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Cracovia, Polonia. C’è sempre nell’aria un odore inconfondibile del carbone da riscaldamento che raschia la gola in Polonia d’inverno, fumi di centrali che funzionano con il “carburante fossile”.

Questa mattina di novembre non è diversa dalle altre, anche nel cielo plumbeo che copre la città di Cracovia, mentre esco per cercare un tram in direzione sud verso il fiume Vistola, sulle tracce di un uomo: Tadeusz Pankiewicz, un farmacista e un nome probabilmente sconosciuto a tanti, uno di quegli eroi silenziosi non incensati dalla storia.

Il tram circumnaviga le mura e l’antico fossato, ora parco pubblico, che incoronano lo splendido centro storico di Cracovia, lo Stare Miasto, considerato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, con una delle piazze più belle della Mitteleuropa.

Stride sulle rotaie sotto la collina del Wavel, il castello che ha celato tra le sue mura la Dama con l’Ermellino di Leonardo da Vinci, la bella Cecilia Gallerani, l’amante forzata di Ludovico il Moro, che visse rinchiusa nella splendida villa di San Giovanni in Croce, nel cremonese. Il dipinto fini il Polonia nel 1801 acquistato dal principe Adam Czartoryski, nascosta durante l’occupazione nel Wavel per sottrarla ai nazisti.

Scendo alla fermata nei pressi di via Jósefa nel cuore di Kazimierz, il quartiere ebraico, dal nome del suo fondatore Re Casimiro il Grande. Per circa 600 anni ha ospitato la numerosa comunità ebraica di Cracovia, fino a quando non fu sterminata dalla follia nazista. Dopo decenni di abbandono ha ripreso a vivere grazie soprattutto all’attenzione portata dalle riprese del film Schlinder’s List.

Inizia da qui il mio cammino, non seguendo un itinerario o una mappa, ma le scene del film magistralmente diretto da Spielberg, che non ha tralasciato nulla dell’orrore che trasuda ancora tra queste vie, nemmeno il farmacista Tadeusz Pankiewicz, oltre ad aver contribuito finanziariamente a istituire un museo nella vecchia farmacia.

Era il 3 marzo del 1941, poco meno di due anni dopo l’occupazione della Polonia, il quartiere di Kazimierz viene sfollato dalle famiglie ebree che qui avevano prosperato per sei secoli. Destinazione il ghetto, costruito in brevissimo tempo oltre la Vistola, nel quartiere periferico di Podgòrze, con blocchi di cemento a forma di lapide, in un’architettura che vacilla tra presagio e sadismo, degno dell’ideologia nazista.

Per i suoi 15.000 residenti, il ghetto rappresentò un luogo di transito per la suddivisione tra i lavoratori considerati abili e coloro che erano destinati al successivo annientamento nei campi di sterminio, fino alla sua liquidazione nella notte tra il 13 e il 14 marzo 1943, con l’uccisione della quasi totalità dei suoi ultimi residenti. Salvo pochissimi, tra cui gli operai di Schlinder, la fabbrica trasformata in museo dopo il film dista pochi passi dal perimetro del ghetto.

Supero a piedi il ponte sul fiume, dove alle idi di marzo del ’41 transitò un fiume di persone con gli occhi pieni di lacrime, sgomento, paura. Del ghetto non rimangono che alcuni blocchi inglobati in un muro. Sulla destra della fermata del tram c’è la piazza Zgody, ora piazza Degli Eroi del Ghetto, non c’è nessuno, un forte senso di vuoto assale chiunque passa accanto alle 70 grandi sedie in bronzo, monumento alla memoria. Vuote.

In quella primavera Tadeusz Pankiewicz ne diventa suo malgrado un abitante. Pur senza essere ebreo, infatti, gestisce l’unica farmacia del quartiere ereditata dal padre: la “farmacia all’Aquila”, sull’angolo di piazza Zgody. Contro ogni previsione e contro ogni logica di sopravvivenza, decide di rimanere e di tenere aperta la sua bottega, resistendo ai diversi tentativi di sgombero delle SS, agli ordini perentori di chiusura e trasferimento.

Aiutando clandestinamente la popolazione ebraica, distribuendo medicinali e generi alimentari, nascondendo e mettendo in salvo i perseguitati dai nazisti. A rischio della sua vita e delle sue tre assistenti. Tadeusz Pankiewicz era un uomo colto, amante del teatro, della musica, dell’arte, della scienza, gentile e amabile. Un bell’uomo dal portamento signorile e dai lineamenti eleganti. Pare un attore di Hollywood.

