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Brescia – Tra l’autunno e l’estate il riflesso struggente delle onde lacustri agita ombre fluttuanti dove le due stagioni si fondono nella singolare similitudine di un paio di fatti racchiusi nelle acque antistanti la solitaria sagoma dell’isola del Garda. Due corpi, non più ritrovati. Due nobildonne, annegate. L’una nel luglio del 1921, l’altra nel novembre del 1924. Stesso scenario, medesimo accanimento dello sfondo impresso dalla natura alla storica possanza isolana, da sempre parte riservata dal suo defilato contesto in cui l’eco di un duplice epilogo suggella la fine di altrettanti illustri esistenze.

Nello stemperarsi del luccichio ondoso dei giorni nei quali sia luglio che novembre sono lontani al sorgere del sole, pare che il lago offra un silenzio più docile all’evocare, nel dispiegarsi dei suoi venti, la cronaca di tragedie che divengono più pressanti e combattute nell’approssimarsi dell’attualità delle nere ricorrenze. Quando cioè le stagioni sono sgombre dal peso che dal passato emerge nel presente per poi rituffarsi nei gorghi profondi e sconosciuti dai quali è emerso. Tutti i vibranti palpiti che ancor oggi rincorrono sul lago l’ultimo raggio del sole al tramonto sembrano quietati prima di quelle sollecitazioni che sono mosse dai richiami prodotti dall’ignoto altrove, lungo l’indifferente andare del tempo.

Prima la luce, poi il nero dell’abisso che chiama l’abisso insondabile della morte ad enumerare fra le sue vittime anche la marchesa Mary Bona degli Albizzi e la principessa Anna Maria Borghese de Ferrari entrambe legate, oltre che dal sangue blu, anche dal comune soggiorno sul prestigioso sito aristocratico dell’isola, dove la caratteristica villa residenziale aveva trovato espressione dell’aguzzo stile neogotico veneziano, affacciandosi al cielo del Garda alla fine dei lavori di sua costruzione avvenuti fra il 1894 ed 1901 su progetto dell’architetto genovese Luigi Rovelli e su commissione del proprietario Gaetano de Ferrari, duca di Genova, che intanto era già passato a miglior vita nel 1893.

Bisogna andare a ritroso fra più estati, ed approdare tra i flutti di sabato 16 luglio del 1921, per assistere alla cronaca riferita dei giornali dell’epoca che dinnanzi all’isola del Garda raccoglieva, per dovere di informazione, quanto si poteva leggere nell’articolo apparso sull’edizione di martedì 19 luglio 1921 del giornale “la Sentinella”:

Una impressionante sciagura è avvenuta sabato sera sul nostro lago che per circostanze in cui si svolta e per la notorietà dei protagonisti ha destato una penosissima impressione nelle popolazioni rivierasche. Verso le 16 salpavano dall’Isola del Garda per una gita sul lago due giovani sposi della nobiltà fiorentina, il marchese Nicola degli Albizzi e la consorte Maria Bona, ambedue trentenni. Sulla barca leggera s’erano scostati a circa 800 metri dalla riva, e la gita che, nella gran luce d’oro del tramonto, si presentava ricca di fascini non faceva certo presagire alla giovane coppia che avrebbe avuto un tragico epilogo. Ad un tratto una leggera brezza cominciò ad increspare le onde del lago su cui si soffermava e si cullava ignara del pericolo la fragile imbarcazione. Poi la brezza si fece più forte: le onde cominciarono ad alzarsi e a scuotere la barca. Indi, improvvisamente, il lago si fece minaccioso, le onde cominciarono ad accavallarsi sotto raffiche di vento che si facevano sempre più impetuose.

I due sposi cominciarono a remare verso la riva, ma avevano fatto appena pochi metri che un’ondata più forte delle altre si abbatte contro la barca facendola capovolgere. La marchesa Maria Bona ebbe un grido di terrore, un’implorazione straziante. Il marito, conscio della sua abilità di nuotatore tese tutti i suoi nervi nello sforzo supremo per salvare la vita della giovane sposa e la sua. Essendo subito affondata la barca, il marchese degli Albizzi afferrò prontamente due assicelle che galleggiavano sull’acqua e le pose sotto le ascelle della moglie: con questo mezzo egli pensava che l’avrebbe trattenuta a galla e trascinata a riva. Ma per attuare questo piano occorreva a lui una maggiore libertà di movimenti e perciò decise di togliersi i calzoni.

