Il Club Alpino Italiano lavora perché quest’estate i rifugi possano riaprire. Simbolo dell’andar per montagne anche per i rifugi la situazione creatasi con la pandemia da coronavirus mette in crisi la ragione stessa per cui i rifugi sono nati e la loro austera eppur essenziale accoglienza. Sono 774 i rifugi e bivacchi del CAI sparsi sul territorio nazionale, tra Alpi, Appennini e vulcani.

“Pur essendo vero che possono esserci difficoltà a riaprire i rifugi, soprattutto quelli di alta quota, deve essere chiaro che il Club alpino italiano si è attivato e sta lavorando per scongiurare questa ipotesi”, così Antonio Montani, vicepresidente del Cai e responsabile dei rifugi commenta l’articolo pubblicato il 18 aprile, sulla testata La Repubblica: “L’estate in montagna senza rifugi”, a firma di Giampaolo Visetti.E precisa: “Faremo di tutto, sia intervenendo nelle sedi istituzionali per spiegare la differenza che c’è tra rifugio e albergo, sia mettendo a disposizione delle nostre Sezioni e dei rifugisti tutte la risorse disponibili per poter contribuire alla riapertura delle strutture”.

Negli ultimi anni anche i rifugi hanno subito dei cambiamenti per dare più confort agli escursionisti o alpinisti, meno spartani d’un tempo, hanno però  mantenuto degli standard di comodità consoni alla propria natura quell’accoglienza che ha sempre contraddistinto questi luoghi sospesi tra i monti. Ma questo probabilmente non basterà per rientrare nelle disposizioni sanitarie di distanziamento sociale richieste dalla situazione sanitaria stravolta dal covid19.

Le modalità della riapertura dei rifugi dipenderanno anche dalle future disposizioni normative sulla Fase 2 dell’attuale emergenza sanitaria. Il Cai farà quindi la propria parte sostenendo Sezioni e rifugi per affrontare questa difficile situazione e per arrivare alla riapertura il prima possibile.

Perché, come scrive correttamente il giornalista: “i rifugi hanno una lunga storia, le famiglie sono lì per passione”. Sono persone che hanno deciso di dedicare la loro vita a un progetto d’amore, quello per la montagna, e che il Club alpino italiano non lascerà mai sole.

Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.