata rappresentazione arborea, emblematicamente scelta a simbolo di quella manifestazione universale, oltremodo celebrata nella sua plurale scommessa espositiva.

Quest’altra versione, invece, palesemente antica, a differenza della subentrata contemporaneità di un’ideazione dedicata alle sembianze dell’albero della vita, è costituita da un grande bassorilievo marmoreo, incastonato su un lato della chiesa parrocchiale di San Zenone, nelle adiacenze della massiccia ed importante via di comunicazione che collega Brescia con Cremona, passando anche entro questa località bresciana, fedelmente coniugata all’appellativo della propria parrocchia, denominandosi San Zeno Naviglio.

Affacciata sulla pubblica via, rivolgendosi al cono di prospettiva aperto al sagrato che circoscrive l’edificio religioso nella sua praticabile cornice costitutiva, questa pietra rettangolare reca il rilievo di una chioma omogenea, per certi aspetti, coincidenzialmente evocativa della ramificazione ricorrente nell’invalsa immagine dell’albero della vita.

Da potersi vedere liberamente, questo marmo pare sia stato lavorato senza esitazione, nella realizzazione di un dispiegamento scultoreo, uniforme all’allusione consacrata ad una data essenza, fra le varietà delle caducifoglie, presa in considerazione.

Avendo presente la presumibile sua lontana datazione che sembra porsi a fattibile riferimento di una correlata definizione, l’interrogativo su quale sia l’albero, osservato a fonte di ispirazione dall’ignoto autore, va effondendosi in epoche remote, perse nei tempi di quando, anche nel territorio in cui questa pietra ha la sua attuale collocazione, vi erano, distese boschive di ubertose pianure, ancora contese all’agricoltura, nella loro primitiva caratterizzazione.

A parte certi alberi, sopraggiunti per vie d’abbellimento più recente ad uso dei giardini che, ad esempio, includono una serie di essenze dalle foglie variamente sagomate, come espresse da alcuni tipi di aceri, ritenuti ornamentali ed, a loro modo, decorativi, la tradizione locale contempla anche il platano, come presenza assodata per quanti erano gli antichi abitanti di queste zone, analogamente alla quercia, rispettivamente allusive della cultura mediterranea ed anche di quella nordica che le avevano in venerazione.

Alberi sacri sia il platano che la quercia, esiste tutto un repertorio che associa un posto di prim’ordine a questi alberi, entrambi presso la tradizione classica, come pure in seno a quella druidica degli antichi celti, per quanto, in quest’ultimo caso, riguarda la quercia, potendosi pure citare anche la mitica “Irminsul”, l’albero “cosmico” dei germani pre-cristiani, in analogia, al pari significato del frassino, anticamente ritenuto più alto del mondo, l’Yggdrasil, venerato, invece, dagli scandinavi d’un tempo.

A memoria d’uomo, pare che nessuno, a San Zeno Naviglio, abbia ricordo dell’origine di questo manufatto che inneggia alla possanza di un dato albero frondoso.

Tutt’al più, si azzarda l’ipotesi che, nel Diciannovesimo secolo, in occasione di importanti interventi strutturali eseguiti nella chiesa, qualcuno abbia pensato di includere anche questa pietra, su un lato esterno dell’edificio di culto dove tuttora appare, senza che, fino a prova contraria, ci sia una qualche traccia esplicativa che ne attesti il compiersi dell’iniziativa, documentando, al contempo, l’interpretazione della essenza trattata, compresa oltre la sua semplice e pur significativa connotazione visiva, impressa nei rilievi di questo solido possente.

Per quanto esplicito, il bassorilievo sembra un poco occultare l’immediata interpretazione di una netta rivelazione univoca, nel senso che, soffermandosi all’evidenza, si tratta della rappresentazione di un albero caducifoglia ben ramificato, con la sagoma reiterata nel profluvio incisivo di un certo tipo di foglie che, per loro genere, vanno ad escludere ciò che, nel proprio stampo naturale, non è già di per sé riconducibile a molte altre piante, dichiarandosi estraneo, ad esempio, a romiglie, ad ontani, a frassini, ad olmi, ma ponendosi in quella soluzione espressiva, per certi suoi particolari, rincorsi sul rigore delle foglie scolpite, che attende l’attribuzione di uno svelamento inteso a più probabile identificazione che, sulle stesse peculiarità, può ritenersi convenuta.

L’elemento delle rotondità, realizzate in alto, a sinistra, stando cioè rivolti su questa pietra, dalla visione di chi osserva l’opera, suggerisce l’indizio determinante della presenza di un paio di ghiande, che, a questo punto, firmano la rappresentazione a favore della quercia, prossima, per natura, pure al fogliame dell’insieme scultoreo in questione.
Curioso che, in un suo “braccio”, a destra, sempre dalla parte di osserva, sussista un taglio di netto, del tipo sommariamente ricorrente al termine di un ramo segato. Che sia anche questa, come immagine di fine e di distacco, un’ulteriore traccia, per un possibile messaggio che, nell’albero, vi può essere forse celato, stando in un deduttivo simbolo di commiato e di separazione?

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