A suo dire, il colore che le risulta preferito è il giallo. Una pigmentazione luminescente, funzionale al chiaroscuro di una fascinazione pittorica prossima a rispecchiare il dispiegarsi del trascendente, nella fiorita gemmazione della rappresentazione artistica di una natura prorompente.

Nella vibrante cromia d’atmosfera che le è propria, questa calda e vivida tonalità d’intesa risulta, fra l’altro, espressa nelle opere dell’apprezzata artista bresciana Fernanda Palvarini che espone nella rocca di Orzinuovi durante quelle due settimane che il 2019 comprende dal 09 al 24 marzo, attraverso l’incombente avvicendamento di una primavera incipiente.

In un sontuoso e signorile dialogo fra luce e colore, mediante il quale le sue opere profilano, fra l’altro, il proprio suggestivo spessore, la mostra è visitabile, con ingresso libero e gratuito, dalle ore 10 alle ore 12e30 e dalle ore 15e30 alle ore 19, sia di venerdì che di domenica, mentre di sabato, la chiusura, ad epilogo della giornata prefestiva, è alle ore 22.

“I fiori di Fernanda” è il titolo dell’iniziativa espositiva, a margine di oltre un mezzo secolo di attività artistica della feconda pittrice, secondo una proposta complessivamente riferita ad una sua recente stagione produttiva che include anche le decorazioni di vari manufatti in porcellana di Limoges, a significativo intercalare compositivo di un itinerario espressivo figurativamente affidato, per lo più, a tele ed a pannelli su legno, dalle dimensioni più varie ed appropriate, anche rispetto al formato ovale dei ricorrenti medaglioni, mediante i quali, varie opere risultano realizzate, a maggior risalto delle tipiche caratteristiche che vi sono assicurate.

Caratteristiche che sono pari al carisma dell’artista, fedele ad una propria praticata poetica intuitiva che risalta, pure, nell’espressione dell’allegoria del creato, adottato in quella mirata prospettiva dove, tutto quanto è vivo, coesiste con l’inerte, esplicitandosi, ad esempio, nei fiori, straripanti di accenti cromatici in un tripudio di vigore, che, nel caso di un dipinto, sono ritratti insieme alle ormai secche propaggini di cespugli a loro vicini, invece, già consumatisi nell’eclisse del proprio ultimo tramonto di vita.

In questo travaso dimensionale, fra i tempi, cioè, dell’esistenza che si sviluppano in un distinto e in un opposto periodare, l’artista persegue, in molte sue opere, gli effetti di un’ulteriore interazione temporale, manifestata nel suscitare, in chi guarda il dipinto, la percezione di una mediazione antichizzata da poter rilevare nella ideazione pittorica abbracciata attorno al genere di un romantico filone culturale e gestita secondo una segreta tecnica personale.

Una connotazione stilistica, speculare ad una patina d’antico, che è affidata alla tecnica del cracklè, quale riuscita manifestazione di una laboriosa pittura d’effetto, svolta con colori acrilici, ammaestrati dall’esperienza di mirati accorgimenti, propria di Fernanda Palvarini, con la disinvoltura di una suggestiva impostazione, realizzata attraverso un’immediata figurazione dell’opera, senza il preventivo avallo grafico di un disegno propedeutico, in modo che la tela od il supporto in legno, dove svolgere la propria ispirazione, abbiano, fin da subito, l’immediata consacrazione compositiva di un’omogenea e sicura sintesi espressiva.

Altra tipicità è la predilezione, da parte della pittrice, che sembra, fra altri aspetti, pure interpretata verso quella scelta figurativa che non rappresenta fiori recisi, ma esemplari floreali da lei desunti e messi in risalto, come fossero estratti nel loro stesso ambiente d’origine, in ordine ad una piena contestualizzazione naturale che ne focalizza il contenuto esistenziale, grazie ad una perdurante scena metaforica di compartecipazione al creato, nella sua vivente trasmutazione generale.

Scrive, fra l’altro, Tonino Zana nell’edizione del “Giornale di Brescia” del 2 ottobre 2013: “(…) Fernanda Palvarini è la poetessa dei fiori vivi, non di nature morte. Cura la natura per captazione, scegliendo l’eccellenza dalla natura, come sorrisi di donne belle stampati sui petali, aria di festa su confini felici. (…)“.

Il repertorio di Fernanda Palvarini affida alla mostra orceana un’ingente numero di opere che, fra l’altro, consente di fare intuire quanto complessivamente si riconduca all’eclettica vena creativa dell’artista stessa, per ciò che, rispettivamente, rimanda, in altra veste, al suo scrivere poesie ed alla diffusa dimestichezza, nel medesimo suo ruolo artistico, con la pittura, anche nello sbocco espressivo dell’affresco, tecnica analogamente asservita a quei motivi figurativi dove molteplici accenti lirici concorrono ad orientare, verso un elevato affinamento d’immagine, la manifestazione di una serena dinamica d’immedesimazione contemplativa.

Fiori di giardino, ad esempio, dalle rose alle sterlizie, ma anche quelli più umili, come, a dire della medesima artista, sono quelli di campo: tutti hanno un possibile ruolo in questa grazia di concertazione dell’arte, espressa in uno sguardo di ammirata assimilazione della disarmante bellezza presente in natura, mediante un orizzonte di senso con cui tale peculiarità rivendica il significato figurato di quella misura che appare pure racchiusa nell’ammaestramento evengelico di cui, in metafora, ne interpreta contenutisticamente la premura: “(…) Considerate come crescono i gigli della campagna; essi non faticano e non filano; eppure, io vi dico che nemmeno Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. (…)“(Mt. 6: 28-29).