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Cremona – Ricordo con piacere le serate trascorse nell’ambiente famigliare dell’Associazione Concordia a Pieve San Giacomo e tra le tante cose che il dinamico e intraprendente Pellegri ci ha fatto conoscere, anche interessanti personaggi del nostro territorio, le cui capacità spesso non si conoscono, nascoste da una grande modestia degli stessi.

Tra questi personaggi il pittore Virginio Lini. Dello stesso fummo incuriositi dal lavoro che all’epoca stava facendo e al quale, per quanto possibile, si cercò di dare risalto, dando anche una concreta collaborazione relativamente alla programmazione dell’esposizione dell’opera “Il mio Verdi“, che poi fu esposto con successo, di critica e di pubblico, per alcuni mesi in Santa Maria Della Pietà a Cremona.

Avevamo saputo recentemente della sua nuova opera, delle difficoltà che stava avendo per trovare uno spazio idoneo, poi trovato, grazie alla Fondazione Città di Cremona, a Palazzo Fodri in Corso Matteotti a Cremona, dove siamo andati a trovarlo.

Lini ci aspetta all’ingresso, di fronte l’ultima opera, o meglio l’ultima grande fatica. “Circa 3 anni di lavoro – precisa lo stesso – premesso che prima di procedere con la parte pratica, io scrivo il testo, che ritengo sia la base del lavoro. Su una tela di metri 8,40 di larghezza per tre di altezza ho voluto rappresentare, come dice il titolo, “La fine dei tempi” l’ultimo istante di vita dell’umanità, unitamente ad un crudo giudizio dell’oggi e un forte richiamo alla lotta per la sopravvivenza, una rivisitazione di personaggi di grandi pittori del Rinascimento, riportata ad oggi nella presenza di ritratti e amici del nostro tempo (raccolti in un apposita fotografia).

Nella sua caratteristica di essere fuori dalla norma, non indica ad esempio la morte con il tradizionale scheletro ma attraverso la figura di una guerriera amazzone che guida la carica di una mandria di cavalli e angeli che chiamano i morti al giudizio. Tra i vari soggetti gli indifferenti e i Benefattori, i primi che non temono la morte ma la sfidano, convivendo con la sua immagine attraverso l’arte, e qui Lini si autoritrae assieme alla moglie Chiara, amici e conoscenti, mentre i secondi sono legati al loro impegno per gli altri, il mecenate dell’epoca il Cav. Giovanni Arvedi e, a chiusura del gruppo, a capo di una piccola Associazione di volontari, Angelo Rescaglio.

Mentre questi sono diretti verso l’apice della piramide, sul fondo l’ultimo istante che non lascia il tempo della riflessione, con le vittime di catastrofi naturali, mentre dalla nuda terra c’è il risveglio con il volto di Grisales che alzando un violino indica la rinascita della musica. Di questo fanno parte i demoni, ma sempre fuori dalla norma, rappresentati come insospettabili ma pronti a trasformarsi nel male e rappresentati nell’opera dall’autore e dagli amici Mino e Gianni.

Tre le figure rappresentate nell’inferno, gli ignavi che oggi, persi valori di riferimento, trovano un terreno ancora più fertile. L’ingordigia, rappresentata da un demone che tiene stretto alla gola un individuo che ingurgita anche più di quanto necessita, nono solo cibo, ma anche il proprio ego sociale, e al centro, dietro la figura di un demone, i senza volto, il condensato di persone che nell’anonimato sono responsabili di tutto il male peggiore del mondo.

Come nel caos di terra, sulla parte destra, le vittime della nuova tecnologia e i motivi sono spesso violenti, causati da persone per le quali non ci sono limiti per raggiungere obiettivi nefasti e suddivisi tra coloro che non hanno il tempo di accorgersi del pericolo e chi invece cerca di aggrapparsi alla salvezza. La zattera nel mare in tempesta con persone alla ricerca della salvezza, dopo che la nave sulla quale si trovavano è affondata e nonostante il ricordo di quel dramma, nonostante le poche speranze di salvezza, lo spirito di sopravvivenza li porta anche ad atti inumani.

Uno squarcio nel cielo la speranza di una salvezza con i colori del tramonto e per altri una nuova alba e la fine di tutte le sofferenze terrene, con fasci di luce, presagio dell’arrivo del giorno del Giudizio Universale. Sui lati della grande sala le pale d’altare attraverso le quali ha voluto evidenziare il suo credo verso ideali di solidarietà, di libertà e di lotta all’ingiustizia.

Così ricorda che la sua prima opera fu un paesaggio che realizzò per ringraziare un amico del papà che gli aveva regalato una valigetta con tutti gli accessori per la pittura e un cavalletto.

Racconta Virginio Lini:Diplomato, su consiglio di Don Angelo, Parroco di San Daniele Po, arrivai a diplomarmi all’Istituto d’arte a Milano in scenografia e anche a scuola nei miei lavori andavo sempre oltre e il ritratto della fidanzata, oggi mia moglie, fu esposto ad un concorso Internazionale a Palazzo Reale. Ho fatto sceneggiature per il teatro Regio di Parma su bozzetti di Nicole Benois, scenografo ufficiale del Teatro della Scala di Milano. Dopo un periodo di grafico presso alcune importanti ditte, nel 2001 mi ritirai a lavorare nel mio studio. Il perché nelle mie opere primeggiano i cavalli e il verde: i cavalli mi piacciono per la loro esuberanza e il verde perché respinge la luce riflessa, dando maggior risalto all’espressività figurativa insinuandosi nel subconscio dello spettatore, mentre le sfere rosse sono un indicatore dei 4 elementi del globo, terra, aria, fuoco, acqua”.

Non ci resta che ringraziare Virginio Lini per averci illustrato la sua opera, per la lunga chiacchierata e complimentarci per i suoi lavori. La mostra resterà aperta fino al 5 gennaio 2018 dalle 15.30 alle 18.30, dal mercoledì alla domenica, diversamente su prenotazione allo 0372/421011

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Giampietro Masseroni
Classe 1940. ex sindaco di Pescarolo, appassionato estimatore del proprio territorio, del quale conosce- e riporta- vita, morte e miracoli...

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