Tempo di lettura: 6 minuti

Chicchi di sale contro la negatività e contro il malocchio. Anche di questo, come di più e di meglio, secondo eccentricità e curiosità legate ad un intrigante contesto, Attilio Mazza riferisce nel suo interessante libro dal titolo che introduce il lettore nella particolare predilezione per una certa tematica, sviluppata per una corale e specifica attenzione: “D’Annunzio e l’aldilà”.

Protagonista delle circa centonovanta pagine dell’accurata pubblicazione, realizzata da “Ianieri editore”, per la collana “Saggi e carteggi dannunziani” dove la solerte ed infaticabile opera dell’autore Attilio Mazza si trova già rappresentata da un buon numero di opere, è la poliedrica figura dalla leggendaria levatura di Gabriele D’Annunzio di cui la storia ne aggettiva la notevole personalità con accentazioni diverse, vuoi come uomo di cultura, poeta, scrittore, filosofo d’un’ardente e personale teologia di vita, per quell’esistenza che voleva inimitabile e che, appunto, lo può individuare anche come esteta, politico, uomo d’azione e di ideazione, anche in divisa militare, nella fattispecie di quelle note operazioni non solo propagandistiche, ma pure combattentistiche, veramente vissute per mare, per terra e per cielo. ​

L’aldilà è quella dimensione che intelligentemente Attilio Mazza adotta a confronto di stimolante e di avvincente accostamento con Gabriele D’Annunzio, quale lente focale per un’acuta ed insolita, nella scala delle priorità, osservazione dell’illustre inquilino del Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera, per conoscerne gli aspetti più intimi e segreti nei paludati recessi dei suoi rapporti pubblici e privati dove le molteplici relazioni consentono un ritorno d’analisi retrospettiva del medesimo personaggio, studiato ed incontrato in quel mondo, attorno a lui stesso, con meticolosità storica, ricreato ed esplorato con un criterio storico dettagliato. ​

“Questo nuovo libro si propone semplicemente, dunque – in continuità con le precedenti pubblicazioni frutto di alcuni decenni di ricerche – di confermare quanto Gabriele D’Annunzio fosse affascinato dal pianeta mistero”: scrive, fra l’altro, Attilio Mazza nella nota introduttiva al suo libro che è valorizzato anche dall’efficace prefazione a firma del pure autorevole riferimento di quegli studi connessi ad una possibile biografia tematica dannunziana, Franco Di Tizio, anche autore di “La Santa Fabbrica del Vittoriale nel carteggio D’Annunzio – Maroni”, inerente quella traccia di avvenuta interazione fra il poeta ed il suo architetto, per altro, adottata anche dallo studioso rivano Ruggero Morghen, per la viva materia di uno dei suoi libri, dal titolo “Gabriele D’Annunzio nelle lettere a Giancarlo Maroni”. ​

D’Annunzio esce da quest’opera restituito in quella visione integra ed originale che, pur non esaurendone la complessità in una depositata esclusività memorialistica, ad esauriente e ad assoluto riguardo dell’interessato, ne rappresenta, dimostrandone la portata nella considerevole mole delle informazioni raccolte, quanto la sua figura abbia inteso incarnarsi nell’umanità che tutto assapora e che, la stessa esponenziale varietà, altrettanto voglia conoscere. ​

Anche quell’umanità sedotta dal fascino del soprannaturale, dall’ignoto remoto, dagli scaramantici impianti di vaghe teorie di scuole esoteriche, dai cenacoli di sensitivi, dai consorzi di negromantici praticanti tesi tutti quanti ad aprire ed a calcare la via che porta a quella verità occlusa ai più, ma da come pare, potenzialmente svelabile da coloro che non sono ormai più. ​

Fra le curiosità del libro “D’Annunzio e l’aldilà”, suffragate dalle prove documentaristiche riscontrabili nelle sedi delle memorie che l’autore ha penetrato con successo ed a fondo, anche la lettera di un presunto e sedicente, Premio Nobel per la letteratura dell’anno 1906, Giosuè Carducci (1837–1907), scrittagli dal medesimo dall’oltretomba a fine inverno del 1920, per il tramite della scrittura automatica, interpretata dalla spumeggiante vitalità di una tal nobildonna Vittoria Hilhe di Bologna che, attraverso la mediazione medianica, aveva concretizzato la risposta alla domanda rivolta all’entità, a suo dire presentatasi, come Carducci: “Vuoi dire il tuo pensiero su Gabriele D’Annunzio patriota?”.​

Al poeta, sembra che, attraverso la misteriosa alchimia inconscia, su base ispirata, della scrittura medianica, liberamente manifestata ed altrettanto spontaneamente comunicata da vari interpreti delle forze occulte, abbiano scritto pure, in tempi diversi, gli allora, ormai estinti, Umberto di Savoia, Napoleone, Francesco Baracca, Berardo Maggi, uno fra i vescovi del medioevo bresciano, ed anche alcuni suoi famigliari, come la sorella Anna e la cara mamma Luisa De Benedictis della quale D’Annunzio, serbava un filiale e tenace attaccamento, in una memoria di materna nostalgia, espressa anche dal particolare che indossasse al dito il suo vecchio anello, avente “per gemma un piccolo teschio consunto fra le tibie”, come rassicurante amuleto. ​

