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Ragazze delle nostre parti davanti ai telai inglesi“: in questo modo, si introduceva, in un diretto contributo di stampa, il tema delle donne lavoratrici, espatriate per lavoro, nella prima metà degli anni Cinquanta del secolo scorso.

Quando ancora non si festeggiava, sebbene, fosse già stata ideata, l’annuale ricorrenza dedicata alla donna, protagonista di tale giornata in quanto tale, capitava che questa dedicazione fosse, comunque, rappresentata da una notizia che contribuiva a sottolineare la realtà femminile, nella partecipazione ad una serie di aspetti emergenti dalla società civile.

All’epoca, nell’esatta metà del Novecento, il ruolo della donna andava in crescendo, anche rispetto al suo, di per sè, già in atto, diffuso coinvolgimento, espresso nell’allora progressiva industrializzazione che la vedeva utilmente presente.
Alle filande di casa nostra, pare che si avvicendassero, in quel tempo, anche gli opifici d’oltre confine, in modo che tale occupazione, nel settore manifatturiero, risultasse legata anche agli ingenti fenomeni migratori, sperimentati da varie generazioni avviatesi a cercare fortuna negli sbocchi occupazionali che si prefiguravano nelle mete ambite di un lontano altrove.

In questo caso, “Il Giornale di Brescia”, nell’edizione di mercoledì 8 marzo 1950, documentava, fra l’altro, questo aspetto, circostanziandolo, in un’indiretta testimonianza spesa a favore del “gentil sesso” che era condivisa in occasione, appunto, del contestuale incombere della “Giornata Internazionale della Donna”, riferendo che: “Stanno bene e sono soddisfatte del lavoro. Tuttora aperto il reclutamento. Da Londra, Dover, Manchester ed altre città inglesi le ragazze bresciane che hanno accettato l’ingaggio in quelle industrie tessili, scrivono che stanno bene, che godono un buon trattamento, che vogliono rimanere”.

Lo svelamento, del luogo preciso di questa sorta di circoscritto reportage, si accompagnava anche al dare un nome alle donne che ne animavano la sede lavorativa, per quanto risultava attinente alla loro esperienza di vita, assorbita dalla prospettiva d’impegno che ne qualificava la posizione nell’ambito di un realtà operosa, descritta in una rassicurante luce positiva, insieme ad altri particolari, perchè fosse dato adito ad una personale valutazione complessiva: “Da Lostoch una lettera con quattro firme informa i dirigenti il servizio emigrazione della nostra città che “tutti ci sorridono e ci sono amici, fanno di tutto per allietarci e renderci serene”. Lassù a Lostoch stanno insieme in una grande fabbrica tre giovani di Calcinato – Santa Scalfi, Elisa Daini, Maria Guerrini – e una di Villa Carcina – Eleonora Niccolini – Cucina di ottimo gusto, il lavoro bello e di soddisfazione, l’alloggio in un albergo adorno di ogni comodità, dicono queste ragazze e per esse i giorni trascorrono lieti tra “gente cordiale e serena”. Sembra di scorrere una lettera che riferisce intorno ad una gita di piacere, ad un campeggio, ad una crociera. Anche l’ostacolo più grave – quello del cibo – non esiste più. Meglio così“.

Tutto questo insieme, riguardava alcune decine di donne bresciane, delle quali non si mancava, nel prosieguo dell’articolo che non recava alcuna firma giornalistica, di proporzionarne l’entità di una diversificata e sommaria citazione, con l’aggiunta di quelle lavoratrici che pare risultassero già, in quei giorni marzolini, in lizza per partire, a loro volta, a margine di una concomitante stima che induce ad una ancora attuale riflessione, rispetto ai tempi ed alle modalità di una conciliazione, fra una dimensione famigliare e quella occupazionale, stretta, in questo caso, nei rigidi vincoli di un’esclusiva e di una giovanile dedicazione professionale, lontano da quanto si usa esprimere nella praticata versione programmatica che è, invece, allusiva del “conciliare casa e lavoro”.

Di una certa, ancor “verde”, età primaverile e senza figli ai quali pure dedicarsi, le lavoratrici, di quell’8 marzo 1950, si trovavano: “Nella nebbiosa Gran Bretagna, dove la mano d’opera femminile manca, sono andate verso la metà di gennaio, 40 nostre ragazze, dieci della città, 30 della provincia, e adesso chiedono l’immediata partenza altre venti. Confortate da queste assicurazioni di felice soggiorno, l’ufficio Provinciale alle dipendenze del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale ripete l’invito ricordando che la paga settimanale si aggira sui 50 scellini (si può vivere, lassù, con 40) che le ore lavorative raggiungono il numero massimo di 45, che viaggio e vitto da Brescia all’Inghilterra sono completamente gratuiti. Inoltre, sul posto si riceve l’anticipo di una sterlina e di cinque scellini per le prime spese. Le aspiranti si presentino in piazzale della Repubblica. Non devono, come è risaputo, avere obblighi di famiglia (nubili oppure vedove senza prole) ed essere comprese nell’età dai 18 ai 30 anni.

Molto importante: il reclutamento è senza limiti e gli stabilimenti britannici accolgono anche le apprendiste, si può imparare sul posto. A Whaley Bridge in un vasto opificio ove viene prodotta seta artificiale le ragazze italiane vengono affiancate a ragazze austriache. Quest’ultime, in diciotto mesi, hanno acquisito una pratica notevole ed ora posseggono la qualifica di tessitrice finita. Fra le italiane, c’è anche la 24enne Cecilia Mariottini, abitante in via del Sebino 1. Un giornale di lassù ne ha pubblicato la fotografia accanto ad una bionda viennese Teresa Oswald ambedue dinnzi ad un telaio“.

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