Questa decisione doveva riuscirgli fatale. Infatti, mentre stava per attuariale onde lo sospinsero violentemente sott’acqua. Vi rimase pochi secondi durante i quali riuscì a liberarsi dei calzoni, ma quando tornò a galla la moglie era scomparsa: le onde l’avevano travolta approfittando di quei pochi istanti in cui essa era rimasta abbandonata, forse colta da un improvviso malore allorché vide il marito scomparire sott’acqua. Il marchese degli Albizzi sostò ancora nuotando sullo specchio d’acqua nella speranza di poter scorgere tra le onde la povera signora, ma allorché si avvide che le sue ricerche sarebbero state vane si portò alla riva. Con quale desolazione nell’animo è facile immaginare. Il marchese Nicola degli Albizzi colla sua signora abitavano da qualche tempo la villa del Principe Borghese nell’Isola del Garda“.

Parole ormai deperite nel cartaceo usurato delle pagine quasi centenarie del quotidiano che, in tutt’altra natura, sfidano invece il tempo attraverso la lapide marmorea ispirata ai sentimenti del marito della scomparsa. Il bianco epitaffio, incastonato sulla parete di rupe arcigna prospiciente al probabile scenario del fatale accaduto, recita agli sprovveduti che hanno l’avventura di spingersi sotto l’estremo spuntone di roccia dell’isola: “Invano mescolai le mie lacrime tra le profondità azzurre del lago, chiamando per nome la mia sposa diletta, poi che il suo spirito buono era volato a Dio, ricongiungendosi nei cieli infiniti all’anima universale“.

Sopravanzata da poche stagioni, dopo solo il passaggio di tre anni, mentre la luce si ritirava sia dai giorni che si accorciavano nel freddo mese inoltrato, sia dal chiudersi nel tardo pomeriggio di una buia e umida giornata autunnale, ancora una volta l’isola del Garda compiva fredda ed inerte testimonianza di una seconda tragedia consumata nell’immediata ed adiacente vicinanza della sua diretta visuale.

Senza che nei giorni odierni vi siano lapidi spontanee a ricordarne gli estremi dell’accaduto, lunedì 24 novembre 1924 la principessa Anna Maria Borghese moriva, inabissandosi fra chissà quali fra le molte onde che si agitavano sotto quell’alto promontorio, su cui si era recata sul far della sera a seguito di intenzioni controverse e contradditorie, dedotte nelle postume ricostruzioni della comunque rimasta ignota dinamica dell’accaduto.

Presidente nel 1915 dell’Unione Nazionale delle Giovani Esploratrici Italiane e moglie del principe romano Luigi Marcantonio Francesco Rodolfo Scipione Borghese, famoso per essere stato primo al raid automobilistico Pechino-Parigi nel 1907, pare che la principessa, in compagnia dei suoi cani, si fosse recata su un piccolo spiazzo in cima al “Cò gross” sull’altura dell’isola per dedicarsi alla sua passione per la botanica. Da lì all’infinito dell’immenso che ancora la avvolge nulla di certo si è più appreso, se non la sua definitiva scomparsa sotto lo strapiombo al di sopra del quale erano rimasti i segni della sua ultima presenza.

Anche D’Annunzio che proprio dal 1921 risiedeva sul Garda in quel di Gardone Riviera, aveva voluto scendere dalla residenza del Vittoriale per compiere il suo gesto così descritto dall’edizione di venerdì 28 novembre 1924 del giornale “La Sentinella”:

Ieri mattina alle 10,30 circa, Gabriele D’Annunzio si è recato su un piccolo motoscafo nelle acque dell’Isola del Garda. La notizia è stata appresa solo oggi. Nelle acque intorno all’isola il Comandante ha sostato alcuni minuti; poi è ritornato a Villa Cargnacco. Il Poeta ha voluto tributare un devoto omaggio all’illustre donna che conosceva da molti anni. E si è fermato sullo specchio d’acqua presso la roccia fatale in silenzio, come in un cimitero, come presso a una tomba. Oggi il lago a una cert’ora si è fatto alquanto mosso. Il lago, così, fa paura. Anche le onde sembrano singhiozzare“.

Intorno a D’Annunzio la cronaca di quei giorni martellava di notorietà la vicenda circoscritta ad una porzione di specchio lacustre, dove spirava un’autorevole esponente del bel mondo legata alla catena fraterna che univa nobili, notabili e popolani al posto che li competeva, nella medesima forma piramidale e verticistica della società del tempo, accrescendo l’eco della tragedia rimbalzata a Roma, sede della monarchia e di quel potere aristocratico che ne discendeva espandendosi fino alle più lontane e perse contrade del regno.

Fra tanto clamore, destinato a sopirsi presto nel contegnoso silenzio arcano dell’inviolabile riserbo nobiliare, Anna Maria Borghese seguiva l’oblìo di acque anonime che ancora conservano l’ultimo suo respiro ricacciato nel profondo di gorghi rimasti misteriosi ed impenetrabili a qualsiasi successivo suo rinvenimento che, fra i tanti segreti del Garda, pare materializzarsi solo nelle emozioni suscitate dal soprannaturale, interpretato dal corso dell’inesorabile e continuo fluttuare di imprevedibili onde d’acqua dolce su tacite ed amare scogliere.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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