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Un’opera significativa, tanto per chi ha conosciuto colui che vi è raffigurato, quanto per coloro che ne possono cogliere l’interpretazione pittorica, associata al tema che vi è implicitamente rappresentato.

Non nuovo a queste iniziative artistiche, Innocente (Battista) Tironi di Travagliato riesce, anche in questo caso, a ricordare una figura conosciuta in vita, mediante l’estrinsecazione effettiva di un dipinto che ha eseguito in omaggio a questa persona, perché ne resti pure una memoria artistica, connaturata alla propria spontanea mediazione stilistica, in grado di poter offrire la testimonianza pittorica di come l’arte visiva possa interagire con la dimensione ineffabile, derivata dal fatale distacco di una sofferta dipartita.

In questo recente dipinto, lo stimato imprenditore travagliatese Angelo Tullio Marchetti (1933 – 2021), laborioso fondatore della perdurante attività connessa ai servizi della lavanderia industriale di pertinenza della Società Padana Everest, è ricordato dall’autore di tale efficace manufatto espressivo sulla base dell’autentica attenzione rivolta alla sua persona, ritratta a mezzo busto, avendone, fra l’altro, condiviso la classe anagrafica di appartenenza ed una serie di ricordi vagheggiati in una condivisa memoria, aperta in una vincendevole confidenza.

Nell’eseguire questa tela, per altro, valorizzata con una cornice lignea di propria ideazione, chi l’ha bene realizzata sembra abbia impresso, al pregevole insieme dei particolari che la definiscono, una interessante visione personale, intesa a possibile evocazione di quell’oltre a cui attiene la dimensione ultima di un non ritorno, una volta lasciata alle spalle la scena di questo mondo.

Neanche a farlo apposta, un muro, quale demarcazione, fra un al di qua ed un al di là, si pone figurativamente in mezzo al dipinto, a preludio importante di tutto ciò che l’autore ha reso visibile mediante la proposta di uno sfondo penetrante, attraverso la prospettiva vibrante di un ameno scenario impattante, sopra il quale, a metafora dell’infinito, si svolgono multicolori evoluzioni celesti per una vasta gamma di minuziosi tratti cromatici, appalesati da quella gestualità compositiva che li ha evidenziati in liberi irraggiamenti, su omogenee dinamiche esorbitanti.

Giallo, azzurro, bianco e rosa si amalgamano fra loro, in questa consegna fattuale, costituita da una poetica sinergia, esercitando una velatura prospettica, a bilanciamento di una veduta chiaramente assunta nel genere di un affaccio metaforico verso le più remote propaggini della realtà con la quale se ne è intesa l’immaginifica natura costitutiva.

Oltre il muretto, questo valente pittore autodidatta, interpreta la misura espressionista che vigoreggia nella rappresentazione di un’indagine anche naif di quanto reputato corrispondente all’intima creatività che è posta alla base di tutto ciò che è contestualizzato nei numerosi snodi espressivi con i quali il dipinto stesso è caratterizzato.

Trattasi di uno scenario di pace, costituito da acqua e fiori, con tanto del profilarsi di un vivo bacino ondeggiante,  entro, cioè, una imprendibile fluidità palpitante, su cui un paio di figure minute si trovano a navigare, addirittura chi a remi e chi a vela, mentre un gradevole tripudio floreale si combina con l’incombere di un supremo effetto secernente una diffusa serenità che, ad ogni particolare, risulta sostanziale.

Come se non bastasse, al configurarsi di questo paesaggio indotto, stemperato oltre le spalle della figura a mezzo busto che occupa la scena del dipinto, assestandosi in un naturale primo piano, si esplica una piccola catena montuosa, ad ultima traccia di una linea di espiazione distinguibile, prima che, i vari piani del cielo, si avvicendino nell’irraggiamento del loro variegato scibile, ed in modo che, in tali anfratti montuosi, possa notarsi la presenza di una chiesetta, segno devozionale indicativo del convegno umano del ricondursi al varco terreno con il trascendente, secondo un valoriale richiamo all’immanente che è speso a favore dell’incombere di quella verità di fede dove la fugace parabola umana ha il proprio mistico trascendere.

In questo modo, questo dipinto offre, di tale impianto figurativo, una valenza percepibile oltre il mero effetto pittorico decorativo, per i richiami metaforici che vi si possono confutare nel dinamico spettro di un mite ventaglio evocativo, innanzi al quale, la persona ritratta, in una verosimiglianza sottoscritta dalla maestria di Innocente (Battista) Tironi, pare abbia un racconto ulteriore da condividere, attraversato dagli accenti di luci e di colori che risultano sopravviventi, nella disamina dei tratti a simulacro fisico di una vita, anche nello sguardo lungo di un ricordo sopravanzante quell’estremo saluto terreno in cui l’epilogo di un commiato pittorico sintetizza le peculiarità di forti emozioni e di buoni sentimenti, espressi in arte e soggettivati dall’emulazione di una composita varietà interiore di prerogative perenni.