Il futuro imperatore del Messico aveva affrontato le acque lombarde in rivolta.
Ferdinando Massimiliano d’Asburgo (1832–1867), allora giovane governatore del Regno Lombardo-Veneto, era accorso nei territori interessati alla disastrosa alluvione che si era verificata il 22 ottobre 1857 nel cuore della Lombardia, con particolare riferimento alle provincie di Lodi e di Pavia, per l’esondazione dei grandi fiumi Po e Ticino, nell’impatto irreversibile, su vari luoghi abitati, di una massa idrica distruttiva. Come documentato dal settimanale “La Gazzetta di Pavia” di sabato 31 ottobre 1857, la piena “fu pel Ticino di metri 6,35; pel Po di metri 7,84”.

Dalla medesima testimonianza della stampa dell’epoca “(…) Le località maggiormente danneggiate dalla presente inondazione che fu superiore di centimetri 15 alla massima conosciuta del 1705, sono, oltre al Borgo Ticino presso Pavia, i Comuni del Distretto di Corte Olona e specialmente quelli di Chignolo, Pieve Porto Morone, Monticelli, Caselle Badia, S. Zenone, Spessa, Zerbo, Costa S. Zenone etcc. Le case cadute oltrepassano già le 250; molte altre si presentano crollanti e fesse e prossime esse pure a rovina. I Comuni e molti privati diedero già e danno prove luminosissime di squisita carità e della più commendevole filantropia. (…)”.

Arciduca Massimiliano d’Asburgo

Tra chi si era dato da fare, in riferimento ad una pronta sensibilità tradotta in azione ed unita, in questo caso particolare, pure alla cura del proprio mandato istituzionale, pare si sia distinto anche l’allora venticinquenne Ferdinando Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe (1830–1916), da qualche mese a capo del Regno Lombardo-Veneto.

Nel corso della sua breve vita, la carica di imperatore del Messico lo riguarderà dal 1864 al 1867, dopo alcuni anni decorsi dalla Seconda Guerra di Indipendenza del 1859 che sancirà la stragrande parte dei territori lombardi in seno all’ancora, in quel tempo, embrionale Regno d’Italia, andando tristemente a terminare i suoi giorni quasi un decennio dopo l’estemporaneità della circoscritta calamità naturale a margine dell’accennata intemperanza fluviale.

Nel merito della sua personale partecipazione ai primi interventi di aiuto verso le citate aree alluvionate, la menzionata fonte giornalistica precisava, fra l’altro, che “(…) Sua Altezza Imperiale l’Arciduca Governatore generale recandosi domenica da Pavia a Chignolo, come già si accennò, giungeva verso le ore 5 ½ pomeridiane a Santa Cristina, ove era scoppiato il fuoco nel cascinale di proprietà Lattuada. L’eccelso principe vi si trattenne per ben due ore incoraggiando ed animando la accorsa popolazione a prestarsi attivamente all’estinzione dell’incendio che s’andava dilatando; e, come il vide in parte dominato, e provveduto al bisogno coll’arrivo sopra il luogo dei nostri bravi pompieri, continuò la via per Chignolo lasciando una generosa somma per rimunerare coloro che, anche con pericolo, della vita concorsero a domare il fuoco, alcuni de’ quali ebbero l’onore di ricevere dalla mano stessa del Governatore una ricompensa vieppiù impreziosita da benignissime parole. (…) Sua Altezza Imperiale passò la notte a Chignolo; e lunedì, di buon mattino, accompagnato dai signori Conte di Valmarana e D. Rusconi, Delegato Provinciale, Ingegnere in capo con altri tecnici, marchese Francesco Cusani e altri Deputati Comunali, si recò a visitare, dove a piedi, dove in battello, il territorio maltrattato dalle acque. Comecchè questa peregrinazione fosse resa faticosa e non iscevra da pericolo pei guasti delle strade, per gli ostacoli alla navigazione e inoltre per forte pioggia e vento, pure durò fin verso le ore cinque pomeridiane, volendo il provvido principe estendere la sua ispezione a tutti quei paesi inondati, e impartire le disposizioni occorrenti ad attenuarne la sciagura. Saputo che, sugli argini consorziali bivaccavano tuttora parecchie famiglie che non vollero arrendersi agli eccitamenti di abbandonarli, forse per vegliar meglio di là alla custodia delle poche masserizie scampate dalla furia delle acque nei poveri loro abituri, le persuase a lasciarsi tramutare a più sicuri ricoveri, parte in Chignolo, parte in Pieve Porto Morone, confortandole, altresì, di benevole parole e di larghi soccorsi. (…)”.

