Verona – Quel “Ritratto di giovane con disegno infantile” di Giovanni Francesco Caroto era così incredibile, quando lo si ammirava, che si faceva fatica a distogliere lo sguardo.

Un ragazzino dai capelli rossi che sorride dalla tela esibendo un omino stilizzato scarabocchiato su un foglio: un rarissimo esempio di ritratto che somiglia quasi a un’istantanea, così naturale e realistico da sembrare vivo.

Dove sarà, adesso, quel ragazzino col suo disegno?

Capolavori che avevamo sotto gli occhi, sotto casa. Eppure, come spesso succede, non ci pensavamo mai. Il 19 novembre diciassette dipinti di Tintoretto, Rubens, Pisanello, Mantegna, Jacopo Bellini, Giovanni Francesco Caroto, Hans de Jode e Giovanni Benini sono scomparsi, sottratti da mani esperte alle sale del Museo Civico di Castelvecchio.

Nel cuore della nostra Verona si è consumata una rapina che passerà alla storia: a pochi passi da una delle strade più trafficate del centro, all’ora dell’aperitivo, i malviventi hanno agito indisturbati, dopo aver immobilizzato una guardia e una cassiera proprio quando il museo si preparava a chiudere.

Professionisti del crimine che si sono mossi con destrezza e sono andati a prendersi quei tesori a colpo sicuro, caricandoli poi sull’auto della guardia, e svanendo nel nulla.

Ora le reazioni giungono prevedibili: gli amministratori rassicurano, un turbinio di voci urlano allo scandalo, decine di critici d’arte raccontano le bellezze perdute.

E tantissimi curiosi seguono avidamente le tappe dell’indagine e si sono riversati al museo nei giorni successivi, come segno di solidarietà e di intimità con quel luogo d’arte e di cultura che ora si ritrova a esibire pareti nude, vuote e senza più espressione.

Questa ferita, l’ennesima, al patrimonio artistico italiano, suscita una rabbia particolare. Uno dei luoghi più suggestivi, fotografati e amati dai turisti custodiva dei tesori di cui non si parlava mai, tranne negli ambienti frequentati dagli appassionati d’arte e dagli studiosi.

Viene da chiedersi perché Verona faccia il giro del mondo grazie alle fotografie che immortalano il balcone – finto – di Giulietta, i ‘centurioni’ romani che posano davanti all’Arena, i lussuosi e raffinati ristoranti del centro, mentre quel patrimonio di dipinti custodito dal castello urbano voluto dagli Scaligeri sia per molti tuttora sconosciuto.

Ora quei tesori non ci sono più. E a questo punto poco importa se i ladri siano dei professionisti (la loro professionalità dovrebbe essere una giustificazione?), poco importa ricordare che il sindaco Flavio Tosi ha le deleghe alla cultura e alla sicurezza (il vespaio del mondo politico appare, ora, l’ennesimo pretesto per riaccendere le solite, lunghe, ripetitive, inconcludenti polemiche).

Ci si dovrebbe chiedere, piuttosto, perché sia stata per l’ennesima volta così scarsa la valorizzazione di questo patrimonio, e perché noi veronesi, in primis, e noi italiani in generale non perdiamo mai l’abitudine di trascurare i nostri tesori, per poi ritrovarci a piangerne la scomparsa, consolandoci a vicenda e imprecando contro la delinquenza.

Le indagini intanto proseguono, nel clima da terza guerra mondiale che stiamo vivendo, nostro malgrado, da quel terribile 13 novembre che ha dilaniato Parigi e il mondo intero.

Difficile non pensare alla furia sterminatrice che, oltre ad annientare la vita di centinaia di persone, ogni giorno dilania nel mondo quel poco di buono che ci resta: la bellezza, l’arte che racconta la nostra storia, quei patrimoni che ci consolano.

Adesso anche la nostra piccola, bella Verona è stata mutilata. Il dispiacere più grande, però, è che chi adesso piange la scomparsa di quei dipinti ci viveva vicino, e non si era mai curato di loro.