L’azzurro di San Pietroburgo è presente anche nel bresciano, in una sua speculare e fedele versione rivelatrice.

L’attuale corredo cromatico dell’antico santuario della Madonna del Boschetto, in località Onzato di Castel Mella, rimanda a quella definizione artistica per la quale questo tipo di colore è reputato tipico di San Pietroburgo, come a ragion veduta, lo si può notare anche sugli esterni del “Palazzo di Caterina” di tale città metropolita, realizzato da Bartolomeo Rastrelli (1700 – 1771) nella superba manifestazione di tale prestigiosa residenza monumentale e nel modo in cui è stata ultimata dall’imperatrice Elisabetta (1709 – 1762), scegliendo, a quanto qualcuno dice, di ricordare, optando per tale tonalità, gli occhi di sua madre, pure sul trono di tutte le Russie, Caterina I (1648 – 1727).

E’ possibile vedere tale identico colore, utilizzato in una delle maggiori sedi zariste, a pochi chilometri da Brescia, cogliendolo a vestimento di una fra le dimore dell’Onnipotente, che, nella snella tridimensionalità di un venerato edificio di culto, si confonde nella luce dell’emisfero della volta celeste, a motivo della preferenza espressa su quale colorazione l’esservi impresso, con il pitturarne la superficie, a seguito di un intervento conservativo, subentrato alla sua lunga storia, che ne ha rinnovato da fuori, anche la soluzione visiva più evidente.

Se il colore, come risulta essere nei piani sottili della percezione, è anche vibrazione, tale versione effusiva, nel richiamare la tenue vividezza di una tonalità fredda, va a testimoniare uno degli aspetti propri di quel settentrione europeo che risulta peculiarmente compromesso dalle contestualizzazioni culturali del suo stesso vasto oriente, assurto a tipica codifica di una data caratterizzazione storica, condensata in una pur composita fattispecie etnografica, diffusa in un enorme spettro territoriale, situato, a sua volta, a cerniera con l’approssimarsi di altri meridiani e paralleli, su altri diversi ambiti identitari.

Come nella menzionata città russa, affacciata al Baltico, anche in questa antica chiesa bresciana, dedicata alla Madonna, la proiezione, esercitata a vestimento coloristico utilizzando la più serena tonalità luminosa del cielo, è una estrinsecazione di effetti calibrati, con l’uso aderente e concomitante del bianco, in modo che, come avviene su un foglio di carta, dove parimenti si ingenera il risalto dell’inchiostro stesovi ad impregnarne il candore di una base, similmente, l’armonia visiva gioca, con un bilanciato appaiamento a sfondo a cornice, il naturale sbocco di una efficacia cromatica complessiva.

Come lungo tutto il campanile, così anche nel resto, questa chiesa, risalente, nonostante le apparenze, al Medio Evo, si profila nel bianco e nell’azzurro, quando le maggiori campiture sono di quest’ultimo, mentre dell’altro, sono, invece, le lesene, fra gli altri spazi che ne interessano pure la diafana presenza, anche a contorno, ad esempio, delle aperture, fino a contornare il singolare finestrone, sagomato a curioso sembiante curvilineo, centralmente in fronte a questa costruzione mariana, strutturata a navata unica.

L’interno, presentando l’ambiente consacrato più piccolo di quello che sembra prospettarsi, da fuori, è, invece, tutto un inno alla madre del Cristo, venerata come una regina celeste, appunto, in trono ai maggiori onori degli altari ed idealmente interessata al pervadere del colore che più suscita la profondità serafica della patria del cielo, quale ultima frontiera ipotizzabile di quel trascendente che è culturalmente a sinonimo delle stereotipate tonalità di una luce da sempre concepita nel suo tipico rivelarsi, mediante la graduale purezza della sua stessa caratura immanente.

Come la “reggia” estiva di san Pietroburgo, anche, qui, fatte le debite ed ovvie distinzioni, pare che le mura portanti del luogo religioso in questione abbiano esercitato una volontà posta a contenimento dei propositi inneggianti ad una rispettiva ispirazione al femminile, esplicandosi nei più alti onori convertiti anche all’uso preponderante dell’azzurro di un certo tipo, tra i contraddistinguenti punti catalizzatori di una serie di correlati elementi estetici, condivisi dai canoni culturali rientranti in una medesima scala di valori.

Insieme ai dipinti dei due altari laterali e di quello maggiore, concorre, fra altri particolari, ad un raccoglimento spirituale, quella devota predilezione orante per la quale, ripercorrendo alcuni passaggi del libro biblico del Siracide si pensa a Maria Santissima, nel riportare, a caratteri cubitali latini lungo l’alto perimetro interno, la scritta evocativa di “Ave Maria, quasi oliva speciosa in campis” e via di seguito che, appunto, parafrasando il testo del libro sacro accennato, vuol fare contemplare la figura mariana nel gaudio di un inno sapienziale: “(…) Sono cresciuta come una palma in Engaddi, e come le piante di rose di Gerico, come un ulivo maestoso nella pianura e come un platano mi sono elevata. (…)”.

In questa affermata tradizione locale, vocata, in zona, al culto della Vergine Maria, non mancano i campi coltivati e nemmeno i platani, sebbene, come ovunque, l’area agricola abbia, progressivamente e da tempo, subito una flessione non indifferente, anche cedendo, oltre che all’urbanizzazione di centri abitati non più prevalentemente rurali, pure al porsi a spazio utile per una conversione ai luoghi solenni e sacri per la custodia delle spoglie mortali dei trapassati, come, avvenuto in questo caso, per cui al santuario della Madonna del Boschetto, si abbina la presenza di un cimitero, come una sorta di tramonto, per antonomasia, di quell’esistenza che, pure in prossimità di questa chiesa, ha un altro diverso tipo di riferimento, nel corso delle sue età, per mezzo dell’attività di una pure vicina scuola per l’infanzia.

La campagna circostante resiste nel residuo dei suoi comunque floridi appezzamenti, nei corsi d’acqua irrigui, da sempre in un significativo respiro corroborante con l’elemento in scorrimento che è compromesso entro la vera tipicità del luogo stesso, come naturale aspetto di atavica definizione del suo contesto, anche rappresentando, in una certa quota parte di spazio all’aperto, un ambito di evasione per quanti oggi accarezzano, con le loro nervose ombre evanescenti, questo “azzurro di san Pietroburgo”, steso come un manto mariano sulle mura del santuario, non scalfito, comunque, neanche di striscio, dal peripatetico ritmo ossessivo dei tanti camminatori seriali del nostro tempo.