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Roma – La fascia della croce rossa al braccio ed un diafano grembiule che, scendendo dalle spalle, le veste il mezzo busto eretto nell’immagine artistica, ritraendo quella filantropica figura, realmente ispirata ad una sentita sollecitudine di soccorso, che corrisponde alla regina d’Italia, Elena di Savoia (1873–1952), rappresentata in una delle diverse opere dell’artista romano Bruno Ciccacci che sono allestite in una mostra personale nella sala “Giulio Douhet” della Casa dell’Aviatore, al civico 20 di viale dell’Università, a Roma.

La cura di un catalogo illustrato, stampato in proprio, e, pure, la premura di una traccia didascalica per ogni manufatto esposto, rendono, ad esempio, possibile, nel caso del pannello, interessato, come altri, alla tecnica mista di “matite pastello e penna biro su masonite cm 50 x cm. 60”, la lettura della correlata spiegazione espressa nei termini di: “Ritratto della Regina d’Italia Elena di Savoia nella veste di crocerossina, significativo fu il suo impegno costante al fianco dei più deboli. Trasformò in ospedali Villa Margherita ed il Quirinale“.

Nella ricorrenza dei cent’anni, con il 2018, decorsi dal “bollettino della vittoria” diramato dal generale Diaz, questa esposizione è interamente dedicata alla “Grande Guerra”, assimilandone la denominazione per una immediata evocazione tematica della medesima iniziativa che, fino al 26 novembre, è visitabile, con ingresso libero e gratuito, negli orari quotidianamente compresi dalle ore 8 alle ore 20.

Unica deroga, rispetto alla preponderante somma stilistica dei lavori in capo ad un medesimo artista, sono un paio di opere, pure fedeli alla tematica della mostra, realizzate dalla pittrice Cristina Longoni.

Promossa dal dott. Nicolò Falchi Delitala, con la collaborazione del prof. Gianfranco Roscilli, comprende 26 opere di Bruno Ciccacci: alcune anche su tela, come pure, con i colori ad olio, invece che nella menzionata tecnica mista, in alcuni casi, a sua volta contraddistinta pure dall’uso dei colori in acrilico, in tutta una serie di manufatti capillarmente dedicati, nella loro totalità, ai vari aspetti del sofferto periodo storico trattato.

L’autore ha esercitato una convinta immedesimazione nel tema affrontato, dimostrando anche il funzionale riscontro ad un insieme di informazioni desunte nei particolari aspetti costitutivi il travaglio di quegli anni di guerra, come, ad esempio, nel rimarcare anche alcuni elementi, forse poco noti, nel dispiegamento dei fatti storici sepolti dalla coltre della storia ufficiale, come, ad esempio, nell’opera “L’urlo dei Dimonios 2018” (acrilico, matite pastello e penna biro su masonite cm. 35 x cm 50): “La Brigata Sassari, tra le più decorate della Grande Guerra (9 medaglie d’oro, 286 d’Argento, 417 di Bronzo), fu ricostruita due volte per l’elevato numero di caduti e feriti ben 12923. Impiegata per scontri durissimi era molto temuta dagli austriaci“.

L’incisivo contributo figurativo di Bruno Ciccacci offre un’interessante ed efficace lettura di significativi squarci sviluppati a contatto con le realtà salienti di questa ingente epopea militare, non disgiunta da un’attenzione particolare anche alle implicazioni rilevabili a risvolto delle maggiori stime ufficiali, come, ad esempio nell’acrilico, matite pastello e penna biro su tela, (cm. 60 x cm. 80), dal titolo “Chiamata alle armi 2017”: “La scena è ambientata in un paesino della Sardegna: i carabinieri identificano i richiamati ai quali consegnano la cartolina precetto. Giovani in fila attendono, tra eccitazione e timore, la chiamata alle armi. Intorno, la comunità è intenta a faccende quotidiane in un clima pastorale. Lo sguardo malinconico del cane sembra avere un sinistro presagio“.

Analoga compartecipazione umana, sembra rivolta a quel drammatico contesto, pure avulso dalla diretta linea di fuoco del fronte, ma non meno implicito nell’indotto di uno strascico d’azione documentato sull’orma di una mobilitazione militare di massa, a margine della quale la storia tramanda quanto questo artista romano ha inteso privilegiare nella sua opera intitolata “Soldati al Bordello 2018”, in olio su masonite (cm. 90 x cm. 100): “Lo scenario inquietante e drammatico di un bordello militare: i soldati sono in attesa del proprio turno. La chiesa (il prete) ha le mani legate e volge la schiena, i militari brindano, mentre enormi topi la fanno da padroni dentro e fuori le trincee, onnipresenti del grande crimine della guerra. Le meretrici erano vedove, anziane madri che facevano prostituire le loro giovani figlie, esposte a malattie e gravidanze illegittime. Rastrellate e portate al fronte potevano arrivare ad avere oltre le ottanta prestazioni al giorno, carne da macello che si mescolava ad altra carne da macello. Insiema all’alcol, il bordello era l’unica fonte di sfogo per il morale delle truppe“.

Truppe, nelle quali, la dinamica impietosa del conflitto bellico, spinto fino alle sue più crudeli ed atroci conseguenze, produceva anche il fenomeno identificato con l’espressione di “Scemo di Guerra”, titolo tal quale di una puntuale rappresentazione a firma del medesimo autore di questa mostra, secondo un’opera all’uopo dedicata, “in acrilico, matite pastello e penna biro su masonite cm. 70 x cm. 100“.

La locandina di questa mostra personale di Bruno Ciccacci, pure attesa in una speculare sua riproposizione nel gennaio a venire, presso il Museo dei Granatieri di Roma, al civico 7 di piazza Santa Croce in Gerusalemme, propone la riproduzione del ritratto di Francesco Baracca (1888–1918), asso dell’areonatica militare italiana, con, fra l’altro, 34 aerei nemici abbattuti, presente in un’opera specifica nel circuito dello stesso genere figurativo, a cui pare ricondursi un omaggio rivolto, oltre che all’epica figura del coraggioso pilota, anche alla sede della medesima esposizione, essendo ubicata, nientemeno che nella “Casa dell’Aviatore”, a riferimento del “Circolo Ufficiali dell’Areonautica Militare”, nel complesso urbano che reca, nella metropoli capitolina, una zona riservata all’aviazione, nella fattispecie di varie strutture confacenti a tale esclusiva prerogativa.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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