Il fato incombe e la tragedia cova. I campanili, nel tempo del dover stare ritirati in casa, suonano per le chiese deserte. Vibrano note d’un tempo, per una celebrazione della messa annunciata con bronzi solitari, secondo certi ritmi antichi, tuonanti nel vuoto, senza chiamare i fedeli a raccolta. Note disperse in una eco senza ritorno, caricature di sé stesse, retaggio di una tradizione emulata nella generale distrazione effettiva di una liturgia spogliata da una fattuale corrispondenza collettiva.

Questi, fra altri aspetti, sembrano emergere dalle città messe sotto scacco dal noto virus “Covid- 19”, in relazione ad una parte specifica di quelle caratteristiche che ne disciplinano l’assetto, per via delle imperative prescrizioni sopraggiunte, cercando di rendere, a quest’avvento epidemiologico, un argine effettivo, al suo stesso spettro. alquanto nocivo.

Tale spettro infettivo pare aggirarsi fra strade divenute da deserte, sotto la cupa proiezione degli incubi di sempre, ovvero di quanto, qua e là, nel tempo, è stato, in un vario ed in un implicito modo, preconizzato da alcuni, nel manifestare un intuito evocativo di quella realtà, percepita in una versione onirica ed immaginifica, che risultava descritta unitamente alla manifestazione creativa di un proprio rispettivo cimento.

Le “città metafisiche” di De Chirico ne sono l’esempio. Centri abitati vuoti, densi di un drammatico spaesamento. Luce sviluppata a testimonianza di una vita che, però, nonostante richiamata dai contorni di un insediamento compresente, sembra essere assente, in quanto si volge ad illuminare solo uno statico insieme inerte. Dov’è l’uomo? Dove si trovano coloro i quali hanno innalzato tali vestigia urbane, a testimonianza del proprio tempo? Forse sono presenti come sempre, in un’assenza di profondità e di veridicità, per un certo qual malinteso transitare di intrecci, di fatto, evanescenti, che vi si sono sperimentati, oltre l’apparenza chiassosa, nel periodare di contatti inconsistenti, su interrelazioni di levature umane, purtroppo, inesistenti.

Queste città pare che, in questa desolante misura, siano forse, uscite da tali famosi dipinti, senza il trucco che quotidianamente le imbellettava in tempi maggiormente spensierati, sulle vie delle infinite loro roboanti e vertiginose attrattive, instradate su dinamiche frenetiche di molteplici sintesi esemplificative di sedicenti rappresentatività di pertinenze sia singole che complessive.

Combinazione del periodo in questione, anche il computo delle ore sembra ci abbia messo del suo, in questa situazione, mandando avanti, come da tradizione, il corso della luce quasi ci fosse da sopravanzare di un qualche vantaggio, posto in un ulteriore lasso temporale a disposizione, il poter meglio assaporare, in una più nitida e diretta visibilità, l’effetto del momento, effuso nello scenario circostante, costituito da un recuperato insediamento domestico preponderante, nei suoi accenti, maggiormente evidenti, da poter, ancor più, prendere in considerazione.

In questo modo, certi ritmi stereotipati, superstiti in questo tempo di praticate quarantene, si avvicendano potenzialmente prima ed, ad esempio, i cani ed i loro tenutari hanno anticipata la loro passeggiata mattutina, in una maggior possibilità di luce, a seguire, anche vespertina, licenza in più, rispetto ad altri, per uscir di casa, anche durante il resto della giornata, senza ottemperare alla redazione di una subentrata modulistica, abilitante ai propri spostamenti, dovuta sorprendentemente, ai tutori dell’ordine, in una sorta di autocertificazione giustificativa.

Ai domiciliari, non ancora normati da canoni prescrittivi particolari, si animano, a tratti di insediamenti abitati, estemporanei opifici di laboriosità domestiche, improvvisati nei più disparati campi dove uno più ritiene di poter eccellere: nei garages, piuttosto che nei metri quadrati esigui dei più diffusi tipi di giardini, oppure negli spazi comuni, visceralmente contigui, la sfida ad operare, pare, di fatto, divenuta, in una misura suppletiva, investitura, non ricercata, verso il sopportare, fra i rumori e tutto il resto, quanto, nel frattempo, al proprio vicino gli è venuto in mente di fare.

Nel restante insieme, come pennuti in gabbia, sembra che l’andazzo generale risenta anche del meteo, condizione siderale, rispetto ad una possibile apertura, riguardo quanto l’apparire di un mite e di un invitante clima primaverile ispiri ad interpretare, in riferimento ad alcune modalità esplicative che solo il bel tempo ha come prerogativa di un evidente impatto, sul condiviso quadro emotivo che gli è consequenziale.

In questa anche apprensiva palestra di umori, mentre fuori impazza la risaputa lotta con l’agguato teso dall’antagonista virale, pare che il sole eserciti una ridente distensione particolare, per chi lo può così sperimentare, a distrazione edulcorata di una pervadente costrizione, invece, assurta a coefficiente anche etico e morale del, cioè, contribuire alla battaglia contro un contagio, ormai divenuto a riferita ed a rimarcata cifra esponenziale.

Statistica di un lontano, per quanto, almeno all’apparenza e chissà perché, non citato, genere di romanzo fantascientifico, divenuto qui reale, dove la gente, oltre a non dover uscir di casa, se in strada, ha da coprirsi, in ogni caso, con le mascherine filtranti l’invisibile nemico infinitesimale, che sembra, in una data proporzione inseguita da una cronaca puntuale, ricomporsi a miraggio di una quotidianità inoltratasi nell’esperienza trasognata di un ambito a tinte apocalittiche, fin d’ora, misurato solo nella supposizione applicata agli scenari avveniristici di una qualche improbabile evenienza epocale, anche nella raggiunta risoluzione positiva di una gestazione catartica, intesa a preludio di una trasformazione globale nella quale si calava John Lennon nella sua “Imagine”, che procede nelle prime strofe di questa nota canzone, rispondenti all’imperativo “Immaginate” con il vagheggiare: “Immaginate che non ci sia alcun paradiso/ Se ci provate è facile/ Nessun inferno sotto di noi/ Sopra di noi solo il cielo/ Immaginate tutta la gente/ Che vive solo per l’oggi./ Immaginate che non ci siano patrie/ Non è difficile farlo/ Nulla per cui uccidere o morire/ Ed anche alcuna religione/ Immaginate tutta la gente che vive la vita in pace. (…)”.