Rilievi e disegni, sviluppati fra tecniche compositive perseguite fra incisioni, ceselli, ideazioni grafiche, in riproduzioni figurative, e sculture. L’ampia cifra artistica che, da decenni, si è sviluppata utilizzando materiali nobili e, per loro natura, pure adoperando quelli maggiormente più comuni, si concentra nell’abile maestria di un riconosciuto campione di prim’ordine di tale sopraffina e versatile inventiva.

Francesco, detto Gino, Medici (1924), ormai veleggiante verso il secolo di vita, detta le proprie significative memorie, funzionali a tratteggiarne la sua feconda testimonianza artistica, entro una lusinghiera esperienza di servizio consacrato al “bello ed al vero” quando, con ciò, si intendono i molteplici livelli di una potenzialità creativa emersa nella prima giovinezza, tra le patite difficoltà, e, poi, fattasi sempre più strada, fino ai maggiori piani d’affermazione acclarati di una tributatagli referenza artistica, assisa in una sua piena ed accreditata titolarità.

Grazie alla sensibilità culturale di mons. Osvaldo Mingotti, già, fra l’altro, prevosto della “Collegiata Insigne dei santi Nazario e Celso” di Brescia, nonché presidente dell’Istituto di Cultura “Giuseppe De Luca” per la Storia del Prete”, una chiara monografia su tale stimato personaggio è disponibile, per la cura del prof. Gianfranco Grasselli, in una elegante pubblicazione, dal formato editoriale agevole, per tratteggiare di Francesco (Gino) Medici quella sempreverde figura umana ed artistica che gli risulta essere pertinente in una corrispondenza edificante e meritevole.

Pubblicato dalla “Com & Print” in poco più di centodieci pagine illustrate, il libro si intitola “Da artigiano ad artista – Memorie di una vita”, rappresentando quell’allusione che è indicativa della interessante progressione di carriera del protagonista del testo racchiusovi, desumibile per il tramite di un empirico debutto nel mondo del lavoro, con, in seguito, la pausa obbligata, pure lanciata nella scommessa del darsi da fare, durante la cattività della patita prigionia da lui vissuta lungo l’epilogo della Seconda Guerra mondiale, per denotare, poi, tale ingente attività in un modo che risulta rilevabile anche attraverso una costante ascesa di pregevoli risultati, secondo un’eccellenza operativa che ha saputo, nel tempo, diversificarsi in un eclettico versante di raffinata ed apprezzata produzione.

Se, nei giorni difficili d’internamento, in un lontano campo polacco di prigionia, Francesco (Gino) Medici s’adoperava a difendere la propria sopravvivenza gettando sul piatto della bilancia della sorte avversa il proprio essere capace di incidere anelli ed altri manufatti in metallo su commissione sia dei commilitoni che, ancor più, dei carcerieri, nella finalmente restituita libertà a seguire, con la fine di tale conflitto mondiale, i suoi giorni laboriosi, da allora in poi, a venire, hanno rilasciato quelle opportunità che l’artigiano-artista bresciano ha saputo cogliere, per eccellere sia nell’uno che nell’altro ruolo, in un riuscito applicarsi da primatista.

La lettura del suo prodigarsi, cavalcando il susseguirsi di più generazioni in sella alla propria notevole longevità, risulta evocativa dei tempi collettivi che la storia ha codificato su un piano generale ed, al medesimo tempo, contraddistinguendo, in un fulcro, a caratteristico nesso particolare, la valorizzazione di importanti stralci di tale avvicendamento temporale, su molteplici eventi e contingenze, da parte di questo maestro bresciano dell’incisione, dell’oreficeria, della scultura e della tripartizione, in una variegata specie espressiva, della litografia, xilografia e calcografia.

Come, fra l’altro scrive, mons. Osvaldo Mingotti, nella prefazione all’opera editoriale, suddivisa in una decina di capitoli, si è dinnanzi a chi, sostanzialmente, “(…) Appartiene, infatti, alla storia dei più noti incisori di raffinati fucili e medaglie a livello mondiale. Prigioniero di guerra, ha trasformato umili metalli d’acciaio in opere uniche, ricercate e contese, strumenti di sopravvivenza e di stima, così da essere chiamato “il signore degli anelli”(…)”.

A coniugare lo spessore di questa abile personalità creativa è anche la somma armoniosa delle referenze tributatele da parte dei rispettivi centri produttivi, lungo lo strascico di attività dei quali si sono materializzati numerosi suoi lavori di minuziosa bravura, eseguiti da Francesco (Gino) Medici, entro la tradizione di un solido comparto, divenuto pure emblematico proprio nella riconoscibilità dei marchi, fra gli altri, per citare quelli più noti, della “Armeria Lucchini” e della “Beretta”.

Il libro, anche per gli appassionati del settore, non manca di identificare, censendone, in un buon numero, i vari tipi di fucili sui quali si è applicata l’estetica mediazione dell’incisione facente capo al valente autore, suddividendo, tali “canne da fuoco” contemporanee, tra quelle “Imperiali” e di “Grossa Serie”, sottintendendo, delle prime, i modelli, fra gli altri, “Montecarlo K2” e “Imperiale Extra”, e dell’altro gruppo, indicare gli esemplari sotto certe più fantasiose denominazioni, come, per tacere di altre, “Diana”, “Airone” e “Super de Luxe”.

A contraddistinguere ulteriormente tali manufatti, questo volume documenta tanto la scelta grafica perseguita dal maestro incisore quanto, nondimeno, anche il destinatario di questa sua apprezzata opera di peculiare ridefinizione, in una chiave unica, del pezzo preso in considerazione, citando, fra gli altri, come soggetto interpretato, la famosa attrice Marylin Monroe, e come fruitori del suo impegno artistico, nell’ampio spettro dei titolari di una data commissione, anche il generale Dwight David Eisenhower, fino, con lui, a poter contemperare altri nomi noti del panorama pubblico internazionale, confutato dalle loro alte cariche ricoperte nella storia, ciascuno in una data impronta particolare.

Analogamente, in questo libro, accade, come per altri ambiti di produzione, anche per il ciclo della medaglistica, con tanto di una diffusa elencazione, fra i soggetti di una specifica dedicazione, e, contestualmente, fra coloro i quali, anche tra gli enti e quelle istituzioni, che ne hanno recepito l’intento di una mirata assegnazione, vuoi su commissione, vuoi per le tante iniziative dell’autore di procedere, personalmente, in tal senso, anche mediante una sentita e libera elargizione, espressa a riscontro del suo animo attento e generoso, nell’interagire con gli estremi di una precisa ricorrenza, di una conclamata e meritoria iniziativa, di una importante e condivisa celebrazione, come, fra le altre pure menzionabili quella, ancora descritta da mons. Osvaldo Mingotti, citando quanto esemplificativamente occorso, durante il 1976, con l’allora pontefice bresciano regnante, “(…) Nel V centenario della nascita di Michelangelo, offre in San Pietro a Roma (e la trasmissione del rito è in mondovisione!) a papa Paolo VI i suoi lavori di incisore, cesellatore, orafo, medaglista approntati per l’occasione. E’ l’incoronazione artistica della vita di quel bambino che “era nato coi ferri di lavoro sotto il cuscino”. (…)”.

(Qui sotto la locandina di una mostra di Francesco (Gino) Medici di qualche anno fa.)