La via, in seguito, ripresa per la reggia di Monza da parte di Ferdinando Massimiliano, dopo la sua visita ai luoghi alluvionati, era la stessa dalla quale provenivano i termini concreti di ulteriori aiuti, monetizzati in cifre che “La Gazzetta Provinciale di Pavia” di sabato 21 novembre 1857 andava a precisare, anche a riguardo di altri esponenti della medesima famiglia imperiale, come, fra gli altri, Elisabetta di Baviera (1837–1898), conosciuta, anche per una certa postuma epopea cinematografica, come “Sissi”, moglie dell’imperatore Francesco Giuseppe, e Sofia di Baviera (1805–1872) madre dello stesso Ferdinando Massimiliano, in quei giorni personalmente presente nella prestigiosa residenza aristocratica lombarda del territorio non lontano da Milano: “(…) Milano, 14 novembre. Sua maestà l’Imperatore assegnava graziosamente austriache lire 50000 a favore dei danneggiati dalle recenti inondazioni nelle province di Pavia e di Lodi; e volle rimessa a S.A.I (Sua Altezza Imperiale) il serenissimo Arciduca Governatore generale la distribuzione di quella somma secondo le circostanze e i bisogni delle varie famiglie chiamate a partecipare dei soccorsi del beneficentissimo monarca. Allo stesso modo, S. M. l’Imperatrice Elisabetta si compiacque di donare lire austriache 3000. La presenza dell’Arciduca Governatore sul luogo della sventura, le pròvvide, immediate e generose sue largizioni contribuirono già efficacemente ad alleviarla. Sul magnanimo esempio del Principe, e seguendo gli impulsi del pietoso Lor cuore, le Altezze Imperiali la Serenissima Arciduchessa Sofia che trovasi alla Villa Reale di Monza presso l’Augusto Figlio, e la Sposa di Lui, la Serenissima Arciduchessa Carlotta, offersero austriache lire 2000 ciascuna, per sovvenire anch’Esse alle indigenti famiglie colpite dall’inondazione. Sappiamo inoltre che, a questo fine medesimo, altri Principi dell’Augusta Casa imperiale fecero o sono in procinto di fare oblazioni che aggiungeranno alla riconoscenza particolare dei beneficiati quella pubblica”.

Porto Morone (Pavia)

A metà di quel mese, lo scenario degli aperti spazi osservati aveva ricevuto una prima ricognizione d’immagine, mediante una stima espressa nell’edizione precedente del giornale pavese che la documentava in una sommaria descrizione corrispondente al rapporto delle maggiori contingenze rimaste sospese: “(…) I Porti sul Po sono tutti riattivati; e parimenti sono tutte ristabilite nella nostra Provincia le comunicazioni interne sulle strade regie, mercè opere, almeno provvisorie, che furono con lodevole prontezza eseguite, tostochè le permise il ritirarsi delle acque. Il Po ed il Ticino sono ormai ridotti pressochè allo stato ordinario. Ma, un esteso territorio giace tuttora ingombro di sabbia, di fango e di acque stagnanti, non essendosi per anco riparati i guasti alle arginature e sistemati gli scoli; e naturalmente rimangono sospesi i lavori diretti a riordinare le abitazioni e le campagne, fino a che non si sia provveduto alla loro difesa contro l’eventuale pericolo di nuova inondazione, col praticare i suindicati ristauri, che, perciò, è del massimo interesse pubblico e privato di sollecitare possibilmente”.

La storia, contestualmente agli ostacoli di quanto accaduto, aveva ripreso il proprio corso, gettando una sorta di ponte verso il domani, sulle acque straripate, come imperativa consegna perdurante di un’antica compresenza fluviale, in un territorio contraddistinto dall’aggiungersi di uno snodo cruciale fra i fatti drammatici che ci si imponeva di superare, unitamente al cenno della constatazione di un percepito riconoscimento generale, prima che, in seguito, l’oblio scendesse la china di quella vissuta condivisione, attorno ad un certo sperimentato aiuto, fino a farlo dimenticare, come appare dalle parole tratte, ancora, dalla “Gazzetta Provinciale di Pavia” di sabato 21 novembre 1857: “(…) Queste popolazioni serberanno lunga e grata memoria dei giorni 25 e 26 del p.p. ottobre, quando videro il serenissimo Arciduca Governatore generale accorrere qui sollecito da Venezia e visitare, non senza disagi gravi e pericoli, i territori che, nella nostra provincia, furono maggiormente colpiti dalla straordinaria inondazione del Po e del Ticino, consolandone le vittime con ogni maniera di soccorsi e di conforti, come gli dettava il magnanimo cuore. E collo stesso sentimento di affettuosa riconoscenza, ricorderanno pure i giorni 17 e 18 del corrente (mese ndt), nei quali il signor Conte di Valmarana, Imperial Regio Consigliere addetto alla Cancelleria del Principe e da Lui associatosi in quella pietosa peregrinazione, la rifaceva per onorevole di Lui incarico, al fine di distribuire sopra il luogo le generose largizioni che (come leggesi qui appresso in data di Milano) la munificenza degli Augusti Sovrani e della imperiale famiglia disponeva a favore dei danneggiati da quel disastro. (…)”.