Immortali i versi di D’Annunzio per la genitrice scritti in un’opera de “Le faville del maglio”: “Colei che quasi ogni notte si levava per un’ansia subitanea e veniva nella mia stanza e indagava il mio sonno e mi poneva una mano sul cuore e si chinava a bevermi l’alito e sentiva in sé che la vita era bella perché il figlio viveva” ed era quella mamma che “per difenderlo dal malocchio, durante le passeggiate, gli metteva chicchi di sale nelle tasche”. ​

Dalle tradizioni popolari propiziatorie ed apotropaiche della terra d’origine abruzzese, fino all’essere destinatario di attenzioni da parte dei testimoni dei “visitatori dell’aldilà”, anche nel caso dei libri scritti, rispettivamente nel 1925 e nel 1933, da Nella Doria Cambon di Trieste che nella propria abitazione teneva riunioni medianiche, dal titolo “Il convito spiritico” e “Il Convegno Celeste”, Gabriele D’Annunzio sembra comunque abbia anche brillato di luce propria nei balenanti riverberi degli evanescenti misteri. ​

Luisa De Benedictis, madre di Gabriele d’Annunzio

Una serie di documentazioni evocate da Attilio Mazza ne individuano la sua disinvolta e naturalmente esibita attitudine del volere rivestire con effetto i panni di pranoterapeuta, anche a distanza, come in favore ad esempio dell’allora ministro Pietro Fedele ed, attraverso la vicina imposizione delle mani, a beneficio del suo stesso medico Antonio Duse, e di una tal confidente Mariasca Bellini, ribattezzata, come di consueto nel panorama femminile intimistico dannunziano, “Suor Maria”, alla quale scriveva, con questo tenore, un messaggio di emblematica ostentazione, nel novembre del 1925: “Cara e ingrata Suor Maria, so che fu molto benefico il tocco delle mie lievissime dita sopra le vostre palpebre inquiete. La pia consuetudine vuole che, quando si riceve la grazia, si vada in riconoscente pellegrinaggio verso il Santo Patrono (..)”. ​

Dall’inteso “terzo occhio” che, preso dalla tradizione della veggenza e della divinazione, per essere individuato nella coincidenza anatomica della zona del sesto chakra sulla fronte, fra i due occhi, D’Annunzio aveva attinto ispirazione per proclamarsi “Orbo veggente”, quando un incidente aereo, gli aveva leso la vista, suscitando in lui l’elaborazione, del trauma e della menomazione, nella probabile percezione della rivalsa per una segreta compensazione sensoriale, almeno per le auspicate doti di un ricercato ed accresciuto intuito paranormale.​

Da quell’intuito sgorgano nella sua letteratura parole di una abile sensibilità spirituale, inducente forse a pensare che se il poeta credeva all’uomo ed al fascino del suo mistero, conseguentemente poteva pur sentire di credere al mistero di Dio, come la scritta di una vaga specie di sincretismo religioso testimonia in prossimità della Stanza delle Reliquie nella Prioria della sua residenza al Vittoriale: “Tutti gli idoli adombrano il dio vivo/ Tutte le fedi attestan l’uomo eterno/ Tutti i martiri annunziano un sorriso/ Tutte le luci della santità/ fan d’un cor d’uomo il sole/ e fan d’Ascesi/ l’Oriente dell’anima immortale”. Oltre al subìto fascino per la magia dei numeri e dei simboli ermetici, da tracciare e da usare anche come amuleti, nel personaggio avvicinato da Attilio Mazza c’è anche la bramosia dei santi protettori, lo stupore dell’elevazione ad una netta devozione per san Francesco d’Assisi, attraverso cui arrivare anche ad intuire, la “grande anima” di un ancora giovane Padre Pio da Pietralcina.

Come ancora documenta il libro “D’Annunzio e l’aldilà”, il poeta definitosi “mostro e mago” si è inoltrato attraverso le sue varie esperienze terrene in quella dimensione sconfinata dove cimentare predilezioni, attrazioni ed attitudini personali ad interagirvi, anticipando il suo stesso stile, per farsi autenticamente testimone febbrile di un più sottile sentire. ​

Anche in un mondo quindi non costruito dalle sue parole, fuori dalla sua capacità prestigiatoria dei vocaboli e dei concetti che vi piombano in un rimbombo d’amplessi, le vie dell’ignoto sembrano gli siano risultate essere quelle dove pure albergavano possibili rimandi di allucinazioni e di visioni quali rappresentazioni anch’esse vissute, documentate e raccolte nel libro in cui si legge, ad esempio, in occasione di un manifestato empito per un avvenuto spaesamento: ”Ho avuto una notte di visioni portentose, sono il creatore della mia materia”. ​

Quella materia complessiva, già da D’Annunzio individuata nella definizione di un suo mondo mutante, espressa come “un’azione mutua fra gli iddii e me” che Attilio Mazza adotta per farne elemento di convergente diversione, nell’interessante progressione della sua analisi nella quale è pure diffusamente contemplata la visione che il poeta pare abbia espresso come entità riguardo la sopravvivenza dell’anima dopo la sua morte. ​

Un presunto pronunciamento al di là delle sperimentate conversazioni in vita con gli spiriti, restando quindi tra gli attuali dolci ulivi e fra i bruni cipressi del Vittoriale, insieme ai quali, accanto al sommo mausoleo sepolcrale, non è per il visitatore difficile pensare ad un immoto colloquio ancestrale dove anche il poeta ritrova i versi della sua universale ed invisibile ispirazione primordiale.​

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *