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La prima volta che calpestai la bella terra d’Ecuador fu nell’estate del ’95. Ricordo che avevo organizzato con cura l’itinerario, dividendo il tempo di permanenza in quell’incantevole paese latino americano fra visite, salite dei vulcani, imponenti coni coperti dal ghiaccio, che ora dormono accarezzati dalle nuvole, ma quando s’arrabbiano fanno tremare la terra o si scatenano in apocalittiche eruzioni e la discesa di due fiumi che corrono impetuosi sui pendii andini per perdersi nell’intricata foresta amazzonica.

Prima dell’organizzata partenza venne a trovarmi una madre per chiedermi se potevo portare della lettere e del cioccolato alla figlia Loretta che da anni era partita da Barbariga, un paese della Bassa, per salire sulle Ande ad aiutare la gente povera di quelle valli lontane; avrei dovuto rubare del tempo prezioso alla rotta del mio itinerario, ma come si fa a dir di “no” ad una madre. Arrivato in terra d’Ecuador raggiunsi il piccolo villaggio di Zumbahua perso nel vento della Ande, in un mattino pulito con il cono ghiacciato del vulcano che sembrava uno strappo nel cielo blu.

Da una moltitudine di bimbi con le vesti dai mille colori vidi una ragazza esile, ma decisa, venire verso di me, mi strinse la mano e dopo un attimo avevo nel piatto quello che lassu’ mangiano in una settimana, mi parlo’ dei poveri, dei ragazzi dell’Operazione Mato Grosso, mi parlo’ del suo cammino fra quei visi, della fatica del portare la gerla della poverta’; le sue parole sferzarono il mio cuore come il vento gelido delle Ande aveva sferzato il mio viso, gli consegnai le lettere, un poco di calore della madre per riscaldare il suo cuore…
Ma non me la sentii di ripartire, gettai nel vento i progetti d’avventura e rimasi mescolandomi con i colori e i sorrisi dei suoi bimbi. C’era la festa di fine anno scolastico, sul piazzale giocavano bambine che provenivano dai villaggi circostanti, anime di una poverta’ disarmante, occhi senza speranza che avrebbero dovuto lottare per vivere, nella missione avevano trovato una casa, una porta aperta dove poter studiare, apprendere un lavoro, “giocare” o semplicemente una vita migliore.

Lassù i bimbi non giocano, si fatica sin dalla tenera età, nelle case ci sono gli attrezzi per i grandi e quelli per i piccoli, si lavora sodo nei campi che sembrano sospesi nel vuoto sulle dorsali dei monti, pascolando i pochi armenti, poi la sera con la legna sulla schiena rotta, tutti anche i bimbi, si ritorna a casa, davanti al focolare a mescolare nella ciotola mezza vuota minestra e miseria. Ebbi così l’occasione di sedermi fra loro, di scendere dal treno sempre in corsa della nostra società, fermarmi, guardare, ascoltare…

Per la prima volta nella mia vita entravo nelle fotografie, quelle che una volta ritornato a casa mostravo con orgoglio agli amici o proiettavo nelle sale nell’applauso dei convenuti, ma le fotografie non hanno il colore, l’odore, il dolore della povertà. Lassù fra quelle splendide montagne trovai amici preziosi: i ragazzi dell’Operazione Mato Grosso, molti di loro sono partiti dalla Bassa, basta guardarli nel fare per capire la forza che anima il loro cuore, il loro lavoro non ha sosta dall’alba al tramonto, in silenzio, con umiltà, stanno regalando la loro vita, il loro futuro, senza chiedere nulla in cambio, forse questo e’ il vero volto della carità…Un esercito della bonta’ che ha seguito il sentiero tracciato da Padre Ugo De Censi, salesiano, uomo d’infinita bellezza interiore, di incredibile forza nel cuore, di santita’ aperta e solare.
Il denaro per sostenere il tutto lo ricavano in Italia col lavoro, sono i ragazzi con le mani “sporche” che bussano umilmente alle nostre ricche porte e vuotano solai e cantine da vecchia carta e ferro, rifiuti di una opulenta societa’ , speranza per una povera societa’.

Passai i giorni del viaggio fra i sorrisi e i colori dei bimbi, cercando di aiutare come potevo, ci furono momenti intensi, una vera grande avventura interiore; sono convinto che il vero coraggio, la vera forza non è quella di salire alla cima di grandi montagne o scendere in canoa per fiumi impetuosi, il vero coraggio e quello che portano nel cuore i ragazzi del O.M.G. che stanno ipotecando il loro futuro per regalare un sorriso, una speranza.

In questi giorni di fine ottobre sono ritornato sui miei passi in terra d’Ecuador ed e’ bastato un forte abbraccio con Loretta per farmi rivivere d’improvviso le forti emozioni di quell’estate del 95.

Tutto passa, tutto va, il tempo rincorre il tempo, anche se a volte vorresti fermarlo, scendere per far tue per sempre le emozioni che stai vivendo. Quell’estate, l’ultimo giorno, fui incaricato di distribuire una mela ad ogni bambina che ritornava al villaggio per le vacanze, una ad una con il loro fardello colorato sulle spalle passarono a ritirare la mela, a salutare, domandai ad una di loro quanto cammino aveva prima del calore del focolare di casa, “quattro o cinque ore” – rispose… Rimasi sbigottito, come poteva quella piccola camminare per ore con una mela? La sua piccola mano apri’ una tasca per mostrarmi un sacchetto c’era il riso accantonato durante le cene della settimana trascorsa, poi la stessa mano si avvicino’ al mio viso sfirandomi con una carezza, poi un bacio – Gracias por todo, che te vada bien por toda tu vida – …Disse.
La vidi scomparire fra i monti, nel vento, il pianto segno’ il mio viso, il mio cuore, il mio egoismo.

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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