Rimarrà anche quando il ghetto verrà diviso in due e in gran parte sfollato, quando diventerà sempre più difficile giustificare la necessità della sua presenza. Rimarrà anche nella terribile notte della liquidazione del ghetto.

Le finestre della farmacia all’Aquila si affacciavano sull’orrore!

La folla passò davanti alle mie finestre. Come in un caleidoscopio infernale passavano sotto i miei occhi immagini che sembravano di un altro mondo. Il ghetto rimbombava per le detonazioni. I soldati impugnavano fucili fumanti, gli ufficiali pistole, attizzatoi, bastoni, randelli. I portantini sgombravano i cadaveri e feriti aprendosi il passaggio tra la folla e l’ininterrotto frastuono della fucileria. Come posseduti, i tedeschi sparavano su chiunque, a caso. Evidentemente il sangue eccitava il loro istinto animale e il loro sadismo. Tutto si svolse in mezzo a un baccano incessante, in mezzo a colpi, botte, spari. Molti caddero a terra, uccisi; ci fu un gran numero di feriti già soltanto nei primi minuti dell’espulsione.”

In questa condizione anomala, coinvolto ed estraneo allo stesso tempo, Tadeusz Pankiewicz diventa una figura cardine del ghetto: si fa testimone delle brutalità crudele del nazismo, fedele cronista dei fatti e silenzioso soccorritore, cercando in tutti i modi di salvare la vita e, quando impossibile, almeno la memoria delle migliaia di ebrei del ghetto di Cracovia. Una testimonianza raccolta nel libro “ Il farmacista del ghetto di Cracovia” da non molto tempo tradotto in italiano.

La farmacia all’Aquila oggi è un museo, entro. Accompagnato dallo scricchiolio dei miei passi sul parquet della farmacia-museo ripenso alla figura di quest’uomo, un eroe garbato, non per un gesto eclatante, ma per la costanza, la generosità disinteressata e l’impavido coraggio negli anni bui del ghetto. Molti di quegli ebrei che passarono le giornate alla farmacia erano medici, musicisti, professori, studiosi e scienziati, altri semplici persone che divennero amici per sempre di Tadeusz Pankiewicz.

Finirono la loro vita al campo di sterminio Auschwitz o a Plaszow, il campo di concentramento costruito su un vecchio cimitero ebraico, con le lapidi usate per la cosiddetta “strada delle SS” e diretto dal sadico comandante Amon Göt, che ha fatto da macabra scenografia al film Schindler’s List. Da piazza Zgody dista poco più di un’ora a piedi.

È li che mi dirigo e non senza difficoltà. L’impressione è che da queste parti nessuno, specialmente gli anziani, abbiamo voglia di indicarmi la zona dov’era il campo di concentramento. Dopo depistaggi, indicazioni sbagliate e una dose caparbia di testardaggine raggiungo il monumento del campo.

Delle macabre baracche o del filo spinato non esiste più nulla, ora è un gentile parco verde di piccole colline con noccioli e sorbi che coprono le fosse comuni, circondato da casette a schiera e un centro commerciale. La struttura delle SS, la famigerata casa grigia delle torture, doveva divenire un museo della memoria mai realizzato, mentre solo in questi ultimi anni (nel 2015) la casa del comandante Amon Göt è stata acquistata. Restaurata con eleganza lasciando intatta la struttura, anche il balcone da dove Amon Göt si divertiva a sparare ai prigionieri, ma…

Fu impiccato il 13 settembre 1946 e quando gli misero il cappio attorno al collo urlò “Heil Hitler”.

Al rientro in Italia ho letto subito il libro “Il farmacista del ghetto di Cracovia” (Utet). Mescolando il rigore della ricostruzione e la delicatezza del ricordo, Tadeusz Pankiewicz ci restituisce la sua versione di questa grande tragedia, raccogliendo le storie di chi ha subito impotente la “soluzione finale” e le storie di chi ha invece provato a reagire: i disperati tentativi di resistenza armata, la ricerca del cianuro di potassio come extrema ratio in caso di cattura, le fughe attraverso le fogne cittadine.

Il farmacista del ghetto di Cracovia racconta tutta l’assurdità di un momento storico in cui il capriccio del caso decise il destino di molti, ma anche l’incredibile resilienza degli esseri umani di fronte all’orrore.

Come dice un cliente a Pankiewicz: «Dottore, mi dica: come mai ci sono così pochi pazzi in giro dopo tutto quello che la gente ha dovuto sopportare? Possono le cellule grigie del nostro cervello reggere così tanto dolore?».

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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