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Le donne secondo i bresciani. Il pianeta femminile, ritratto a Brescia, attraverso le più caratteristiche espressioni gergali. Il “gentil sesso” accomodato nelle posizioni lessicali più veraci locali.

Lo annuncia succintamente il titolo di un libro che non lascia dubbi a fraintendimenti: “Fomne“, ovvero “Donne“, nella corrispondente traduzione dal dialetto bresciano.

Tra i libri in concorso per il “Premio Microeditoria di Qualità” di Chiari (Nona Edizione del 2018), quest’opera di Costanzo Gatta offre una gustosa analisi al femminile, secondo ciò che riguarda la visione della donna nella società tipica, per lo più, del retaggio culturale risalente, in origine, ad immemori generazioni fa, ma tuttora perdurante in un qualche residuale strascico pregnante, come, ad esempio, l’affermare: “El pio gran mèret de la fomna, l’è ‘l saì tàser”, sentenza pari a “Il più grande merito di una donna è il saper tacere”. Chissà.

Nell’impatto di un’eco tutta nostrana, gli espliciti termini, usati nella parlata che risulta qui rappresentata, hanno ispirato l’autore a prendere atto di quanto sono “pochi i modi di dire a favore della donna; tanti per denigrarla“.

Una quarantina abbondante di capitoli tratteggiano implacabilmente le proporzioni di questa stima generale, parametrate alle più colorite esternazioni che vanno a dare corpo alle rispettive invettive ed alle altrettante sbrigative, ma pur sempre mirate, asserzioni. In assonanza alla sua disarmanate constatazione, spiega, fra l’altro, l’autore, presentando questa sua ennesima pubblicazione, edita dalla “GAM“: “(…) Ho raccolto modi di dire in dialetto bresciano che criticano e beffeggiano donne. Voglio far sapere ai più distratti fino a che punto – vergognosamente – il maschio si è sentito superiore alla femmina. (…)”.

Obiettivo raggiunto, per bocca del repertorio vernacolare capillarmente setacciato a riferimento di questo peculiare intento, relativamente alla figura di genere assurta ad indubbia protagonista delle poco più di cento pagine del libro, verso la quale, in un emblematico pronunciamento, Claudio Bondì attesta nella sua opera intitolata “Strix – Medichesse, streghe e fattucchiere nell’Italia del Rinascimento”, per la Lucarini editrice, che “Foemina deriva da Fe e Minus, poichè la donna ha e osserva minor fede”, ossia di chi si riteneva avesse ed osservasse “meno fede”: citazione tratta dal “Malleus Maleficarum” (“Il martello delle malefiche”) del 1487, storico trattato sulle streghe o presunte tali. (Dicitur enim foemina a fe et minus, quia semper minorem habet et servat fidem).

Le “Fomne” di Costanzo Gatta non sono, ovviamente, tutte quante streghe, anche se molte di esse possono, all’apparenza, calzare i panni di tale ruolo istrionico, in quanto la generalità delle loro esponenti è, invece, osservata nella autentica naturalezza dell’ordinarietà quotidiana nella quale ciascuno può, a suo giudizio, trovare le ricorrenti e le stigmatizzate tendenze di una presunta caratterialità femminile, pur non essendo questa natura compromessa con la impersonificazione di una eventuale strega.

Disegno di Micio Gatti

Figura, quest’ultima, nella sua stessa stereotipata accezione, che pare, in un qualche modo, prendere i contorni del detto riportato nei termini di “La fomna che pipa, che nasa o che cica, dei diaol l’è cara amica” (La donna che fuma la pipa, che fiuta o mastica tabacco, del diavolo è cara amica), con tanto di marcati elementi contraddistinguenti queste disinvolte abitudini appena evocate, tradotti anche nella speculare versione grafica di un’opera proposta a tutta pagina dal disegnatore Micio Gatti, già presidente della “Fondazione dell’Arsenale” di Iseo e promotore dell’apprezzata manifestazione dei caricaturisti bresciani, denominata “Pennini Graffianti”.

