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Brescia – Pare che sembrasse un “grosso cetaceo giallognolo”. Era, invece, il dirigibile “Ausonia Bis” del pioniere dell’aeronautica Nico Piccoli (1882 – 1967), in sosta a Brescia. Ad inizio del 1911, si imponeva con quella mole che, in prossimità del suo ormeggio, sembrava che suscitasse l’immagine di un’abnorme creatura, emanazione di chissà quale anomala natura.

Il quotidiano “La Provincia di Brescia” ne catturava una certa impressione, emanata a specchio diretto, sul posto, di una sua avvenuta ricognizione, pubblicando, il 24 di gennaio, un ritratto di quel mezzo volante, nei termini suscitati al cronista, secondo una spontanea e personale esternazione con la quale tale autore aveva ritenuto di potere affermare, fra l’altro, che “chi vede per la prima volta da vicino un dirigibile ormeggiato, è preso da una curiosità senza limiti e segue le minuziose operazioni dei meccanici con un crescendo di interesse, il quale si converte in un senso di intensa emozione ammirativa quando il grosso cetaceo si stacca dalla terra”.

In un campo lungo il fiume Mella, alla periferia cittadina, l’Ausonia Bis attirava una comprensibile attenzione, in uno spontaneo slancio corale di curiosità verso la spettacolarità della sua innovativa rappresentazione, come era avvenuto, pure, nel settembre del 1909, per il dirigibile “Zodiac”, del presidente dell’Aero Club di Francia, il conte Henry de la Vaulx (1870 – 1930), nel corso della sua trasferta bresciana, memore della quale, Alfredo Giarratana (1890 – 1982), a cui Marcello Zane ha dedicato un libro, per la Grafo edizioni, relativamente al ruolo da lui avuto a Brescia come “pubblicista, tecnico, attivista e uomo politico, manager pubblico e privato”, ne rammentava la visione sperimentata, ponendola a confronto con il sopraggiunto manufatto, analogamente sospeso nell’aria, come un oltremodo panciuto aquilone: “Il profano vuol essere condotto ad un confronto da qualche dato che servirà a meglio precisare i caratteri particolari dei due dirigibili. Lo Zodiac del conte De La Vauls misurava quarantadue metri di lunghezza, mentre l’Ausonia ne misura appena trentasette. La cubatura, però, è quasi uguale data la particolare conformazione di quest’ultimo più tozza. Le eliche nel francese erano due e poste lateralmente, mentre nell’italiano è unica e posta all’estremità anteriore dello scheletro metallico che regge il motore coassiale e i serbatoi. La velocità per lo Zodiac toccava i cinquanta, mentre per l’Ausonia, data la debolezza dell’elica restò sui quarantacinque chilometri all’ora, velocità abbastanza considerevole e che corrisponde pienamente all’uso del dirigibile che dovrebbe essere di avanscoperta militare e di sport”.

Questo interessante raffronto era precisato nell’edizione della medesima testata giornalistica locale sopra menzionata, all’indomani dell’arrivo dell’Ausonia Bis nel cielo di Brescia che, essendo giunto nel mese di gennaio, si differenziava dall’altro dirigibile anche per il periodo durante il quale, per i bresciani, la loro singolare e rispettiva sagoma aerea si era fatta visibile, per tornare, infine, ad essere inghiottita in quel lontano altrove irraggiungibile dove entrambi, in pratica, si erano eclissati nei panni di una evanescente realtà, di fatto, irreperibile.

Come una meteora che fugge nel nulla, ma anche simile al lento e grave incedere di un uccello solitario, quanto echeggiava nelle cronache di quell’epoca si ascriveva al viaggio sperimentale condotto dal dirigibile Ausonia Bis tra il 18 ed il 30 gennaio 1911, transitando nell’etere, al di sopra di Verona, Mantova, Brescia ed attraversando pure il lago di Garda, nel fendere, in questo modo, l’impalpabile spazio aereo sovrastante, fra le altre, le amene cittadine benacensi di Salò, Desenzano e Sirmione.

Ausonia_PirelliMentre ancora il dirigibile si trovava a Brescia, anche per rifornirsi di idrogeno, “cosa possibile alla nostra fabbrica della Soda in borgo Milano”, ancora Alfredo Giarratana riferiva, nello sviluppo del suo citato articolo, l’avventurosa dinamica mediante la quale, grazie alla collaborazione di alcuni uomini del “Battaglione Specialisti del Genio”, comandati dal tenente Tullio Benigni, quell’impresa si era materializzata, profilandosi fra la terra distanziata dalla rotta vagheggiata entro la volta celeste attraversata.

