Pare che qui sia un varco per l’ignoto.

La porta ferrata si impone, come una spartana lastra metallica serrata. Le robuste inferriate delle due finestre attigue sono velate da lanuginose ragnatele, mentre la penombra interna sembra fermare il momento in un attimo senza tempo.

La luce fioca e moribonda che all’interno si crea dall’esterno, pone stralci di visioni approssimative, tappezzate da frammenti di particolari, stemperati a margine di un’atmosfera silenziosa, diffusa in un pervadente senso di estraniamento.

Tanto vale per uno sguardo rivolto, da fuori, verso quel dentro che si racchiude in un ambiente ispirato ad una specifica manifestazione devozionale, mediante la quale, la locale religiosità popolare pare che qui abbia attecchito, a suffragio dei defunti, ormai giunti al loro giudizio universale.

santella-castrinoE’ la “Santella dei morti del Castrino”, situata fra i campi coltivati non lontani dalla “Strada Provinciale n. 18”, dove la pianura si apre a spazi sguarniti dalla prossimità di centri abitati che, diversamente, fungono, in un qualche modo, rappresentativi di quel territorio su cui, invece, altrove gettano l’ombra di un campanile, secondo la presenza di agglomerati urbani, riconoscibili sull’orizzonte di aperti spazi contigui, nella pertinenza comunale di chiari legami costitutivi.

Dislocata fra appezzamenti irrigui e capezzagne, questa santella è ulteriormente celata da una sovrastante triade di abeti circostanti che sembrano presidiarne la sua robusta mole, pure contraddistinta da un porticato sotto il quale passa una sterrata strada campestre che, alla soglia dell’edificio stesso, risulta, di fatto, alquanto rasente.

Dinnanzi alla facciata dell’edificio, il vicino scorrere di un corso d’acqua pare accarezzare quella porzione di terreno su cui due pilastri, in mattoni, sorreggono l’architettura del manufatto, dalla vaga forma a capanno, accanto alla quale, qualche metro più in là, una sorta di oasi, ricavata fra alcune alte robinie, ospita un ameno recesso, con un tavolo in pietra e sedie, dove pare sia abitudine di qualcuno stazionare al riparo del sole e della calura estiva, in una libera combriccola amicale.

Sotto lo sguardo vigile di chi qui, sembra, si dia appuntamento, appare l’intera estensione del portico, interessato, in pratica, dal tangenziale segmento di strada fra un prima ed un dopo viario, a proposito del quale l’Enciclopedia Bresciana, fra l’altro, attesta che “Il portichetto che le sta davanti sarebbe stato costruito agli inizi di questo secolo (Ventesimo) per proteggere sia l’edificio che i devoti dal maltempo. La devozione che ha circondato la cappelletta è stata, nei tempi passati ed ancor oggi, viva. Devoti e specialmente donne vi portavano ceri, fiori, olio ed elemosine ed il tempietto era oggetto di particolare devozione da parte della popolazione della zona circostante. I fedeli sostengono che le preghiere recitate per i “Morti del Castrino” (lì presso scorre un canale di irrigazione derivante dalla roggia Castrina) propiziano molto le guarigioni dei bambini malati agli organi della vista o della respirazione”.

Ciò che di questo luogo, evidentemente eclissatosi nell’oblio sceso ora sui citati segni conclamati di quanto appena sopra accennato, pare sia la rappresentazione della, malgrado tutto, resistente scritta, posta a caratteri cubitali, sulla parete d’ingresso, recante la sequenza finale dell’inno liturgico “Dies Irae”, celebre, nel suo genere, per essere stato pure, nella storia, musicato ad uso delle messe da requiem, nella frase latina “Pie Jesu Domine, dona eis requiem” (Pio Signore Gesù, dona a loro la pace).

santella-morti-del-castrinoIn questo mistico componimento dove è pure affermato che “La Morte e la Natura si stupiranno quando risorgerà ogni creatura per rispondere al giudice”, un orante versificare sembra condensare la quintessenza della vita affacciata sul baratro del trapasso, sotto l’inesorabile falce dell’ultima ora, giunta alla soglia del mistero dell’aldilà che, per la fede religiosa, si rivela nella resa dei conti, irradiata dalla luce ineffabile ed impenetrabile della somma origine della Creazione, come ancora si esplicita nel testo considerato: “Sarà presentato il libro scritto, nel quale è contenuto tutto, dal quale si giudicherà il mondo. E dunque, quando il giudice si siederà, ogni cosa nascosta sarà svelata, niente rimarrà invendicato”.

Se, questa è la dedicazione ideale del luogo, tale è, pure, l’imprescindibile via spirituale per meglio percepirne la natura che riguarda ciascuno, in una livellante e rispettiva misura.

In un tumultuoso clima di travaso verso una dimensione di non ritorno, l’interno stesso della santella svela i particolari sepolcrali di una sorta di anticamera ferale, rivolta alla misericordia del Padre, come l’esordio ancora del “Dies Irae” snocciola in una suggestione di tonante smarrimento, percepito in capo a ciò che prima poteva anche sembrare senza fine, nei termini di “(…) Giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità (…)”, quale fatale manifestazione prorompente nell’avvento effettivo del tempo mutante in una inconoscibile immensità.

In una cupa penombra, fattasi impressione pulviscolare di cenere, fra velature di polvere, avviluppanti di grigiore la rigidità inerte della consueta inaccessibililtà di tale ambiente, questa santella pare, fra l’altro, conformarsi al lugubre scenario testualmente accennato, relegando ad occhi indiscreti la corrispondenza circa il resto di quella descrizione che, ad essa, è riservata da parte dell’Enciclopedia Bresciana: “Morti del Castrino. Sperduta nella campagna a sud ovest di Rovato fra la strada Brescia-Coccaglio. E’ piccola, con un portico davanti, sotto il quale passa l’accennata stradicciola. Una solida porta protegge l’entrata: ma l’interno può essere visto attraverso due finestrelle laterali. Vi si scorge un piccolo altare sul quale sta un affresco raffigurante la Madonna col Bambino e con ai piedi le anime purganti. Ai lati stanno a guardia due scheletri dipinti, impressionanti, cui danno il valore di testimonianza, sui lati del piccolo altare di marmo di recente fattura, due urne contenenti ossa. Su una pietra fuori la chiesetta sta incisa la data del 1817 ed è la probabile data in cui la cappelletta venne eretta o riedificata. A costruirla sarebbe stato un nobile Maffei, con lo scopo, di seppellirvi le ossa di morti rinvenuti in lavori di sterro o di sistemazione agraria”.