A lui, Costanzo Gatta, ha affidato l’incarico di illustrare, in questo libro, le numerose espressioni bresciane dedicate alle donne, per una qualificata e piacevole carrellata di ironica narrazione per immagini, fedeli, nella loro eloquente stilistica, anche a porre sintesi fra il maschio e la femmina, nel senso che, in buona parte delle caricature pubblicate, compare anche l’uomo, ad interagire figurativamente con la donna, nel quadro della peculiare accentuazione del modo di dire preso in considerazione.

In questo modo, l’essenza, di per sè, caricaturale del rispettivo enunciato gergale, ha un interessante risvolto anche con l’arte grafica che gli può risultare speculare, al punto che questa laboriosa raccolta vernacolare appare pure valorizzata da una varietà di immagini con la quale poter incorniciare quel rude campionario lessicale che, senza alcuna misoginia da parte dell’autore, con le donne, risulta poliedricamente avere a che fare.

Affidata ad una donna è la prefazione di questa vivace pubblicazione, significativa, nella sua complessiva resa editoriale, di una feconda documentazione, anche fotografica con immagini d’epoca, che risulta connaturata alla versione in stampa del dialetto bresciano, senza alcun accostamento qui di traduzione, se non garantendo, in ogni caso, una divulgativa spiegazione, nell’ambito di una brillante e di una correlata contestualizzazione di senso e di significato che accontenta puntualmente la curiosità del lettore.

Quest’ultima fatica di Costanzo Gatta contiene una nutrita raccolta di modi di dire in dialetto bresciano, secondo una sua personale vocazione foriera di felici pubblicazioni“, spiega, fra l’altro, Laura Cottarelli, cosigliere della “Fondazione Civiltà Bresciana“, secondo una precisa visione d’insieme, posta a preludio del compendio di espressioni che ne segue, alla quale pare ricondursi Costanzo Gatta nell’evidenziare pure che “(…) Da che mondo è mondo i bresciani con le braghe hanno scelto la donna come bersaglio preferito. Moglie, figlia, suocera, nuora, monaca, perpetua, nessuna si è mai salvata dagli sfottò. Dovevano aver paura di tutte, a riconsiderare le reazioni e l’accanimento nel sminuirne ogni atto, ogni pensiero. (…)”.

Un interessante elenco bibliografico delle citazioni pubblicate svela una parte delle fonti, proprie di queste irsute esternazioni che, nel dialetto dei tempi andati, sono state partorite nell’autenticità profonda di quella virulenza territoriale lessicale dove hanno trovato pure certi loro insigni cultori, come, fra gli altri, il poeta Angelo Canossi (1862 – 1943), fine osservatore della società bresciana dell’epoca alla quale, come appassionato letterato, ha dedicato l’ispirazione funzionale anche per una sopravvivente memoria nel presente, riguardo la riuscita corrispondenza fra il rustico dialetto e la robusta dignità di una composita sostanza poetica, nobilitando intellettualmente il vernacolo di frasi gergali nell’efficacia di contenuti narrativi, a volte sviluppati a modo di caricatura, con la realtà mediata in una impegnata partecipazione al proprio tempo.

A lui ed ad altri autori, come pure allo stesso Costanzo Gatta, già firma apprezzata di ulteriori libri consacrati alla parlata bresciana, come, ad esempio “Chi che l’ha dit”, edito dalla “Compagnia della Stampa“, si aggiunge anche l’opportunità della traccia indicativa di una pubblicazione, maturata pazientemente sulla falsariga di un possibile dizionario, depositario anch’esso, in analogia a varie opere ispirate alla cultura locale, di alcune espressioni popolari di Brescia, come, attingendo dai vari contributi editoriali elencati al lettore di “Fomne”, si distingue l’edizione del “Lessico Bresciano” di Giovanni Pasquini, anch’esso realizzato dalla “Compagnia della Stampa”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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