Una volta partiti nei pressi di Verona, i membri dell’equipaggio e la squadra di supporto mobile, alle prese, invece, con l’inseguimento del giallo dirigibile tra le strade percorribili dei territori attraversati, “si diressero dapprima verso nord nella direzione di Valpolicella, poi piegarono verso il Garda. Arrivarono così a Torri del Benaco, poi mossero sul Garda. Il lago splendeva meravigliosamente sotto il dirigibile, come un invito festevole. Mi diceva però Nico Piccoli che non avrebbe gradito un bagno in quello specchio lucente neanche gratis. Il tenente si diresse su Salò. Quella crociera sul Garda sebbene non fosse in programma, serviva a provare le buone qualità dell’apparecchio che filava abbastanza veloce. Verso le 14 e mezza si trovavano su Salò. Il Golfo era incantevole. La figurazione carducciana della donzella che entra alla danza colle braccia tese appariva in tutta la sua bellezza poetica. Il costruttore non era peraltro rapito da quella visione, pensò al ritorno ed il pilota volse la fronte verso Sirmione. In quel momento nessuno pensava più a Milano. Nico Piccoli che si ricordava di aver tanto vagato pei cieli, voleva provarsi a vagare intenzionalmente. Sirmione fu visto e sorpassato. Desenzano fu alle viste verso le 15. Ormai dovevano pensare anche ad un prossimo atterrisagge. La benzina mancava. Bisognò fermarsi a Desenzano per rifornirsi di benzina, essendo il serbatoio di minica capacità. Ripartirono in direzione di Montichiari che toccarono verso le 16, poi si volsero su Castenedolo ed arrivarono in vista di Brescia alle 17. L’aria appariva torbidissima e disperando di poter atterrare facilmente senza imbattersi in qualche linea ad alto potenziale, stabilirono di ritornare in Campagna di Montichiari. Toccato Calcinato, volsero su Calcinatello. Erano le 18 e mezza quando atterrarono quasi all’oscurità nel podere Schianini, il quale è situato in quel di Ponte San Marco. Dopo poco tempo, però, giunse l’automobile che aveva costantemente seguito il viaggio con inaudite difficoltà. Ancora il tenente Benigni diresse la difficile manovra di approdo. Assicurato il dirigibile a degli alberi, i volatori si abbandonarono alla gioia grandissima di una parca cena e di una notte di sogni”.

L’indomani, giorno di sabato, l’Ausonia Bis, aveva ripreso, nel pomeriggio, la via del cielo, approdando a Brescia, dopo un paio d’ore, modellate attorno ad una tenace lotta contro gli elementi avversi che, per la contrarietà del vento, avevano ostacolato la navigazione mettendo alla prova la tenuta di una rotta mantenuta secondo accorgimenti risoluti e complessi: “Discesero sulla Breda Tagliaferri e poi con una difficile manovra i soldati provvidero al trasporto del dirigibile nel prato della Fabbrica della Soda”.

Arrivato il 21 gennaio, il dirigibile Ausonia Bis lascerà Brescia il 23 seguente, giungendo, in un pomeriggio nebbioso, dopo percorsi adeguati alle movenze necessarie per la riuscita dell’impresa, nella base di partenza di “Bosco Mantico”, nelle vicinanze di Verona, soddisfacendo l’ambizione dell’andata e del ritorno di quel viaggio che era salutato, nel capoluogo bresciano, con l’ammirata descrizione data dal cronista del citato quotidiano, nel resoconto del 24 gennaio: “L’aeronave dondolante è trascinata ad una decina di metri dal posto d’ormeggio; poi ad un comando del tenente Benigni i soldati l’abbandonano al suo destino. Ed essa si innalza perpendicolarmente con un equilibrio perfetto, volgendo subito la punta verso Milano. E’ un’ascensione meravigliosa e gli ammiratori gridano ai due uomini sospesi nel vuoto l’ultimo saluto augurale”.

Il dirigibile aveva, per così dire, spiccato il volo, inducendo gli astanti ad uno sguardo alto di trecento metri, rivolto comprensibilmente a chi andava “verso il cielo e – anche perchè hanno avuto il coraggio di salirvi, nello spazio angusto di una navicella, con un sorriso di calma perfetta”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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