Coincidenza, sia il “Duomo Nuovo” che il “Duomo Vecchio” di Brescia hanno un altare dedicato all’Angelo Custode. Ferma attestazione devozionale che esemplifica una scelta precisa, nell’ampia gamma delle figure agiografiche celesti, mediante l’effetto di una dimostrata predilezione verso tale mistica creatura angelica, senza tema di farne una ripetizione, stante la collocazione ravvicinata, dell’una e dell’altra manifestazione, specificatamente dedicata, nelle due maggiori chiese cittadine, a consacrare un dato spazio a quell’ispirazione fideistica che vi è visivamente associata, per il tramite di una coincidente attribuzione, replicante, a stretto giro di pochi passi, il ricorrere di una analoga rappresentazione.

All’interno della “Cattedrale di Santa Maria Assunta”, ovvero nel “Duomo Nuovo”, si distingue, a riguardo dell’interpretazione artistica di tali diffuse figure angeliche, quanto, un grande dipinto, realizzato dal famoso pittore bresciano Luigi Basiletti (1780 – 1860), sviluppa, espressivamente, nel tema dell’Angelo Custode, grazie al lascito compositivo di tale imponente sintesi figurativa, materialmente collocata sopra un altare, fra due statue, realizzate da Antonio Calegari (1699 – 1777), rispettivamente dedicate alla fede ed all’umiltà, secondo quello slancio in altezza dove tali manufatti tridimensionali concorrono a bilanciare l’armonia prospettica dell’apparato iconografico retto dalla pittura stilisticamente rilevabile a cifra personale di una riuscita ideazione, fra la resa luminosa e la diluizione tonale del colore, in un pacato assetto stereotipato del soggetto, canonicamente trattato in una sua ricorrente definizione.

Pari tema, ma su diversa estrinsecazione pittorica, l’Angelo Custode, invece, presente nell’altra grande tela, all’interno della “Rotonda” o “Duomo Vecchio”, in un felice connubio di assimilabile contestualizzazione, rispetto al rude assetto ospitante dell’austera costruzione, nella prevalenza pittorica di un effetto a possibile riverbero di un focolare immaginario dove le tonalità calde agiscono in una percepibile patina di seppiata stratificazione, tra i particolari del protagonista angelico, colto nell’ammaestramento da lui stesso interpretato, secondo la propria tradizionale funzione, nell’atto di accompagnare un fanciullo verosimilmente assecondato, in un’accondiscendente dinamica di autentica sequela e di concomitante guida, adusa ad un’esercitata protezione.

Angelo Custode Duomo Nuovo di Brescia

Tornando nel “Duomo Nuovo”, dentro l’imponente tempio neoclassico, riconducibile a quello che, fra i due, limitatamente ad essi, è il più grande e recente edificio religioso del capoluogo bresciano, l’evoluzione cromatica della pala dell’Angelo Custode che campeggia nella cappella laterale di destra, nei confronti cioè dello sguardo di chi si volge, dall’assemblea, all’altare maggiore, sembra concorrere a dare una lieve profondità di serena compostezza all’opera stessa dove si esplica il protettore celeste, anch’egli nell’atto di accogliere un fanciullo, a sua volta, fidente dell’aiuto ricevuto, parimenti all’altra rappresentazione pittorica, appena menzionata, ricalcando la stessa, nella rappresentazione angelica, parimenti interessata al coinvolgimento figurativo, espresso nell’allusione verso l’alto, esercitata dal braccio destro alzato dell’angelo medesimo, additante le sfere celesti.

Lo sfondo sembra, senza nulla togliere all’eccellente fattura, tipica di maniera, in simbiosi stilistica con la prospettiva di spazi ammiccante a remoti e ad obliati elementi classici di ideale ambientazione, svilupparsi su una perduta dimensione di compostezza antica, mentre l’ambito dove si estrinseca la tela sita, invece, all’interno del “Duomo Vecchio”, opera dello stimato artista Antonio Gandino (1560 – 1631), concorre ad enucleare, a bella vista, una serie di aspetti simbolici, a lettura dell’intero pregevole manufatto figurativo.

Tale visione esige un’attenta contemplazione del dipinto che non lascia deluse le eventuali attese di un arricchimento, percepibile, pure per merito di particolari utili per una riflessione, fosse anche semplicemente culturale, scissa da quella prettamente religiosa, come da sempre avvenuto, pure in una vincolante ed esclusiva terra consacrata, e come capita, ancor di più, oggi, di frequente, individuando, cioè, le opere d’arte d’ispirazione confessionale a beni, invece, per lo più, comunque, laici, in quanto validi, in modo polivalente, anche solo per una mera e tecnica attestazione culturale.

Qui, la raffigurazione di una tiara, posta sul basso, insieme ad altre rappresentazioni degli aspetti palesemente simboleggianti i vertici del potere, pare indicare il messaggio di quanto, scettri e corone, stiano in realtà in un infimo ripiano d’importanza, rispetto ai cieli infiniti ai quali l’angelo custode si rivolge, additandone la via, al fanciullo da lui stesso accompagnato.

Tutto questo nella sensazione di un torpore avvolgente, esercitato dal colore e da un’abilità dei tratti figurativi corrispondente ad un’autenticità effettiva, prossima alla complessità della realtà cogente, più che nella rincorsa pittorica di una solennità monumentale che pare concretizzarsi, nell’altro manufatto, presente nella cattedrale contigua, mediante l’eleganza classicista di una pur fascinosa manifestazione incombente, quasi ad evanescente fantasma del trascendente.

Un accenno, nella profondità del dipinto, alla città di Brescia, intesa da lontano con le sue mura e le svettanti costruzioni proprie dell’agglomerato urbano, come al tempo dell’autore parevano organicamente immesse, appare, ancora nel dipinto osservato in “Duomo Vecchio”, fra altri particolari che, se percepiti pure dal contesto stesso dove tale manufatto si pone, sviscera ulteriori elementi propri di un’accresciuta potenzialità di ermetica immedesimazione, fra temi iniziatici propri di un’estesa e composita tradizione, come, l’occhio onniveggente, in un affresco realizzato sull’arco piegato sopra questa cappella, dove si situa la tela in questione, con l’appariscente versione cromatica del sacro e luminoso delta, quale ineffabile mistero di quel “grande incognito” che, all’aeropago di Atene, San Paolo, annunciandolo, ha umanamente svelato, alla pubblica attenzione.

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