Ha il privilegio di un marmo che, altrove, in zona, non è utilizzato. Da tempo dura questa pregiata dedicazione, nella pietra “rosso di Verona”, ormai divenuta motivo di una indiscussa rappresentazione.

E’ la diretta manifestazione, in posa marmorea, di un vescovo, in grandezza naturale, che riposa in tale solenne collocazione.

C’è un foro, sopra questo sarcofago, che, accanto alla figura mitrata, pare associare, alla sua piccola scura cavità, un minuto passaggio, di fatto celato, rispetto alla monumentale complessità del manufatto stesso, costruito per durare un’eternità.

Di secoli ne son già passati parecchi. La sede sepolcrale del vescovo Berardo Maggi data, infatti, 1308, epoca medioevale che va a braccetto, nella sua suggestiva vastità, con quella dell’antica cattedrale di Brescia, conosciuta anche con l’appellativo di “Rotonda”, dove questa significativa opera d’arte funeraria è custodita in una privilegiata ubicazione, posta a risalto dei riconosciuti effetti di un’eloquente tipicità di caratterizzazione.

Di questo autorevole ecclesiastico medioevale, è presente, fra l’altro, un ruolo peculiare nella letteratura del romanzo storico dal titolo “I Valvassori Bresciani” (1842), testo avvincente di una notevole immedesimazione narrativa, stemperata nel passato del territorio locale, per quanto riguarda le vicende di quel lontano Medio Evo in cui, entro un certo tumultuoso periodo, aveva avuto il proprio ambito d’azione questa figura di vescovo feudatario.

Messo per orizzontale, nella posizione ferale di ogni comune mortale, su questa sua composta sistemazione definitiva è scivolato l’inesorabile andare del tempo che lo ha visto testimone dei fatti, tutti quanti, circoscritti alla propria nativa città di Brescia, al vertice della quale è stato, pure, principe, oltre che vescovo, in una coincidente compenetrazione di investitura del potere ecclesiastico assurto ad emblematica sintesi sia spirituale che temporale.

Alla sua fine, la scena di questo mondo aveva pure contemplato il passaggio di consegne dell’episcopato bresciano a suo nipote Federico, come aveva anche assistito alla presa in carico dell’autorità civica, nel governo dell’apparato marcatamente politico della città, da parte di suo fratello Matteo, padre del subentrato presule accennato, in una risoluzione famigliare che, nella schiatta dei “Maggi”, aveva, in quel segmento di storia patria, la predominanza di una affermata contingenza favorevole a dare riuscito riscontro alle intraprendenti referenze dei loro stessi esponenti.

Questo sarcofago, cromaticamente sanguigno, è coevo all’anno stesso del trapasso del vescovo Berardo Maggi (1240/45 – 1308), condensando, in un raro esempio documentaristico del genere, rispetto a quanto riguarda il territorio bresciano, le caratteristiche commemorative di un’arte scultorea, nello specifico caso, in grado di raccontare, insieme al protagonista monumentalizzato, tutta un’epoca, osservata a ritroso, in aderenza al vissuto del vertice carismatico di un dato e blasonato episcopato.

Principe, conte e marchese, da quei periodi di lotte, fra guelfi e ghibellini, veleggiando in soluzioni storiche d’altro empito antagonistico e dal diverso baricentro di un contendere pervasivo, tali titoli si sarebbero conservati parimenti inalterati, nell’evoluzione ridottasi in una comunque significativa valenza onorifica del loro significato, abbinato all’ambita mitra bresciana.

Intanto, esplicitamente trattenute in questo manufatto rivolto al mondo dell’aldilà, pensando, molto, al viatico commemorativo di una costante prospettiva aperta, invece, sull’al di qua, queste qualifiche gentilizie sono in epigrafe su questa arca sepolcrale, unitamente alla rappresentazione del suo vescovo, della chiesa, insieme, fra altri particolari, ad anello ed a pastorale, e del popolo, tutto inteso dallo scultore, presumibilmente tal Rigino di Enrico, in una pluralità espressiva di volti e di figure, ricavate dal marmo fiammeggiante ad efficace ed a svelata umanità di forme oculatamente preposte ad un rispettiva peculiarità iconografica, spinta fino al più curioso aspetto narrante da trarre, in larga parte, a margine, della “Pace di Berardo Maggi”, pure celebrata in questo ricco bassorilievo, ispirandosi a tale e testuale storica motivazione, descritta nell’’Enciclopedia Bresciana alla debita voce che l’accompagna: “Venne proclamata dal vescovo Berardo Maggi il 25 marzo 1298, pochi giorni dopo essere stato acclamato signore della città, alla presenza di tutte le autorità cittadine, dei rappresentanti delle corporazioni e del popolo. Con essa si stabiliva il rientro degli esuli e la riconciliazione generale tra intrinseci ed extrinseci; una grande amnistia condonava i soprusi ed i misfatti commessi da entrambe le parti, con la possibilità, per gli espulsi, di rientrare in città, recuperando non solo i beni già in loro possesso e i diritti civili, ma persino le cariche che detenevano al momento del loro allontanamento dalla città. Si annullavano, in questo modo, molti anni di reciproci rancori e si inaugurava un periodo di distensione interna per il comune, mentre il presule poneva le premesse per il costituirsi di una nuova e di una più solida base di potere intorno alla sua persona. (…)”.